Zion libera

Questo è un post sulla vicenda di Liberazione, che è piuttosto complessa, perché riguarda insieme il ruolo della stampa di partito, l’autonomia di un giornale dal suo editore, le conseguenze dei tagli all’editoria cooperativa.
Per districare la matassa e scansare ogni equivoco, parto da due premesse. La prima è l’assoluta, totale e incondizionata solidarietà ai giornalisti e ai poligrafici di Liberazione, onesti lavoratori che fanno il proprio mestiere (chi meglio chi peggio, ma a questo arriverò con calma) e che una legge consapevolmente punitiva vorrebbe mandare in mezzo a una strada. Sto dalla loro parte, se ci sarà da manifestare lo farò, e aggiungo un pensiero anche ai collaboratori, categoria sempre dimenticata, tra i quali ho appena scoperto esserci anche un mio conoscente. La seconda premessa è che non ho alcuna stima di Piero Sansonetti come persona, come politico e come giornalista. Lo trovo una persona ben poco coerente, che dall’Unità passa a Liberazione come se niente fosse, al miglior offerente; un politico dannoso per la propria parte, emblema della sinistra salottiera e parolaia, che va in tv a esibire i suoi capelli unti e il suo gusto per il paradosso banale, facendo sembrare il più impresentabile degli interlocutori leghisti un fulgido esempio di concretezza e rigore; un giornalista un po’ scarso, sempre a seguire la moda del momento (da Obama in giù) ma sempre un passo più indietro rispetto agli altri, senza mai uno scatto di originalità.

Al di là di tutto questo, Liberazione non è un brutto giornale. L’ultima revisione grafica l’ha reso molto più gradevole, la prima pagina ha un suo senso, ogni tanto capita qualche inchiesta interessante, e soprattutto l’esperimento di edizione ridotta serale gratuita a Roma e Milano mi pare riuscitissimo: vedere vecchi, studenti e cinesi che aspettano il tram vicino a me e intanto sfogliano un “giornale comunista” fa sempre piacere.
Sul piano dei contenuti la situazione è decisamente peggiore: gli editoriali sono sempre esplicitamente schierati dalla parte di una ben determinata corrente del partito, lo sono stati durante la battaglia congressuale e lo sono ancora di più ora che il congresso è finito e quella parte ha perso. Ciò comporta degli effetti collaterali potenzialmente devastanti: se io fossi il militante di un partito e vedessi la linea che abbiamo democraticamente scelto costantemente denigrata e ridicolizzata sulle pagine del mio giornale, difficilmente continuerei a comprarlo o comunque a considerarlo credibile. Come ho letto in diversi commenti di militanti di Rifondazione in giro per il web, “se voglio leggere prese per il culo di Ferrero e luoghi comuni contro i comunisti, leggo Repubblica, che almeno è fatta meglio”.
Ma si tratta solo dell’ultimo capitolo di una storia molto più lunga. Sansonetti negli ultimi anni ha condotto alcune battaglie ben precise: attacco frontale e acritico contro Cuba e il Venezuela (tra l’altro spesso in maniera sciatta e poco accurata dal punto di vista giornalistico), disinteresse pressoché totale per le questioni del lavoro e dell’ambiente rispetto alle pagine dedicate al movimento queer, editoriali in difesa di Mara Carfagna (sic) e battaglie in prima pagina per l’abolizione del 41 bis. Potrei continuare per ore, ma penso che chiunque si sia fatto un’idea: si tratta di una netta presa di distanza non solo dal pensiero comunista (che sarebbe un problema solo per Rifondazione) ma anche dalla sensibilità e dalla realtà che vive tutti i giorni il popolo della sinistra in generale. Esattamente ciò per cui siamo stati puniti alle elezioni noi tutti come sinistra. Se facciamo le battaglie per scarcerare i mafiosi, non possiamo poi lamentarci quando gli elettori non capiscono l’indulto e votano Lega. Certi tic da anticonformismo di maniera andrebbero lasciati al Foglio, e non è al giornale di Ferrara, letto solo nelle rassegne stampa, che Liberazione dovrebbe fare concorrenza.

Detto questo, la situazione attuale è pesante: sul giornale pende la scure dei tagli governativi (anche se oggi sembra che qualcosa stia cambiando), e allo stesso tempo Sansonetti ha scelto la strada dello scontro frontale con il partito. Dopo che alcuni interventi al congresso avevano criticato la sua linea, sebbene la segreteria abbia sempre smentito di volerlo sostituire, ha iniziato a collezionare editoriali in cui accusa la nuova dirigenza di volerlo fare fuori e sposa esplicitamente la linea e l’azione della corrente di minoranza in via di scissione. I toni sono quelli della battaglia per l’autonomia. L’idea che passa è che un gruppo di veterostalinisti non sopporta le voci critiche e le vuole sopprimere.
I giornali moderati e i tg non hanno perso l’occasione e hanno subito unito le due cose: le difficoltà economiche e i rischi connessi ai tagli governativi vanno insieme alle polemiche di Sansonetti, e la notizia è quest’ultima. Perciò ora è Rifondazione che vuole chiudere il giornale e licenziare i lavoratori pur di far dispetto a Sansonetti. Questo è passato su Repubblica, ad esempio.
Però, e spiace dirlo, è stato lo stesso Sansonetti, e non da solo, a mischiare la questione economica con quella politica, confondendo le acque. Soprattutto, in molti editoriali e interventi pubblici, ha mescolato l’approccio aziendal-sindacale e quello politico-partitico. Aprendo una formale vertenza con il Cda dell’azienda editrice e allo stesso tempo polemizzando sull’autonomia con i vertici del partito, strumentalizzando la giusta protesta dei lavoratori ai fini di una meschina battaglia interna di corrente.

Allora, qua bisogna capirci. Le possibilità sono due.

1. Liberazione è un organo di partito, è una parte del partito. I suoi redattori e il suo direttore sono iscritti al partito, come tutti gli altri partecipano alla discussione democratica per determinare la linea ed eleggere gli organi dirigenti, e poi applicano unitariamente quanto deciso, con il dovuto rispetto degli spazi di dissenso delle minoranze. Allora Sansonetti dovrebbe mettere per iscritto la sua linea e farsi votare democraticamente da chi democraticamente rappresenta il partito. Poi potrebbe rivendicare l’autonomia che il partito concede a tutti i suoi dirigenti, nel rispetto del mandato ricevuto. A quel punto il suo incarico non sarebbe professionale, però, ma politico. Sarebbe liberissimo di iscriversi a qualsiasi corrente, di prendere le sue posizioni, di fare le sue battaglie. Sapendo però che queste battaglie sarebbero politiche, non aziendali, e si risolverebbero con un voto, non con una vertenza sindacale. E in un voto vince la maggioranza, in democrazia.

2. Liberazione è un quotidiano come tutti gli altri. Il partito è l’editore, Sansonetti il direttore, un dipendente, così come i redattori. Le idee politiche di Sansonetti non sono in discussione: una volta che l’editore lo sceglie, gli accorda la sua fiducia e lo lascia lavorare. Sansonetti ha piena sovranità sul giornale, scrive quello che gli pare, e se gli pare che l’editore non stia rispettando le regole, apre una vertenza sindacale.
L’editore, d’altra parte, ha il potere di mandarlo a casa quando e come crede. Nessuno ha gridato alla difesa dell’autonomia del giornale, quando Soru ha assunto Concita De Gregorio al posto di Antonio Padellaro all’Unità. È normale: sono il proprietario, scelgo io a chi far dirigere l’azienda.

Quindi Sansonetti si decida. O è un dirigente politico di Rifondazione, e allora si rimette al voto democratico degli iscritti come tutti gli altri, o è un direttore di fronte all’editore, e allora sa che può essere legittimamente mandato a casa. Non può pretendere di essere un ufficio di dipendenti del partito, che apre vertenze e manifesta in piazza contro Rifondazione, e allo stesso tempo di esprimere una linea politica autonoma e contraria rispetto al partito. Sarebbe come se la tipografia che stampa i manifesti disegnasse i baffi a Ferrero ogni volta, perché le va. Se è un’azienda, si seguono le regole, se è un partito, si vota democraticamente. In entrambi i casi, un direttore che tira palate di merda all’editore-partito in prima pagina tutti i giorni non si è mai visto. E non è un bello spettacolo.

3 risposte a Zion libera

  1. Bel pezzo, ovviamente condivido.
    Ho visto la figura grama fatta da Sansonetti e Migliore due giorni fa da un confronto su La7 sulle classi separate. L’impressione è che abbiano perso il senso della misura e che non solo sia poco il talento ma che rappresentino quel pezzo di sinistra che dalla crisi non è riuscito a venire fuori e ne è rimasto invischiato.

    Del caso Liberazione ne parla anche Maria Campese qui: http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=26183

  2. corsaro scrive:

    beh, in quanto a figure tapine Ferrero non è da meno: è capace di far sembrare acuto anche Gasparri. Sansonetti è forse irritante, Ferrero semplicemente NON E’
    bye bye Prc

  3. tomate scrive:

    scrivici nuovamente di liberazione!

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