Invectiva contra fontem quendam

Ammetto tutto. Il carattere di un popolo può essere naturalmente ritroso. E la situazione può essere la peggiore, e in effetti quasi sempre lo è. Nessuno vi chiede allegria o ciarle, quando si tratta di cronaca nera. Non mi sto divertendo neanch’io, ve lo assicuro. Mi sto rivolgendo a voi nella vostra lingua, con tono serio e umile, come si confà all’occasione.

Ma secondo me c’è qualcosa di più, oltre all’orsaggine dei veneti e al dolore del momento. C’è quello di cui si parlava qui, c’è un senso comune ormai totalmente volto alla privatizzazione di qualsiasi cosa, all’erezione di muri e confini, alla paranoia di diffondere all’esterno qualsiasi informazione, anche quelle che già conoscono tutti. Sì, perché sto parlando di persone che si rifiutano di rispondere a domande come: “Dove lavorava?” o “La moglie, come si chiama?”. Cose che tutti sanno, in paese, e che ricostruirò. Solo che lo farò peggio. Rischierò errori, imprecisioni. E allora dopodomani mi telefonerete incazzati, perché mi sono dimenticato di qualcuno, o perché ho scritto qualcosa che non dovevo scrivere. Oppure non mi chiamerete, appallottolerete il giornale scuotendo la testa, pronti ad andare a firmare il prossimo referendum di Grillo.

C’è una soluzione a tutto questo, sapete? Si chiama PARLARE. Parlate, cazzo. Vi faccio una domanda, del tutto innocente, rispondetemi, per dio! Non vi rubo niente. Mi presento con nome, cognome, testata e l’accento di chi abita a 5 chilometri da voi. Non vi chiedo cose che non volete dirmi. Non mi interessa la vostra vita privata, né quella del vostro congiunto tragicamente scomparso. Mi interessa solo fare il mio mestiere, cioè fornire un’informazione il più possibile completa, precisa e corretta ai lettori. Fra cui ci siete anche voi, non prendiamoci in giro. Anche voi leggete, e anche voi, quando vedete un nome, volete sapere chi era, “Ah sì, era quello lì che lavorava lì, il marito di quella là”. E vi incazzate, se non trovate queste informazioni. Giustamente, perché le notizie vanno date per intero. Vi incazzate ancora di più se ci sono gli errori. Allora non fatemeli fare. Parlatemi. Se c’è qualcosa da tacere, lo farò. Non dirò che il caro congiunto andava a troie e picchiava la moglie. Dirò che era un gran lavoratore, e che i familiari lo ricordano come una persona gentile e disponibile. Soprattutto non dirò che siete degli stronzi, convinti di avere chissà quali segreti da custodire e soprattutto di riuscire a farlo. Invece siete solo dei cretini, che domani apriranno il giornale e troveranno un’informazione molto meno completa, precisa e corretta di quella che avrebbero letto se non si fossero fatti mangiare il cervello dalla retorica della privacy. Finché non capirete questo, smettetela di lamentarvi, non ne avete titolo. Mona. Meritate che su di voi e sui vostri amati congiunti si diffondano balle, confusioni ed equivoci per 7 generazioni. Perché avete avuto l’occasione per dire la vostra e chiarire le cose come stanno, e non avete voluto farlo. Preferite la privacy? Beccatevi Cronaca vera. Ve lo meritate, Cronaca vera.

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