La festa de

Nel suo celebre editoriale sulla prima pagina di Repubblica il giorno in cui chiuse l’Unità, il 28 luglio 2000, intitolato non a caso “L’Unità, delitto perfetto”, Michele Serra scrisse che l’assassino dell’Unità era stato “il suo pubblico”. Indiscutibile: l’autore e i lettori di quell’articolo erano stati in passato autori e lettori dell’Unità, eppure non lo erano più. Ecco come muore un giornale. Basta non comprarlo.
Insomma, sembrava paradossale che ci fosse così tanta gente a struggersi per la morte di un giornale che negli ultimi mesi vendeva 28 mila copie. Meno del Mattino di Padova, tanto per avere un’idea. Faceva un po’ rabbia, anche, che ora stessero lì a lamentarsi gli stessi che quel giornale non compravano da anni.

Tutto questo per dire che non sono un lettore dell’Unità, ma ne parlo lo stesso.
Furio Colombo e Antonio Padellaro sono due personaggi tutt’altro che simpatici. Il primo, soprattutto, è l’emblema di una sinistra filoamericana, filoisraeliana e filoindustriale che si indigna solo quando è in ballo la giustizia, molto distante dalle mie idee. E infatti non leggevo il suo giornale. Semplicemente, non mi interessava: diceva cose che già sapevo. Leggo Repubblica e Il Manifesto: due giornali che, da punti di vista diversi, mi dicono cose che non so, invece di tentare di convincermi di cose di cui sono già convinto.
Però quel giornale di Colombo e Padellaro raccontava perfettamente quell’epoca. Come ha scritto Matteo Bordone, era un giornale di resistenza, da fortino assediato. Ma quella era la sinistra italiana subito dal 2001 in poi. Il governo Berlusconi sembrava onnipotente, la polizia ammazzava a Genova, gli americani invadevano Afghanistan e Iraq, e poi l’articolo 18, le leggi vergogna, ecc. In più, L’Unità diretta dai vari Veltroni e Caldarola era morta.
In questa situazione, Colombo e Padellaro fecero il giornale dell’opposizione. Un giornale quasi ingenuo nella sua volontà di tenere insieme tutto e tutti, da chi manifestava contro il G8 a chi era in piazza contro la Cirami. Ma in qualche modo L’Unità raccontava un legame che esisteva (io stesso ero a entrambe le manifestazioni), faceva da megafono a quella sinistra italiana trasversale di opposizione che ha avuto il suo apice nella manifestazione del 23 marzo 2002 in difesa dell’articolo 18. Raccontando quel mondo, e allo stesso costruendo, con quel racconto, la stessa unità di movimento che raccontava, L’Unità è risorta. Non la leggevo, perché sapevo già cosa ci avrei trovato scritto. Ma era giusto che ci fosse, e infatti vendeva. Vendeva quanto vendono i giornali in Italia, però vendeva. 20 volte più del Foglio, come minimo.
E dava fastidio, inutile dire di no. Non c’era giorno in cui Berlusconi non se la prendesse con L’Unità. Il solo fatto che un giornale così esistesse gli dava fastidio. E ciò che a lui dà fastidio, a tanta altra gente fa enormemente piacere.
Quell’epoca è passata, ci siamo divisi, una parte di quel mondo è rimasta dalla parte della sinistra radicale (chi scrive), un’altra da quella del qualunquismo giustizialista (Di Pietro, Travaglio, Grillo), un’altra da quella del Pd e delle sue promesse di novità.

Ora al Pd serve un giornale, e Padellaro non può fare il giornale del Pd. Perciò è giusto e normale che diventi direttrice Concita De Gregorio, che casualmente è anche una brava giornalista. A lei il compito di districarsi in una situazione tutt’altro che semplice: dirigere l’unico quotidiano di partito che non è di proprietà del partito, ma di un privato, che a sua volta è presidente di una Regione, eletto nelle liste di quel partito. Una situazione che non ha uguali al mondo. Speriamo che vada bene. Anche se continuerò a non comprare L’Unità.
Va detto, però che è paradossale che a liberare L’Unità da quelli che l’hanno fatta risorgere siano proprio quelli che l’avevano uccisa, cioè Veltroni, e con lui il gruppo dirigente Pci-Pds-Ds, e Concita De Gregorio, ovviamente non personalmente ma come giornalista di Repubblica, giornale che dalla sua nascita ha rivoluzionato la stampa italiana relegando L’Unità a un ruolo da soprammobile impolverato sulla credenza della nonna. Come se Moggi diventasse presidente dell’Inter, più o meno.
Ecco, risparmio a tutti le riflessioni tristi quanto patetiche su un quotidiano che da Antonio Gramsci passa al partito di Fioroni e la Binetti. È la storia, va così. Dimentichiamoci la retorica delle feste, del partito delle salamelle, di quello che per un secolo è stato l’unico quotidianonazionale in Italia, l’unico che facesse leggere a Canicattì le cronache di Tina Merlin sul Vajont, e tutte quelle storie lì. Non esiste più quel giornale perché non esistono più quel partito e quell’Italia. E neanche quei lettori. Lasciamo Gramsci dove sta, che è meglio. Però, senza arrivare così indietro, vorrei dire che a Colombo e Padellaro e Travaglio e compagnia bella, una piccola statuetta di mollica di pane, sulla sua scrivania, Concita De Gregorio dovrebbe farla. Altrimenti non avrebbe nessun giornale da dirigere, oggi.

3 risposte a La festa de

  1. […] anch’io nel dibattito che impazza sui blog (v. ad esempio qui, qui, qui, qui, qui e qui e poi di nuovo qui e qui). Concita De Gregorio è diventata direttrice de […]

  2. Roberto scrive:

    Arrivato qui a causa di un giochetto per solutori piu’ che labili, trovo un bel blog, con post interessanti e ben scritti (come questo, di cui condivido quasi tutto).
    Ripassero’.

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