Vi ricordate

Oggi è il 18 aprile. 60 anni fa, la più grande sconfitta della storia della sinistra italiana.

Prima di questa.

7 risposte a Vi ricordate

  1. lussu scrive:

    e della prossima?

  2. la Chiara scrive:

    Allora, ragazzi.

    Ciao a tutti.

    Come state?

    Mi interesserebbe sapere quali siano le vostre prime reazioni psicologiche a questo trionfo elettorale di Berlusconi e della Lega.

    Per quel che mi riguarda, dato che oramai è già passato qualche giorno, dopo il primissimo sbigottimento mi rendo conto che uno dei primi effetti è che io mi dimostri più attenta agli sconosciuti.

    Per esempio, sto camminando e vedo qualcuno passare per strada: mi capitano improvvisamente in mente domande come “Lui potrebbe essere un leghista?”; e poi altre domande come “O, comunque, qualcuno dei suoi parenti potrebbe essere leghista? E qualcuno dei suoi amici, potrebbe?”; e ancora, pochi istanti dopo, altre domande come “Dal punto di vista statistico, con ‘quanti’ leghisti, in linea puramente teorica, potrebbe essere imparentato un solo uomo? E parimenti, quanti leghisti potrebbe conoscere un solo uomo?”; ed ecco, a quel punto, in un lampo di considerazione lucida della mia medesima posizione, mi sorge in dubbio terrificante:

    “Io stessa, potrei forse conoscere anche solo superficialmente persone che, senza che ci sia mai stata l’occasione parlare delle loro preferenze di voto, hanno votato Lega la settimana scorsa?”

    E, a quel punto, sono inghiottita da vertiginose e imprudenti riflessioni riguardanti la società di massa, l’essenza dei principi democratici, la fondamentale stravaganza dell’ideale dell’eguaglianza, la plausibilità storica di forme alternative di organizzazione politico-sociale.

    Avessimo la sindrome di Stoccolma, senz’altro saremmo, come sono tanti altri, più sereni, in un Paese che è, da 60 anni, fermo allo stesso 48,5%.

  3. Ezio Mauro scrive:

    IL NORD E IL PD

    NEL Paese che cambia, ci sono riforme che non costano nulla, se non un atto di coraggio. Esempio: andare da un notaio, e firmare l’atto di nascita del Partito Democratico del Nord, federato al partito nazionale, con il sindaco di una grande città come segretario. Una forza politica leale a Veltroni ma autonoma, coerente col Pd nei valori ma indipendente nelle sue priorità e nei suoi programmi, soprattutto insediata nella zona italiana del cambiamento, e capace di una sua specifica rappresentanza: in uomini, interessi, esigenze e problemi.

    Tutto questo non nella convinzione che il Nord si sia consegnato alla destra per sempre. Anzi. Il voto, rovesciando il cannibalismo con cui Berlusconi si cibò della Lega nei primi anni della sua avventura, vede, al Senato, il Pdl calare di 70mila voti in Piemonte, di 254mila in Veneto, di 236mila in Lombardia, a vantaggio della rimonta bossiana. E il Pd, che cresce di 295mila consensi in Lombardia e di 72mila in Piemonte, è pari ad ognuno dei suoi avversari in tutto il Nordest, ed è addirittura primo in tutti i capoluoghi veneti, Vicenza, Verona e Treviso compresi.

    Ma il nuovo partito “metropolitano” non arriva al popolo minuto del capitalismo personale che innerva di innovazione e modernità l’area della Pedemontana, né al reddito fisso nordista colpito dalla crisi nella sua rappresentatività sociale. Non è vero che questo sistema economico e sociale rifiuta la politica, perché nella presenza capillare della Lega unita al populismo berlusconiano ha cercato comunque una ipotesi politica di rappresentazione, di interpretazione e di tutela del suo mondo.

    Il problema della sinistra è che è esterna prima ancora che estranea a questa trasformazione molecolare del lavoro e della produzione, perché ferma ad una concezione fordista, “evoluzionista”, dove la piccola impresa è solo l’impresa da piccola e non un soggetto della modernità, che opera nei luoghi del cambiamento, produce beni immateriali come informazione, servizi, finanza, conoscenza: leve di nuove figure professionali, nuovi saperi, nuovi diritti, nuove domande.

    Da questa metropoli diffusa, come anche da Milano, la sinistra non può rimanere fuori, se vuole essere credibile come soggetto del cambiamento. Non può regalarla alla destra, né può pensare che la destra sia lì per caso. Un’offerta di culture diverse può arricchire la zona più ricca d’Italia, nell’interesse del Paese. Forse il Pd del Nord non servirà per vincere, ma servirà per vivere, o almeno per capire.

  4. matt scrive:

    Ma la domanda più agghiacciante che attende risposta è: “E se anche io fossi leghista?”

  5. lussu scrive:

    io credo che il problema sia uno:
    la lega ha individuato un nemico: gli extracomunitari. prima ci aveva provto con i meridionali poi per fortuna per lei sono arrivati gli stranieri.
    hanno inventato un problema che ora è diventato reale: se 5 donne vengno violentate ogni giorno ma solo quella violentata dallo straniero fa notizia ormai la situazione è cambiata.
    se ormai nella percezione il problema della sicurezza esiste poco importa se nei fatti non esiste più di altre volte, noi dobbiamo farci i conti. non so come perchè la situazione è davvero complicata, ma non possiamo più andare dalla gente a dire che il problema sicurezza non esiste perchè nemmeno ci ascolterebbero.
    quindi la siutazione è davvero brutto. io vedo come strada possibile quella di legare la questione sicurezza alla siucurezza non solo sul lavoro, ma anche del lavoro. una insicurezza che poi si manifesta anche nella altre sfere della vita.

  6. Jack Frost scrive:

    Come sempre le analisi di Repubblica, oltre che ad essere altrettanto ossequiose nei confronti del loro referente politico nella stessa misura in cui lo è il Giornale con il Pdl, sono anche sbagliate.

    Ora, dire che le piccole imprese sono il motore del cambiamento è una castroneria. Sono un motore immobile, ma non nel senso aristotelico: sono solo immobili. La forza delle piccole imprese, che ho conosciuto per un breve periodo da dentro, sta nella scarsa innovazione.

    La “giapponesizzazione” del lavoro ha convinto l’operiaio, spesso amico del padrone, non fa più percepire il padrone come uno sfruttatore. E l’operiao si ritrova nelle tesi economiche della Lega: per guadagnare non devo pretendere migliori condizioni lavorative e salariali, ma devo allungare la mia giornata lavorativa. Ben vengano quindi le proposte leghiste per detassare gli straordinari.

    La sinsitra che parla di lavorare meno è percepita a distanze siderali, e appare a queste persone come la solita forza politica che difende quei fancazzisti degli statali (su questo hanno ragione) e parla solo di froci e zingari (su questo no).

    Sul fatto che il Pd non rappresenti questo mondo non c’è dubbio: mentre la Lega rappresenta perfettamente gli interessi della piccola impresa e spara a zero su Montezemolo, il Pd, oggi con maggior forza rispetto a Prodi, è diventato il referente politico del grande capitalismo industriale e finanziario. Questi sono due mondi antitetici: vedremo se Berlusconi riuscirà a farli convivere.

    Voi chi preferite, dato che la sinistra non c’è più in Parlamento?La grande industria dei De Benedetti, Montezemolo e Guidi, tutta lampade, erre moscia e libersimo? O la piccola industria, tutta dialetto, cattivo gusto e protezionismo, che odia il doppiopetto e evade tutto l’evadibile?

  7. uhm..però se tornassimo a quel vecchio simbolo unitario…quello a destra intendo.

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