Vacci tu

Premetto: Grillo non mi piace. Non mi piace il suo personalismo, non mi piace il suo qualunquismo, non mi piace il modo becero con cui sfrutta a fini commerciali la sacrosanta indignazione degli italiani nei confronti di una classe politica incapace e autoreferenziale.
Soprattutto considero offensiva la scelta del 25 aprile come data per il secondo V-day. Il 25 aprile è la festa della Liberazione, una cosa con cui Grillo e le sue proposte non hanno nulla a che vedere.

In ogni caso, Grillo c’è e raccoglierà le firme per i suoi 3 referendum “sulla libertà di stampa”, perciò mi sono preso la briga di studiarmeli, partendo dal volantino pubblicato dallo stesso Grillo.

Partiamo dal terzo: Abolizione della legge Gasparri.
“In nessuna democrazia del mondo una legge vergognosa come la Gasparri consegna la televisione a un gruppo privato come Mediaset e ai partiti. L’informazione va restituita ai cittadini.”
Niente da eccepire. Se passerò davanti al banchetto, quel giorno, lascerò la mia firma. La legge Gasparri è l’esatto contrario di una legge che regola il mercato dei media, per il semplice fatto che prende esempio dall’attuale assetto del mercato e su quello costruisce le regole. Mi fa un po’ ridere quel “L’informazione va restituita ai cittadini”, perché nei media statali e commerciali l’informazione non la fanno i cittadini, la fanno in ogni caso i professionisti dell’informazione. Si tratta semplicemente di farli lavorare nelle condizioni migliori per l’interesse pubblico. I cittadini che vogliono fare informazione hanno mille modi, dai blog alle tv di comunità, per farla, senza aspettare che sia lo stato a restituire alcunché.
Posizione: Favorevole.

Secondo quesito: Abolizione del finanziamento pubblico all’editoria.
“Il finanziamento pubblico all’editoria costa un miliardo di euro all’anno. I politici pagano gli editori per poterli usare e controllare.”
Ne hanno già scritto in tanti, ma non è mai abbastanza. In tutto il modo il mercato dei media è regolato per evitare concentrazioni proprietarie. Ciò si ottiene con una buona legislazione antitrust, ma anche sostendendo le piccole testate, in modo da costringere i grandi gruppi editoriali a confrontarsi con voci più libere, anche se meno forti. Questo vale a maggior ragione in Italia, dove gli editori puri praticamente non esistono e dove i 3 maggiori quotidiani sono in mano a gruppi a cavallo tra l’editoria e l’industria (Repubblica, De Benedetti), gruppi industriali (Stampa, Fiat), aggregazioni finanziarie tra i grandi gruppi industriali (Corriere, un po’ tutti). A livello locale è addirittura peggio: se facciamo eccezione per i quotidiani del gruppo Espresso, tutte le testate provinciali e regionali fanno riferimenti ad aggregazioni di industriali locali (Arena di Verona) o a chiacchierati impreditori collusi con la politica (Gazzettino, Caltagirone).
In questo panorama, il finanziamento pubblico all’editoria potrebbe essere un utile contrappeso per incentivare piccoli gruppi editoriali puri, cooperative di giornalisti e anche, perché no, partiti e organizzazioni varie, a sviluppare una stampa più plurale. Oggi il meccanismo, come ampiamente documentato da Report, funziona male: a essere finanziati sono prevalentemente i quotidiani dei partiti e quelli dei grandi gruppi di cui sopra. Il sistema andrebbe ristrutturato: si potrebbero prevedere controlli sull’effettiva organizzazione cooperativa delle case editrice, incentivi per lo startup di nuovi gruppi editoriali, conteggi delle copie vendute e non di quelle stampate per misurare se c’è interesse per quel prodotto, ecc.
Soprattutto ci sarebbe bisogno di un lavoro sulla distribuzione, vero collo di bottiglia monopolistico della stampa italiana, che impedisce a molte testate di arrivare in gran parte delle edicole d’Italia, e sulla pubblicità, che è quasi completamente in mano alla tv e quindi priva la stampa di una fondamentale forma di finanziamento.
Quindi c’è bisogno di una riforma del sistema del finanziamento pubblico alla stampa, non certo di una sua abolizione. Abrogare oggi quella legge vorrebbe semplicemente dire chiudere Il Manifesto e molte piccole testate più che meritorie, per far sopravvivere solo i colossi che hanno alle spalle la forza di un gruppo industriale. La libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione ne uscirebbero indeboliti, non certo rafforzati.
Posizione: contrario.

Primo quesito: Abolizione dell’Ordine dei giornalisti.
“L’ordine dei giornalisti di Mussolini ha creato una casta autoreferenziale. Informare è un diritto di tutti.”
Qui la confusione è massima. Prima di tutto dire che l’ordine è “di Mussolini” non vuol dire assolutamente niente. Anche la Rai fu creata durante il fascismo, dovremmo abolirla? La legge che istituisce l’ordine e che oggi lo regola è del ’63, parzialmente riformata nel 2005. Critichiamola nel merito, se vogliamo, ma non diciamo che è fascista.
Seconda confusione: l’ordine dei giornalisti non c’entra niente con la libertà di stampa e non impedisce assolutamente il fatto che “informare sia un diritto di tutti”. Il primo comma dell’articolo 21 della Costituzione stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” Perciò, come più volte ha ripetuto la Corte Costituzionale, chiunque ha diritto di scrivere su un giornale. Non è assolutamente vero che per scrivere su un giornale bisogna essere iscritti all’ordine dei giornalisti. Tanto è vero che Renato Farina, il giornalista di Libero sospeso dall’ordine per aver collaborato segretamente col Sismi, ha continuato a intervenire periodicamente sul giornale senza che nessuno glielo impedisse. Tutti i giorni vediamo articoli sui giornali firmati da politici, intellettuali, esperti, persone di spettacolo. Nessuna di loro è iscritta all’ordine, e usufruiscono del proprio diritto a informare sancito dall’art. 21.
Di cosa si occupa quindi l’ordine dei giornalisti? Della professione di giornalista. Ha compiti di vigilanza interna sull’etica, punisce i comportamenti irregolari (più spesso di quanto si creda, come ho scoperto da quando, da iscritto all’ordine, mi arrivano le notizie regionali), e, soprattutto, regola l’accesso alla professione. L’ordine (o meglio, la legge che lo istituisce) non stabilisce, quindi, chi può scrivere sui giornali, ma chi può essere giornalista, cioè far parte della redazione di un giornale.
Il discorso cambia: mentre siamo d’accordo che tutti devono essere liberi di poter scrivere su un giornale, dubito che qualcuno voglia sostenere che tutti devono poter fare i giornalisti. Ogni professione ha i suoi meccanismi di selezione: non protesto con nessuno se non sono abilitato a firmare il progetto di un edificio come architetto o a operare come chirurgo. Anzi, sono contento che qualcuno mi impedisca di farlo, perché non ho le competenze adatte. Anche le professioni che non prevedono l’esistenza di un ordine hanno meccanismi di selezione e accesso: per insegnare in una scuola bisogna essere laureati, aver fatto la Ssis e vincere un concorso. Io non posso farlo, perché non ho questi requisiti.
Stabilito che è assolutamente normale e logico che esistano dei requisiti per la selezione e l’accesso alle professioni, possiamo discutere se quelli attualmente esistenti per i giornalisti siano giusti o meno. Oggi la legge stabilisce che come titolo di studio sia sufficiente la terza media, e che l’accesso alla professione si faccia tramite 18 mesi di praticantato in una qualsiasi redazione. Questi requisiti, oggi come oggi, sono fuori dal mondo: gran parte dei giornalisti o aspiranti tali sono laureati, e il praticantato è utilizzato pochissimo dati i suoi alti costi, confrontati alla comodità per una testata di avere uno stuolo di pubblicisti collaboratori esterni, precari e malpagati.
Quindi, secondo me, andrebbero cambiati i requisiti di accesso alla professione, valorizzando le università, indipendentemente dall’esistenza o meno dell’ordine. L’abolizione dell’ordine non farebbe fare un passo in avanti né alla libertà di stampa né alla facilitazione dell’accesso alla professione giornalistica. Anzi, il vuoto legislativo potrebbe forse causare un passo indietro.
Per quanto riguarda la “casta autoreferenziale” non si vede cosa c’entri con l’ordine. Considerazioni sull’autoreferenzialità del mondo giornalistico le faceva anche Bourdieu in Francia, a prescindere dall’ordine. La collusione è un meccanismo dovuto all’organizzazione del lavoro, ci si può intervenire favorendo il pluralismo, come spiegato nel paragrafo precedente. Ma non sono certo le assemblee dell’ordine quelle in cui si riunisce la casta.
Posizione: indifferente. In ogni caso non firmerò.

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