On Saviano (un po’ mea culpa un po’ no)

Complice Cannes, si è ricominciato a parlare di Roberto Saviano, e allora provo a mettere su carta (schermo?) alcuni dei pensieri che ho in testa da un po’, nella speranza che acquistino un po’ di ordine e quindi di senso.

All’epoca non ho letto Gomorra. Ne avevo letto una recensione entusiastica su Nandropausa, la newsletter letteraria dei Wu Ming, che in passato mi aveva consigliato alcuni dei libri più grandiosi incontrati negli ultimi anni (due su tutti: Romanzo criminale di De Cataldo e Scirocco di Di Michele). Ma, poche settimane dopo, il caso letterario era esploso in dimensioni tali da sollecitare il mio pur scarso snobismo e relegare momentaneamente Gomorra nella calviniana categoria dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque È Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu.
La sovraesposizione mediatica di Saviano nei mesi successivi ha fatto il resto: la madonna pellegrina di Casal di Principe, col passare del tempo, mi ha definitivamente rotto il cazzo. Non è possibile, pensavo, che siccome uno, tra le decine di giovani scrittori e giornalisti che hanno scritto e scrivono di criminalità organizzata rischiando la pelle tutti i giorrni, ha avuto il culo di incontrare l’ufficio marketing di Mondadori, diventa l’unico ad aver capito tutto. Ok, bravo Saviano, ma ora togliti dai coglioni. Non se ne può più di sentir parlare di te, vorrei leggere meno elogi rivolti a te e più inchieste sull’economia sommersa, posso?

Poi, intorno a Natale dell’anno scorso, il libro mi è capitato in mano. Era sulla lavatrice, abbandonato lì parecchio tempo prima dalla sua legittima proprietaria, e ho deciso che era il momento di aprirlo. Mi aspettavo quello di cui mi avevano parlato i Wu Ming: la sostanza profonda dell’economia camorristica, un’immersione totale nella merda su cui si fonda il nostro amato sistema, un pugno in faccia alle nostre convinzioni autoassolutorie di italiani perbene.
‘somma.
La sostanza c’era, ed era davvero potente. Le storie che Saviano raccoglie sono di una violenza e allo stesso tempo di una ricchezza inaudite, tanto più per lettori che con quel mondo finora hanno ritenuto di avere ben poco in comune. E proprio per questo, leggendolo, ti verrebbe voglia di accelerare, di saperne ancora, di leggere la storia successiva subito, di bertela in un attimo, a costo di scottarti l’esofago.
Peccato che a impedirtelo appaiano sempre, sistematicamente, un paio di paragrafi di ripetizione enfatica e drammatizzata della storia appena raccontata. Episodi straordinari, che potrebbero essere racchiusi in schizzi istantanei e violentissimi da Van Gogh, diventano affreschi barocchi e pomposi, polpettoni da 4 o 6 pagine in cui Saviano colleziona aggettivi nel modo più impavido. Dispiace dirlo: troppo napoletano. Troppa retorica, troppa enfasi, troppo coinvolgimento, troppi strilli, ad accompagnare una storia che già di per sé è umana troppo umana, nel bene e nel male, e puzza di sudore, di affollamento, insomma di persone, peggio di un autobus al’ora di punta.

Insomma, finisce che quando mi dimentico il libro a 1600 km di distanza, non me ne cruccio particolarmente. Il libro torna, ma resta lì. Prima o poi lo finirò.

Poi esce il film. Su cui ho poche cose da dire, dato che non l’ho visto. Mi limito a linkare due recensioni opposte, da due blog che leggo piuttosto spesso: qui quella negativa, qui quella positiva. E a dire che già il fatto che siano usciti due film come Gomorra e Il divo, da due registi italiani conosciuti anche se non famosissimi, è una notizia splendida per tutti quelli che si sono stufati dei trentenni di Muccino, dei froci di Ozpetek e di tutte le altre puttanate minimaliste dietro a cui i cineasti italiani hanno nascosto per decenni la loro minima intelligenza e il loro minimo coraggio. W il cinema italiano che infila le mani di gusto dentro la merda della storia e della realtà, a prescindere dal risultato.

Allora, uscito il film, ripenso a Saviano. Ripenso a quando mi abbia rotto il cazzo lui e a quanti difetti abbia trovato nel libro. Vado a vedere Biutiful cauntri, il documentario sui rifiuti. Che non c’entra niente con Gomorra, o almeno c’entra poco, ma in cui, nonostante il giudizio di fondo largamente positivo, ritrovo lo stesso fastidio per l’enfasi, per la drammatizzazione del lato personale (il pastore che piange perché gli muoiono le pecore, tutte queste persone che dicono sempre “io, io” e lo dicono sempre a un volume troppo alto), per gli strilli costanti, per la caciara ignobile dietro cui si nascondono le ottime ragioni dei protagonisti.
Esco dal cinema perplesso. Ne parlo un po’ in giro. Penso. Ne dibatto con altri ospiti brilli a una cena di nozze. Ripenso. E arrivo alla conclusione, per quanto imperfetta e transitoria, che ho torto. Quegli strilli fanno parte di quel mondo, come le 150 pagine in più che Saviano ha aggiunto al Gomorra asciutto che avrebbe scritto Sciascia e che avrei voluto leggere io. E il bello di Saviano, quello che lo rende eccezionale rispetto al resto dei libri che si occupano di quei temi, è proprio la sua internità a quel mondo, il suo vivere il dramma della camorra sulla propria pelle, il suo parlare la stessa lingua dei soldati del Sistema, il suo denunciare l’oppressione camorristica come un ostacolo vero e immanente al libero sviluppo dell’esistenza di un ragazzo della mia età che nella vita scrive cose di casa sua. E se a me non va bene, perché sono veneto, ho letto troppo Calvino e voglio arrivare subito al sodo, peggio per me. Mi metto lì con pazienza e leggo tutto, perché è giusto così. È sbagliato, ma è giusto così.

Sistemato il libro, che a breve quindi riprenderò in mano, restano da regolare i conti con l’autore. Che mi ha inopinatamente rotto il cazzo. Solo il genocidio degli armeni ha raggiunto negli ultimi anni un tale livello di svangamento dei coglioni, per il sottoscritto. Però ha scritto un libro bello, importante e coraggioso, per quanto scritto male. Può essere davvero così intollerabile?
Penso. In effetti non è lui a darmi fastidio. Anzi, quando l’ho visto da Fazio mi è anche piaciuto: coraggioso, diretto, certo, un po’ retorico, ma neanche troppo, visto il livello di coinvolgimento personale nelle cose di cui parla e scrive.
A darmi fastidio è Repubblica che nell’unica pagina dedicata alla camorra degli ultimi giorni, titola con l’opinione di Saviano su quello che succede. Chi cazzo se ne frega dell’opinione di Saviano? Lui ha detto quello che doveva dire, perché i giornali continuano a ripetere quello invece di andare oltre, continuare a scavare?
Pensieri sparsi, più che altro impressioni, che finalmente un altro bel blog che ogni tanto seguo ha messo bene in ordine qui. Ha ragione Miic:

Da due anni Saviano ripete che bisognerebbe sostenere il lavoro dei magistrati anticamorra, seguire il processo Spartacus che ha un’importanza pari al maxiprocesso di Palermo contro la mafia. Lo dice, lo scrive, e ditemi voi se sul processo Spartacus avete mai trovato una notizia che è una. Poi ammazzano qualcun altro, reintervistano Saviano, e lui lo ridice. E che altro deve fare?

Ha ragione, ha dato un senso alle cose che stavo pensando. È la solita storia del saggio, la luna e il dito. La colpa è di chi continua a farmi guardare il dito, non di quel povero cristo del saggio.
Tra i commenti ritrovo poi un passaggio, tratto da qui, che all’epoca avevo capito poco, e che ora mi pare la cosa più intelligente scritta sulla questione:

Il problema è che si continua a non parlare di camorra, di quel che Gomorra descrive, di chi ancora si oppone a quei poteri. Si parla troppo di Roberto Saviano (anzi: di “Roberto Saviano”). Non capendo (ma per fortuna qualcuno che lo capisce c’è) che il modo migliore per tutelare il Saviano reale e in carne-ed-ossa (e non la sua statua in cera prematuramente esposta al museo dei Grandi Autori) sarebbe far vedere che lui non è solo su quel territorio, che non c’è soltanto lui.
La lettura di Gomorra dovrebbe spronare ad andare oltre, a interessarsi di quel che succede in quel mondo, a leggere (per fare un nome) “La voce della Campania”, a fare il possibile per diffondere certe voci.
Sottolineare le peculiarità di Gomorra è stato importante, ma adesso bisognerebbe porre l’accento su quel che Gomorra ha in comune con tutto quello che si muove, con fatica, in situazioni difficilissime.
Che almeno i problemi di Saviano siano lo stimolo a conoscere, ad approfondire, a essere coinvolti.
Liberare Roberto Saviano da “Roberto Saviano”. Desavianizzare Gomorra.

Scusa Saviano. Non è colpa tua, mi sei anche simpatico. Perciò non ti dico più di toglierti dai coglioni. Lo dico agli altri, ai media: quando lo riprendete, provate a tenere l’inquadratura un po’ più larga. Magari entra qualcosa dello sfondo. Magari iniziate a intravedere cosa c’è dietro le cose che Saviano vi sta raccontando. Magari vi viene voglia di saperne qualcosa di più, e di riferircelo per quanto possibile. Magari.

2 risposte a On Saviano (un po’ mea culpa un po’ no)

  1. Miic scrive:

    Col tuo post mi è successo un po’ quello che a te è successo con gomorra: all’inizio mi stava sul cazzo poi andando avanti ho scoperto che è proprio bello;) ciao e grazie!

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