Ripartenza o contropiede?

Non sono mai stato iscritto a un partito, semplicemente perché ho sempre fatto altro (movimento e sindacato), ma mi sono sempre sentito comunista, e ho sempre seguito da vicino le attività di Prc e Pdci, gli unici partiti che ho votato nella mia vita, gli unici i cui militanti ho sempre visto dalla mia stessa parte, da Genova in poi.
Per questo è inevitabile che mi interessi al congresso di Rifondazione. Anche perché è chiaro che le indicazioni che usciranno da Chianciano saranno quelle intorno alle quali si dovranno schierare anche gli altri soggetti della variegata stracciatella della sinistra più o meno comunista, più o meno radicale, più o meno alternativa.
Cerco di interessarmene al netto dei concorsi di bellezza tra i leader e soprattutto al netto delle caricature conservatori vs innovatori che la stampa borghese ha costruito. Far passare per veterocomunista l’estensore delle tesi congressuali con cui Bertinotti rompeva con il comunismo tradizionale, cioè Paolo Ferrero, mi sembra ridicolo.


Ho letto le mozioni. Leggere la mozione Acerbo mi ha fatto uno strano effetto: mi sembrava di ritrovare un vecchio amico che non vedevo da tanto. Rifondazione. Rifondazione come l’ho conosciuta quando ho iniziato a occuparmi di politica, nell’ormai mitico biennio 2001-2003. Rifondazione con i suoi difetti (una congenità genericità, un certo velleitarismo, la mitizzazione dei movimenti tipica di chi non li conosce) e con i suoi pregi (l’apertura critica, il dubbio metodico, una splendida e solida radicalità, irriducibilmente alternativa a ogni modello dominante). Un amico che non vedevo da un po’, direi almeno da un paio d’anni, da quando sentivo parlare solo di San Paolo, di Lombardi e di Marchionne.
Quello descritto in quella mozione a me sembra il partito che Bertinotti ha condotto per tanti anni, il partito che era a Genova. Un partito sicuramente insufficiente e debole, tant’è che non ne ho mai fatto parte, preferendo impegnarmi in altro, ma certamente un partito più incisivo nella società rispetto a quello di Migliore e Folena che si è visto negli ultimi 2 anni.
E proprio quel partito, invece, quello di Migliore e Folena, traspariva dalla lettura della mozione Vendola. Attenzione: non sto dicendo che da una parte stiano i cattivi burocrati e dall’altra i buoni militanti. Non sto parlando di morale, sto parlando di linea politica. Sto dicendo che di fronte alla tragedia elettorale, le due uscite sono piuttosto diverse: da una parte il ritorno al sociale, all’opposizione, alla ricerca di un radicamento che porti la sinistra a essere realmente utile per una parte della popolazione e quindi meno sensibile ai mutamenti del voto di opinione, dall’altra un’ulteriore scommessa su questo sistema politico, su una mutazione della sinistra per adeguarsi a un sistema politico che l’ha rigettata, sulla creazione di un grande contenitore intorno a un leader da cui poter ripartire.
Il velleitarismo e il movimentismo sono quanto di più distante dal sottoscritto. Ma oggi come oggi mi convince di più la prima possibilità: non credo in soluzioni palingenetiche, nessun contenitore e nessun leader ci potrà salvare. Per ricostruire la sinistra non servono accelerazioni, servono studio, lavoro, lavoro e studio. Serve un gigantesco sforzo di analisi, di ricerca, di azione, di lotta. Come ho scritto il giorno dopo la sconfitta, abbiamo perso perché siamo stati completamente inutili: in 2 anni di governo abbiamo rotto le balle su tutto senza ottenere niente, e i cittadini non hanno visto nessuna utilità nell’esistenza di una sinistra politica. Abbiamo cercato di salvarci mettendoci tutti insieme e nascondendoci dietro al nome sinistra, credendo che bastasse. No. Salvare la sinistra non è un problema che interessi più del 3,2% della popolazione. E proprio per questo, adesso, la proposta di salvarci con un altro grande contenitore di sinistra mi sembra insensata. Perché non è questo il punto, perché sinistra non vuol dire niente. Lavoriamo 2, 3, 5 anni, se non 10 o 15, a ricostruire nei fatti, nella società, una sinistra utile, a prescindere dai contenitori. I contenitori verranno, ma non mi interessano. Non sono affezionato a partiti di cui non ho mai fatto parte, e non faccio neanche le barricate sui simboli. Trovo però che a essere ossessionati dalle identità e dai simboli siano proprio quelli che li vogliono cancellare a tutti i costi, credendo che sia quello il problema. Non è così. Milioni di italiani 2 anni fa (non 20, 2 anni fa) hanno votato sulla falce e martello, e 2 anni dopo non l’hanno più fatto. Improvvisamente tutti anticomunisti? Oppure evidentemente non è cancellare i simboli che porta automaticamente a mettersi in relazione con la società? Allora, per piacere, occupiamoci dei contenuti, sapendo che i simboli sono importanti quando esprimono qualcosa.
I partiti, mi insegnavano all’esame di scienza politica, nascono sulle fratture storiche. Città-campagna, centro-periferia, capitale-lavoro, ecc. Ora vorrei capire quale frattura storica è all’origine della Sinistra Arcobaleno o della costituente di sinistra. Quale funzione storica generale quel partito si attribuisce. La risposta che mi darebbe Vendola è: non lo sappiamo, entriamo in un processo aperto senza vederne la conclusione, costruiremo il senso durante il percorso.
Ecco: no, grazie. Sono esattamente le cose che diceva Occhetto nell’89 (e non per niente ora Akel è entusiasta della costituente vendoliana), e si sono visti i risultati. I processi politici si aprono con degli obiettivi, non per il gusto di aprirli.
Perciò trovo inutile la discussione sul punto unità vs identità. Abbiamo il 3,2%. Che cazzo c’è da unire? C’è da ricostruire. E allora non me ne frega assolutamente niente di chi è unitario e chi è identitario, cerco chi mi dà qualche spunto minimamente intelligente da cui poter ripartire.
Vendola lancia una versione 2.0, in salsa meridionale e obamiana, dell’ultimo Bertinotti. Rifondiamo la rifondazione della rifondazione della rifondazione della rifondazione della sinistra, per costruire un nuovo socialismo senza neanche aver capito dove, come e perché è fallito quello vecchio. Un linea puramente politicista, che il Bertinotti storico avrebbe giustamente stroncato, e che ripropone ancora, non avendo evidentemente afferrato la lezione elettorale, l’idea del bisogno di sinistra, della costruzione della sinistra, dell’unità della sinistra, senza capire che la sinistra è un nome, non un contenuto, e il popolo, gli elettori, i lavoratori, come vuoi chiamarli, fanno fatica a lasciarsi convincere da idee, simboli e proposte, figuriamoci da nomi vuoti e insensati come sinistra. Si insegue ancora l’illusione di Mussi che la nascita del Pd abbia aperto le famose praterie a sinistra, ben sapendo che non è così, che un leader come Veltroni, nato e cresciuto nel Pci, è conosciuto e riconosciuto come di sinistra, e che la maggior parte degli elettori di sinistra in Italia vota Pd senza per questo smettere di considerarsi di sinistra. Quando poi leggo nelle tesi del Crs di Tronti e nei discorsi di Vendola che dovrebbe essere la sinistra politica a ricostruire i legami di comunità in una società polverizzata, mi vengono i brividi. Qui non siamo neanche all’autonomia della politica, qui siamo all’autoreferenzialità totale, come se la società si lasciasse costruire da me, Vendola e Cesare Salvi.
Al di là delle polemiche sulle tessere e delle guerre fra clan, e anche al di là delle questioni a cavallo tra il personalismo e la cultura politica (per cui dovrei scegliere tra l’operaista critico Ferrero, ex trotzkista, e il parolaio cattolico Vendola, ex ingraiano Pci), mi sembra che la questione sia un’altra, e sia oggettiva, non soggettiva. Se anche, infatti, da un punto di vista soggettivo la mozione di Vendola si propone sotto la bandiera dell’unità della sinistra e quella di Ferrero punta invece a salvaguardare l’identità di Rifondazione, dal punto di vista oggettivo le cose sono completamente ribaltate: se andasse in porto il progetto di Vendola, di un partito unico della sinistra con chi ci sta, nato da una forte rottura simbolica con la storia comunista, sotto la benedizione di Veltroni e D’Alema, inevitabilmente alla sua sinistra nascerebbe un partito comunista, fortemente identitario e antagonista. Riavremmo quindi, in piccolo, le due sinistre degli anni ’90. Solo che avremmo il Pds di Vendola e Mussi al 3% invece che al 20%, e la Rifondazione di Diliberto e Ferrero al 2% invece che al 9%. No, grazie. Tanto più che questa divisione della sinistra segnerebbe la morte di entrambi i progetti politici: quello comunista finirebbe politicamente emarginato dalla sua inutilità, criminalizzato dalla stampa ogni pié sospinto e ignorato dagli elettori alla prima occasione utile, mentre quello di sinistra sarebbe la pulce sulla schiena dell’elefante del Pd, destinata inevitabilmente a finire schiacchiata.
Il progetto di Ferrero, invece, per quanto anch’esso sia vago e non ci dia le risposte che cerchiamo, ha il pregio di non dividere la sinistra dai comunisti, ma anzi, di continuare a sostenere l’idea di una sinistra forte e unita intorno a un partito comunista. Non sto qui a dilungarmi in elucubrazioni sul fatto che secondo me in Italia la sinistra esiste solo se la guidano i comunisti e i comunisti esistono solo se guidano la sinistra. Mi accontento di dire che l’unico progetto politico ragionevole e plausibile, secondo me, al momento, è quello di una sinistra unita e autonoma dal Pd, la cui unità non derivi dall’astratta unione in nome di un nome sinistra che non significa niente e non mobilita nessuno, ma dall’esperienza concreta dell’opposizione alle politiche del governo Berlusconi e alle complicità del Pd, nonché dalla costruzione di un tessuto comune di lotte e radicamento sociale. Questo ci permetterebbe, tra qualche anno, di unirci tra di noi e magari anche di allearci col Pd, se le condizioni lo permetteranno. Invertire il processo, lo abbiamo visto con l’arcobaleno, non funziona. Non è ora di alchimie politiche né di plebiscitarismi pseudosalvifici, ma di rimboccarsi le maniche e ricostruire l’insediamento sociale della sinistra, nelle sue forme più molteplici che sarebbe assurdo voler ridurre ad unum artificialmente, nella società italiana, nei sui conflitti, nelle sue contraddizioni.
La sinistra diffusa c’è, ma è molteplice. I tempi del Pci sono finiti, nessun grande contenitore riuscirà mai più ad inglobare tutto quello che si muove nella società, i tempi sono cambiati. L’organizzazione di cui faccio parte io e quella di cui fa parte il mio socio sono di sinistra, ma non entrerebbero mai in nessuna costituente. La società, ormai, si organizza per suo conto, e non aspetta Vendola che venga a riunirla. Allora non preoccupiamoci di costruire il contenitore in cui inserire la sinistra diffusa, preoccupiamoci piuttosto di costruire di contenuti a cui questa sinistra diffusa possa fare riferimento.
Per questo tifo Ferrero. Poi è chiaro che io voglio unire la sinistra. Ma allora hanno ragione quelli dell’appello Comunisti Uniti: uniamo la sinistra che c’è, cioè Prc e Pdci. Figurarsi se non ci starei: si tratta degli unici 2 partiti che ho votato nella mia vita. Ma in quel caso i miei lettori direbbero: “non basta”. E infatti non basta, unire la sinistra non basta, bisogna ricostruirla.
Da quello che si legge in questi giorni, si andrà a una soluzione di mediazione. Che porta con sé il rischio dello stallo, dell’immobilità. Meglio questo della spaccatura, chiaramente: l’ho detto fin dall’inizio, la soluzione peggiore sarebbe la divisione in due di Rifondazione e quindi del resto della sinistra, non tanto perché mi facciano paura le scissioni in sé, ma soprattutto per la dialettica perversa, come dicevo prima, che si creerebbe tra questi due soggetti. Per questo dico: lasciamo perdere i contenitori e lavoriamo, pensiamo a ricostruire una presenza di sinistra in Italia e ai simboli e alle strutture ci penseremo domani.
Mentre noi cianciamo di costituenti, non solo il governo fa quello che fa, ma gli spazi di agibilità democratica per la sinistra si riducono a vista d’occhio nel silenzio generale. Mentre noi ci parliamo addosso nei congressi, la sinistra sindacale e la Fiom sono duramente messe sotto scacco da Epifani, e ai dirigenti dei partiti della sinistra viene negata la possibilità di parlare dal palco l’8 luglio, come invece hanno potuto fare Di Pietro e Parisi.
Ci stanno cancellando, io preferirei muovermi a dimostrare che la sinistra in Italia serve a qualcuno che non siano i suoi dirigenti piuttosto che mettermi a unire ciò che non esiste.

4 risposte a Ripartenza o contropiede?

  1. stefano scrive:

    Sottoscrivo.
    Anche perché, al di là di quello che ci stiamo dicendo nei congressi, penso che la sfida vera sarà quella di tornare a lottare, lottando provare a radicarci, ad aggregare e a farci percepire utili. Sono d’accordo soprtattutto sul fatto che poi, e solo poi, arriverà il momento di ragionare sui contenitori.
    Lo dicevo a un carissimo compagno stamattina: da settembre ci serviranno volontà e fantasia.

  2. rigitans scrive:

    vedi, se una parte di rifondazione vuole una nuova sinistra evidentemente non si riconosce piu in un certo schema, ed è naturale che lo faccia presente. come è giusto che chi voglia rimanere comunista in un partito comunista lo faccia. serve chiarezza. serve proprio la spaccatura di rifondazione. ma attenzione: serve una sinistra sociale rossoverde innovativa, che unisca i vendoliani e sinistra democratica, forse con una parte dei verdi, e l unità dei comunisti, ferrero&altri, diliberto e compagnia, sinistra critica e trozkisti di ferrando.

    frattura?no, qui c’è il problema di unire le sinistre(ci sono anche verdi e socialisti eh), c’è il problema di una nuova idea di sinistra. non è come il pds, il pds fu la riverniciatura di un partito che si era sempre detto comunista, con scissione incorporata. qui si parla di unire differenti realtà.

    quindi è vero che non è il simbolo in sè il problema, ma un problema c’è, ed è dato dalla ttuale assetto di questi partiti. la gente non si fida e non si affida, anche perchè vogliono una sinistra sociale, non bolscevica. capire questo sarebbe già tanto.

  3. Dreamer scrive:

    senti qua genio della lampada,io capisco che quando si hanno le idee un po’ confuse si uniscano sillabe un po’ alla rinfusa dalle quali potrebbe succedere che vengano fuori cose tipo “sinistra sociale rossoverde innovativa”! La vogliamo finire di riempirci la bocca di parole buttate lì a caso??!! Come detto egregiamente da masaccio,nemmeno “sinistra” ha un significato intrinseco oggi,figurati quella baggianata che hai detto tu! Veramente compagni,quello che vedo in questi ultimi tempi è una critica vuota e infantile a qualsiasi cosa,stiamo tutti a piangere per qualcosa che è rimediabile;certo ci vorrà del tempo,ma come detto da stefano servirà tanta,tanta tanta volontà(specie quella di usare la testa davvero!)

  4. masaccio scrive:

    Rigitans, penso che si tratti di dare un significato alle parole che si usano.
    La prospettiva che delinei è un’ingegneria politica che smonta e rimonta alla rinfusa pezzi di storia della società italiana senza un grosso perché. Tu mi devi dire cosa ci vuoi fare, in questa “sinistra sociale”, di diverso da quello che è stato fatto finora.
    Definire “bolscevica” la Sinistra Arcobaleno mi pare una barzelletta. Abbiamo rinunciato al simbolo, all’identità, al nome, a tutto, e ci hanno preso a pesci in faccia lo stesso. Evidentemente non è quello il problema, no?
    Evidentemente il problema sono i contenuti e le relazioni sociali. Tu dici che per ricostruire la sinistra bisogna intessere relazione con Sd (che non esiste) e con i socialisti, quelli che lascerebbero la legge 30 lì così com’è.
    Io dico che invece per riunire la sinistra partirei da una bella campagna autunnale per un referendum abrogativo sulla legge 30. Questo per me è un contenuto: una sinistra che contesta l’attuale assetto del mercato del lavoro e si mobilita per cambiarlo, per me, è una sinistra utile, e mi interessa unirla. Al di là dei simboli e delle sigle, che interessano solo a quattro nerd.
    La gente (che brutta parola, tra l’altro) si fida e si affida, come dici tu, a chi lotta dalla sua parte. Dimostriamo che siamo in grado di bloccare l’avanzata della precarizzazione, come hanno fatto in Francia contro il Cpe, e saremo una sinistra utile. Il resto, le chiacchiere su socialismo e unità a sinistra, è fuffa, quella sì identitaria, stantia e partitocratica.

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