La mitologia del ciclismo

La squalifica di Riccardo Riccò ha un significato che va oltre lo sport. Certo, banalmente si potrebbe dire che è anche una faccenda di soldi. Lo è, ma non è solo questo. Come si è detto qui, di per sè questa squalifica non turba particolarmente né me né Masaccio, né, immagino, i molti appassionati. A subire è lo spirito collettivo che nasce dal ciclismo. Certo, il ciclismo è uno sport così bello che si risolleverà anche da questa caduta, visto che in passato ne ha passate di peggiori. Ma a dar fastidio è la serie inesauribile di bastonate. Si vede che il ciclismo degli anni ‘90 aveva raggiunto dei livelli di doping difficili da annullare. Qualcosa si sta facendo. Se guardiamo il kilometraggio dei grandi giri negli ultimi dieci anni è diminuito di molto (da 4000 a 3500 circa), segno che la lotta al doping funziona.

Il ciclismo si risolleverà perché per ottant’anni si era costruito una fame incredibile, era uno sport popolare. Il ciclismo piace perchè quando vedi un ciclista arrampicarsi sullo Stelvio vedi la sua faccia sfigurata dalla fatica. Il doping in questo senso non è una scorciatoia per la fatica. La fatica rimane sempre la stessa, ed è questo che fa esaltare la gente ancora per il ciclismo.

Forse il doping falserà i livello. Può darsi: ed è questo può darsi che turba l’immaginario collettivo. Probabilmente in realtà il doping non falsa i risultati, ma trasla il livello verso l’alto. Ma va tolto questo sospetto e va eliminato il doping, anche se tutti sono dopati uguali.

E’ il sentire comune verso il ciclismo che subisce più di tutti da questi fatti. Ad esempio, Malingut non andrà a Prato Nevoso, perché l’atmosfera non sarà la stessa, ci si aspetterà un tour mediocre senza nessuno che attaccherà, con le cose che si decideranno alla crono. La leggenda del ciclismo non si è creata con le crono, si è creata con le montagna. E a Prato Nevoso la folla non sarà più in trepida attesa di vedere un ciclista solo verso l’arrivo.

Per molte persone, nomi come Bugno, Fignon, Chioccioli, Argentin non sono solo ciclisti, sono nomi che sentivi pronunciare dai nonni al bar, quando ti portavano a prendere un’aranciata e loro andavano a farsi un bianco. E prima ancora questo discorso valeva per Merckx e Gimondi. E prima ancora per Coppi e Bartali. E prima ancora per Girardegno e Binda. Erano delle rappresentazioni, facevano parte del mito. Vedere passare il giro, per una comunità è come celebrarsi senza pretese, omaggiando la fatica del ciclista.

Il mito continuerà a riprodursi. Ma tutte le leggende nascono da storie di uomini veri e il rischio per il ciclismo è di rimanere un mito senza più uomini veri.

12 risposte a La mitologia del ciclismo

  1. c. scrive:

    mio nonno non beveva bianchi, beveva lambrusco. e non lo faceva al bar, lo faceva a casa. e non mi raccontava della mitologia del ciclismo, mi raccontava le barzellette.

    differenze di genere, si diceva poco più sotto. sarà così? (può essere, ma mi pare semplicistico e un po’ autocompiaciuto).

    comunque, stupisce come carichiate la passione per il ciclismo, per il calcio, insomma per lo sport in generale, di un particolare significato collettivo, come fosse, per virtù propria, per il solo fatto del gioco giocato, portatore di automatica fratellanza universale.

    (beh, direi universale e maschile. mica era la nonna che vi portava al bar, e voi stessi constatate che siete tutti maschi a interessarvi di queste cose).

    di ciclismo non ne so nulla ma mi pare da quello che ho letto da voi che l’epicità dello sport si veda sempre meno, sotto i soldi, il doping, la spettacolarizzazione, gli scandali.

    eroi di questo calibro sono venuti alla luce per particolari qualità di fisico, di animo?
    eroi di questo calibro mi pare li si possa trovare ovunque si puntino i riflettori.
    non solo nella categoria “ciclismo”, ma in qualunque altra. in quella degli insegnanti delle elementari, dei giudici, dei paninari onti, dei bagnini, dei frati, dei camionisti, delle prostitute sui viali.
    se la tal categoria fosse per qualche motivo investita del significato parareligioso (ma laico), che voi date al ciclismo, non si troverebbe un “eroe” anche lì?

    basta una “folla in trepida attesa” che, però, c’è per tutti: da ratzinger al vincitore del grande fratello.

    dice lussu, il ciclismo è uno sport popolare.
    potrei dire lo stesso di berlusconi, del santuario di lourdes, del cornetto algida, della ferilli e sentire di aver detto la verità.
    improvvisamente la parola “popolare” – che mentre leggevo il post credevo di aver capito – mi diventa oscura.
    cosa significa “popolare”? c’è un “popolare buono” e un “popolare cattivo”? e servono a qualcosa? se sì, cosa? si possono distinguere?

    e a voi – che siete affidabili primo perché siete maschi e secondo perché dimostrate di sapere generazioni di ciclisti a memoria come i 7 re di roma – chiedo se il ciclismo sta trapassando dal “popolare buono” (la gente, la comunità, la celebrazione, con un pizzico di nostalgia buonista e lacrimona) al “popolare cattivo” (industria dello spettacolo, sponsor e intrattenimento, come qualcuno ha detto).

  2. masaccio scrive:

    Ma infatti. Tutto fa schifo, tutto è una merda, specie se piace a qualcuno. Uccidiamoci tutti.

  3. c. scrive:

    Uffa, l’aggressività mi annoia.

  4. masaccio scrive:

    È che, per buona educazione, sono abituato a rispondere a chi passa di qua e dice la sua. Solo che la tua proprio non l’ho capita.

  5. c. scrive:

    Non mi ero spiegata bene, bastava dirlo.
    In sintesi: a me di sport non me pò fregà de meno: non lo capisco e non lo amo. (Son capitata nel blog sbagliato, mi dirai. Infatti qualche sospetto comincia a venirmi.) Comunque, mi incuriosisce sentire cosa vedete sotto i milioni e sotto il doping. “E’ uno sport popolare”, dite. Anche Berlusconi è popolare, mi pare.
    Cosa vuol dire popolare?

  6. soupe84 scrive:

    Quando sono nato i miei nonni non c’erano già più.
    Sono cresciuto sulle stanche ginocchia di mia nonna materna, mi dava da mangiare el sbatoeto mentre mi raccontava la storia de petì e petèe che xe ndai a nosèe; giocavo a briscoea con lei, mi lasciava vincere. Un paio di volte mi ha insegnato a fare la maglia coi ferri.

  7. masaccio scrive:

    Dopo la Reductio ad Hitlerum (http://en.wikipedia.org/wiki/Reductio_ad_Hitlerum), ora abbiamo anche la Reductio ad Berlusconem? Non potremo mai più dire che il panettone è buono, perché è milanese e anche Silvio lo è?
    Scherzi a parte, il paragone che fai non mi sembra reggere granché. Attribuisci infatti al termine popolare un significato puramente quantitativo: piace a tanta gente. Ma non è vero. Il ciclismo è molto seguito, ma è certamente meno seguito, se il termine di paragone sono i dati Auditel, di tante altre cose.
    Lussu ha usato il termine mito, tu parli di epica: può darsi che in effetti sia stato il racconto del ciclismo ad averlo reso così profondamente radicato nell’immaginario di tanti italiani. Va detto però che è molto più facile scrivere un bel racconto su Pantani che sale, prendendo e staccando tutti quanti, solo verso la cima pelata dell’Alpe d’Huez, mentre tutti guardano la sua pelata scottata e la sua faccia dura, che sull’ultimo dispositivo elettronico per la partenza elaborato dalla McLaren. I fattori possono essere molti: dalle mie parti vanno tutti in bici, sempre, e in effetti si sfornano ciclisti a ciclo continuo, e quando arriva il Giro si va tutti a vederlo. L’ho anche già scritto: nessun altro sport ti passa davanti a casa. E poi c’è un meccanismo piuttosto semplice: uno sale su una bici e pedala, chi arriva primo vince, in salita si fa più fatica e in discesa si rischia di cadere.
    Ma soprattutto: c’è davvero bisogno di giustificazioni?

  8. lussu scrive:

    @ C.
    Non sono così convinto che lo sport non ti piaccia: sicuramente ti obbliga a sederti davanti a un computer e scrivere, cercando di capire perchè questo blog parla di ciclismo.
    Ti do un suggerimento: il prossimo anno vai in montagna a un arrivo del giro d’Italia. Ti accorgerei cosa vuol dire popolare. Troverai gente di tutti i tipi e anche, mi duole per te, tante donne. Popolare vuol dire questo.
    Il paragone con Berlusconi è vergognoso. Mi fa imbestialire. Berlusconi non è popolare, o sicuramente non lo è nel senso del ciclismo. Anzi: la gente ha iniziato a votare Berlusconi proprio perchè la spocchia della sinistra ha iniziato ad abbandonare i luoghi popolari, gli sono stati regalati.
    Sembra che la sinistra non impari dai prorpi errore: così come negli anni 70 non si poteva ascoltare Battisiti perchè uno che non parla di politica è un fascista così oggi, lo sport non è abbastanza intellettualoide da poter essere sdoganato.
    Popolare è un luogo dove la gente si incontra in maniera prepolitica. Le feste dell’unita in Emila sono popolari, ma sono prepolitiche, Così il ciclismo. Berlusconi non è prepolitico, è politico, questa è la differenza. Io posso andare a vedere il ciclismo senza dovermi giustificare. Con Berlusconi, o anche con la sinistra no: quella è una scelta. Andare a una festa dell’unità a Novellara non è una scelta: è normale.
    La gente si può sentire libera di andare a cuocere salsicce prima dell’arrivo al Mortirolo senza pretese. Non può fare lo stesso alla festa del Popolo delle Libertà. Ripeto: il paragone non regge.
    Come dicevo qualche post fa, Bartali vincendo il Tour del ’48 impedì che la rivolta comunista per l’attentato di Togliatti assunse le dimensioni di una rivoluzione. Perchè la gente sostituì la religione del comunismo con la religione del ciclismo. Due proiezioni collettive, due miti. Su questo non si discute, è un fatto, è storia.
    E sinceramente io trovo bello che sia così. Tutti dicono con un’aura di critica: “gli italiani diventano nazionalisti solo ai mondiali.” Trovo bellissimo che gli italiani diventino nazionalisti per i mondiali e non per le guerre. Poi possiamo discutere del fatto che non è bello, che ci sia il doping, che i ciclisti (alcuni) prendono un sacco di soldi. D’accordo. Ma allora esigo la stessa coerenza di quando parliamo di politica.
    In un blog non si può parlare di ciclismo perchè in fondo i ciclisti sono tutti miliardari dopati? E allora perchè si può parlare di politica, anche se la politica è fatta da miliardari per i quali la posta in gioco è avere o no una banca? Cambia molto?
    Possiamo decidere di non parlare di sport (o di cambiare blog). Ma a fare i discorsi che fai tu si può arrivare solo da una parte: alla sconfitta culturale.
    Gli anni settanta le curve erano di sinistra perchè l’egemonia culturale della sinistra era dominante. Erano uno specchio della società. Ora abbiamo curve naziste, non so se rendo. Devo smettere di guardare il calcio per questo? No perchè il calcio mi piace, mi diverto, e proprio per questo non voglio che dei nazisti possano fare proseliti in luoghi di aggregazione.
    Lo dico a te e un po’ anche a Soupe: trovo fastidiosa la spocchia che relega lo sport a una cosa da beceri di cui la sinistra intellettuale non dovrebbe occuparsi. Aprite il vostro frigo, avrete dei prodotti Nestlè. Guardate i vostri vestiti: almeno qualcuno di questi sarà stato tessuto da qualche bambino cinese. Sicuramente siete andati al cinema a vedere film Medusa. E allora perchè la coerenza deve essere solo in un’unica direzione e in particolare per le cose che non vi appassionano? O meglio per quelle cose che per la sinistra sono un obiettivo fin troppo facile?

  9. c. scrive:

    Lussu grazie, ci penserò su. E magari seguendo il tuo consiglio andrò a vedere un arrivo del giro d’italia.
    Mi permetto di risponderti, e non perché voglio l’ultima parola. Solo 3 cose 3, in ordine di importanza:

    1. Quello che non ho fatto. Non ho fatto paragoni con Berlusconi che non riguardassero anche gelati, donne e santuari. Non ho mai detto che voi non dovreste interessarvi allo sport. Non ho mai detto che lo sport non è degno della sinistra intellettuale. Non ho rivolto accuse di incoerenza. Non ho richiesto giustificazioni (lo preciso anche a masaccio che, a ragione, si chiedeva, retoricamente, se ce ne fosse bisogno. La risposta ovviamente è no). Invece:

    2. Quello che ho fatto è stato rivolgere la domanda “che cosa significa popolare”. Se ho capito bene, lussu, mi rispondi che popolare indica quelle forme di aggreazione prepolitica che sono condizione necessaria per ripristinare l’egemonia culturale perduta. Ti sono grata della visione (davvero) e non mancherò di rifletterci su. Però:

    3. Se scrivi su un blog, automaticamente stai offrendo ciò che scrivi al pubblico (se non intendessi farlo, terresti su un diario nel cassetto del comodino, giusto?). Dunque non “imbestialirti” (cito) se qualcuno ammette di non sapere, dunque di non capire, e si risolve a rivolgerti una domanda.

  10. c. scrive:

    …domanda provocatoria forse, ma falsa no.

  11. lussu scrive:

    E dove ci sta scritto che non posso imbestialrmi?
    Al massimo non posso censurare chi commenta (da discutere comuqnue, acneh se non l’ho mia fatto). Ma la differnza fra un blog e un diario è se volgio o meno rendere pubblici i miei scritti. Se mi vedo con un amico al bar e questo dice una cazzata, io mi imbestialisco, ma mica devo smettere di andare al bar a parlare con gli amici. Nella fattispecie poi …
    “dice lussu, il ciclismo è uno sport popolare.
    potrei dire lo stesso di berlusconi, del santuario di lourdes, del cornetto algida, della ferilli e sentire di aver detto la verità.”
    a me più che una domanda sembrava un’insinuazione …

  12. […] e le ha pagate, nel modo peggiore. E poi il ciclismo porta alla retorica, l’abbiamo già detto. Ma un giorno all’anno si può anche sbracare. Avevo 11 anni quando camminavo per Treviso col […]

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