The untouchables

L’ho letto qui. Sembra che il rabbino capo di Bologna non abbia partecipato alla commemorazione di una strage nazista per protesta contro la presenza di Luisa Morgantini, parlamentare europea di Rifondazione Comunista da sempre impegnata a nella solidarietà al popolo palestinese.

Fin qui poco da dire: ognuno va alle manifestazioni a cui vuole andare. Mi dispiace che il rabbino capo di Bologna abbia così poca considerazione delle vittime del nazifascismo da subordinare il loro ricordo alle sue piccole beghe di partito, ma tant’è, questa è l’Italia.

Quelle che considero davvero aberranti sono le argomentazioni con cui Lucio Pardo, esponente non si sa a che titolo (dubito che rappresenti davvero qualcuno) della comunità ebraica bolognese, giustifica la scelta:

“Il Parlamento Europeo è libero di inviare chi vuole, anche Jean Marie Le Pen – ha affermato Lucio Pardo – Ma gli ebrei di Bologna sono altrettanto liberi di manifestare tutta la loro contrarietà verso chi nega agli israeliani il diritto alla vita. Noi non ci saremo. Crediamo fermamente nella democrazia e nella libertà come garanzia degli individui proprio come le persone che qui oggi vengono ricordate e che hanno speso la propria vita per assicurarla alla nostra nazione. Le critiche della Morgantini contro Israele sono a senso unico e delegittimano lo Stato d´Israele, e sono critiche che costituiscono le premesse per il suo annientamento. Chiunque rinneghi lo Stato d´Israele, rinnega la Shoà“.

Capito il ragionamento? C’è una serie di sillogismi allucinante: la Morgantini critica Israele “a senso unico”, senza rispettare un’improbabile par condicio della storia. Queste critiche delegittimano Israele (e noi che avevamo sempre pensato che criticare qualcuno volesse dire riconoscerlo) e addirittura “costituiscono le premesse per il suo annientamento”. Ripeto: sostiene che criticare Israele è una premessa per il suo annientamento. Come dire che, se vado in un ristorante e dico che la pasta è scotta, pongo le premesse perché quel ristorante sia abbattuto.
Il capolavoro è però l’ultima frase: criticare Israele significa rinnegarlo e quindi significa essere nazisti. Se un parlamentare è solidale con il popolo palestinese, non è degno di ricordare una strage nazista.

Non conosco Luisa Morgantini, ma qualsiasi cosa abbia detto o fatto, è certamente meno grave del delirio fascista dei suoi critici. Perciò piena solidarietà a Luisa Morgantini.

Update: Leggo su Wikipedia che Luisa Morgantini “ha ricevuto il premio per la pace delle donne in nero israeliane”. Insomma, in Israele sanno riconoscere chi è nemico del loro popolo e chi lavora per la pace. Speriamo si inizi ad impararlo anche in Italia.

4 risposte a The untouchables

  1. Jack Frost scrive:

    Morgantini è Vice presidente del Parlamento Europeo e la si può leggere spesso su Liberazione e Manifesto. La sua posizione di appoggio alla causa palestinese, talora con posizioni dure nei confronti di Israele, è nota.
    Questo ovviamente non giustifica quanto detto da Pardo nei suoi confronti. Tuttavia nei confronti dello stato di Israele la sinistra radicale, nella quale mi riconosco, ha spesso delle posizioni che definirei pericolose. A me il governo Olmert non piace, ma fare come spesso si fa un’equazione Israele=fascismo è demente. Gli effetti di queste posizioni possono far risorgere sentimenti antichi, purtroppo. E questo non è di sinistra, mi spiace, come non lo è sostenere una forza fascista come Hamas e chi fomenta l’antiebraismo in Medio Oriente.
    Altrimenti poi, va a finire che Ferrara e i post fascisti diventano loro gli antifascisti.

    Anche la tua risposta (“Gli Intoccabili”), Lorenzo, come quella di Pardo, è francamente al di sopra delle righe.
    Ti consiglio di leggerti quanto scritto da Rina Gagliardi su Liberazione o quanto detto da Bertinotii dopo la querelle della fiera del libro di Torino. Siamo al punto che non si vogliono invitare degli scrittori in quanto israeliani.
    Questo non essere di sinistra, men che meno comunisti.

  2. masaccio scrive:

    Io penso che ognuno risponda delle proprie idee e delle proprie frequentazioni e che ci sia bisogno, davvero, di ripulire il discorso pubblico da sottintesi e allusioni.
    L’equazione Israele=fascismo non l’ho mai fatta (nonostante i punti di contatto tra sionismo e fascismo esistano, uno fra tutti l’identificazione tra “razza” e cittadinanza), né mi risulta l’abbia fatta Luisa Morgantini o chi per lei.

    Non è accettabile che qualcuno non possa essere criticato perché “gli effetti di queste posizioni possono far risorgere sentimenti antichi”. Quei sentimenti antichi non sono i miei e non fanno parte della mia storia. Utilizzare la memoria dell’antisemitismo come un’arma contro chi critica Israele è un modo fascista e vigliacco di sottrarsi al libero confronto tra le idee. Sto dicendo una cosa ben precisa e vorrei essere ritenuto responsabile di questa cosa ben precisa e non di altro: chi la pensa come Pardo utilizza la memoria dell’antisemitismo per mettere a tacere le critiche ad Israele e considerarsi intoccabile. Mi pare quasi una banalità.

    La faccenda della fiera del libro è tutta un’altra cosa. Ero contrario a quel boicottaggio, perché penso che parlare dei libri sia un buon modo per combattere tutti i fascismi, a prescindere dal simbolo dietro cui si nascondono. Ma la campagna di disinformazione che è stata fatta su quell’episodio ha del vergognoso, tant’è che anche tu ora dici che “non si vogliono invitare degli scrittori in quanto israeliani”.
    Ovviamente questo è falso. Nessuno ha mai proposto di non invitare qualcuno. L’organizzazione della fiera ha deciso di dedicare l’edizione di quest’anno a Israele per celebrare i 60 dalla nascita di quello stato. Una scelta secondo me sbagliata, dato che una fiera del libro dovrebbe evitare di prendere posizione in un conflitto del genere, celebrando il vincitore. In ogni caso quella è stata la scelta. Allora qualcuno ha proposto di boicottare la fiera. Una proposta secondo me sbagliata, dato che trovavo più utile cercare di partecipare e di discutere, piuttosto che boicottare. Tutto qua.
    Nessuno ha mai proposto di lasciar fuori nessuno, gli israeliani ci sarebbero stati in ogni caso. La discussione era sul tema della fiera, non sugli inviti. Se non nelle pagine di Corriere o Repubblica, ovviamente. Ma quella è campagna elettorale.

  3. matt scrive:

    Io invece, pur non sentendomi d’appartenere appieno alla stessa sfera culturale e ideologia della sinistra italiana, sono totalmente solidale con chi ha proposto il boicottaggio della fiera del libro. In generale il boicotaggio è l’unico strumento pacifico civile e legale con il quale è possibile dal basso esercitare un qualche tipo di pressione “dalla propria poltrona”, e la sua forza risiede proprio nel fatto che lo si esercita, in maniera odiosa, è vero, indiscriminatamente verso chicchessia, anche nei confronti di chi è di idee più aperte o per un confronto. Questo stesso strumento viene messo in atto dalla comunità internazionale nei confronti di altre nazioni, compresa Cuba, molto più ligie di Israele al diritto internazionale.
    Se Grossman avesse trovato la platea vuota, invece di dire “maledetti amtisemiti” avrebbe forse pensato “dirò ai miei colleghi universitari che la situazione è imbarazzante”. Invece se Israele riceve tanta accoglienza potrebbe passare il messaggio “in fondo ci vogliono tutti bene anche se facciamo quello che facciamo”.

  4. masaccio scrive:

    Non sono contrario al boicottaggio come strumento di protesta in generale: basti pensare ai boicottaggi sportivi contro il Sudafrica dell’apartheid o contro il Cile di Pinochet (a cui tra l’altro si sottrasse l’Italia vincendo un’immeritata coppa Davis, ma lasciamo stare).
    Però questo caso mi sembrava diverso per due motivi: prima di tutto in Israele esiste un dibattito aperto e plurale rispetto al tema dell’occupazione israeliana, a cui gli scrittori partecipano; e in secondo luogo gli scrittori sono intellettuali, individui, non portabandiera di una nazione.
    Mentre identificare uno stato con la sua squadra di calcio è automatico, non vedo perché David Grossman debba rispondere dell’operato del suo governo. Anzi, spingere su questa identificazione non può far altro che comprimere gli spazi di dissenso all’interno di Israele, spingendo i dissidenti a far quadrato contro l’ostilità diffusa. Vorrei gli scrittori israeliani dalla mia parte, insomma, più che da quella di Olmert. Avrei voluto vedere qualche manifestazione davanti alla fiera del libro, questo sì. Ma evitare di parlarci secondo me sarebbe stato insensato.

    Tutto questo, ovviamente, non ha niente a che vedere con la caciara mediatica sull’antisemitismo montata ad arte dalla stampa veltrusconiana.

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