La privacy ha rotto i coglioni. E anche no.

L’ottimo Alessandro Gilioli (letto tramite Luca Sofri) scrive, coi modi pacati che lo contraddistinguono, due cose molto importanti a cui pensavo da un po’. Una la dice bene, l’altra un po’ meno.

Gilioli spiega con pochi ottimi esempi che la privacy ha rotto i coglioni. Davvero non se ne può più. Chi fa il giornalista lo nota più da vicino, ma provate a farci caso: nessuno dice più un cazzo. Con la scusa della privacy si è istituzionalizzata l’omertà più assoluta ad ogni livello burocratico e geografico. E così nel mitico Nordest si possono sentire dialoghi come i seguenti:

Cronista Sfigato: “In quanti erano i rapinatori?”
Commessa Tinta: “Non sono autorizzata a dirglielo, c’è la privacy.”

Cronista Sfigato: “Mi può lasciare una copia del bilancio?”
Impiegato Comunale: “Torni lunedì, devo chiedere l’autorizzazione al dirigente. Questione diprivacy.”

Cronista Sfigato: “Signora, lei abita in questa palazzina?”
Tardona In Ciabatte: “Non posso dirglielo. Sa, la privacy…”

Allora, capiamoci una volta per tutte: LA PRIVACY NON C’ENTRA UNA BENEAMATA MAZZA CON NESSUNA DELLE CIRCOSTANZE CITATE. Nessuna. NESSUNA. None. Ninguna. Gnanca una.

In Italia per privacy si intende il contenuto della legge 675/1996, poi superata dalla 196/2003. La normativa si occupa, sostanzialmente, di tutelare i dati personali. Non per questo abolisce i più elementari criteri di buona educazione, né mette il bavaglio a chicchessia, né soprattutto obbliga (anzi, obbliga al contrario) i dipendenti della pubblica amministrazione a occultare dati pubblici.

La disinformazione dilagante, osserva Gilioli citando Umberto Galimberti, ha fatto della privacy

un’isteria cresciuta in modo inversamente proporzionale al controllo subìto: quando la gran parte della popolazione viveva in piccoli paesi, e tutti conoscevano tutti, il diritto alla riservatezza era inferiore e veniva violato, diciamo così, a vista. Nell’era dell’urbanizzazione e delle metropoli, invece, la sfera del privato è molto più ampia.

In nome della privacy, quindi, ci si nega l’un l’altro informazioni basilari e che sarebbe più utile a tutti e alla collettività diffondere. Si creano steccati incongrui, si impediscono pratiche che non hanno niente di intrusivo, si alimenta un clima di diffidenza e ipersensibilità in cui ogni atto proveniente dall’esterno è considerato a prescindere malintenzionato e foriero di chissà quali sventure.
Calma, gente. Non vi vogliamo fregare. Siamo persone come voi, che vi fanno delle domande. Se non vi è troppo disturbo, fateci la cortesia di rispondere. E se siete dipendenti pubblici, non fateci nessuna cortesia e limitatevi a fare il vostro dovere senza fiatare, ché se no altro che Brunetta.
Sul serio: non vogliamoci male. Parliamoci. Veniamo in pace. Non tutte le domande portano in sé una fregatura. Fidatevi.

Da qui in poi, non sono più d’accordo con Gilioli e Galimberti, soprattutto quando parlano di tecnologia. Se infatti considero eccessiva e oltre i livelli della patologia la paranoia da privacy nei rapporti personali, quando si parla di tecnologia, per citare Strange Days, il problema non è se sei paranoico, ma se sei abbastanza paranoico.
Mi spiego meglio: secondo me la madre di tutti gli errori è spaventarsi e brandire la privacy quando si è di fronte a una richiesta alla luce del sole, e poi fidarsi quando i propri dati sono chissà dove e usati per chissà quali motivi.
Esempio: le intercettazioni. Molti, soprattutto a sinistra, dicono: non ha senso proibirle, se servono alle indagini, bisogna vietarne la pubblicazione. All’apparenza non fa una grinza: io giudice intercetto un imputato, poi però lui non viene messo alla gogna e la cosa resta tra me e lui. Ma in realtà il meccanismo è ben più preoccupante. Fassino e D’Alema, infatti, sono stati sputtanati sui giornali. Ma almeno sanno cosa c’è contro di loro. Hanno perso la faccia senza aver commesso alcun reato, probabilmente, ma la cosa finisce lì. Se le intercettazioni fossero state effettuate e non pubblicate, oggi in Italia ci sarebbe un magistrato, un poliziotto, un usciere del palazzo di giustizia con in mano un bel faldone e la possibilità di tenere sotto ricatto due politici di primo piano vita natural durante. Provate ad associare questo ragionamento alla vita sessuale di un personaggio pubblico, all’elenco dei vostri acquisti al supermercato, oppure al mondo della finanza, dove la differenza di informazione è, dal punto di vista scientifico, la discriminante fondamentale tra chi vince e chi perde.

Questo, secondo me, è il discrimine su cui dobbiamo ragionare: massima apertura alla diffusione pubblica delle informazioni alla luce del sole, senza troppi patemi; massima attenzione alla raccolta delle informazioni che restano riservate, e costituiscono perciò un patrimonio potente e pericoloso.

3 risposte a La privacy ha rotto i coglioni. E anche no.

  1. matte scrive:

    bel post, sono sostanzialmente d’accordo. una delle violazioni “nell’ombra” della privacy più preoccupanti e meno note è la raccolta di informazioni sulla salute dei lavoratori da parte del datore di lavoro. questa pratica è molto più diffusa di quanto si pensi, e le indagini sono spesso affidate ad agenzie investigative di dubbia integrità.
    quanto a vita pubblica e privata nelle città, vi trasmetto un pensiero di un amico architetto: quando anni fa progettava condomini, per legge questi dovevano soddisfare requisiti sugli spazi pubblici: una sala giochi, una lavanderia, uno spazio comune dove eventualmente sistemare una televisione, un cortile comune. Questi erano requisiti desiderabili per chi andava ad abitare in un condominio. Oggi si trova a progettare condomini in cui fino al secondo piano ogni appartamento ha una scala d’accesso propria.

  2. […] oltre all’orsaggine dei veneti e al dolore del momento. C’è quello di cui si parlava qui, c’è un senso comune ormai totalmente volto alla privatizzazione di qualsiasi cosa, […]

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