Buone e cattive notizie

Qui si è parlato bene della nuova Unità, nei confronti della quale ero piuttosto scettico, un po’ per la difficoltà che mi pareva insormontabile di fare un buon giornale seguendo le circonvoluzioni della linea del Pd, un po’ perché temevo che la voglia di dare un taglio netto al passato di Colombo e Padellaro avrebbe fatto dell’Unità una specie di Europa (il giornale più noioso d’Italia, che dedica da settimane ampio spazio al fondamentale dibattito della corrente Quarta Fase, popolari, sul ruolo dei Radicali nel Pd), un po’ per l’ennesima inutilissima campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani. Mi incuriosiva molto, invece, il nuovo Riformista. Capiamoci: di Antonio Polito penso tutto il male possibile, e la parte politica che nel 2002 condivideva l’attacco berlusconiano all’articolo 18 è la più distante dalla mia. Però i promo che si vedevano in giro richiamavano espliticamente il modello di Libero (non per niente di proprietà degli stessi Angelucci, re delle cliniche private), che, ricordo, è l’unico giornale ad essersi affermato in Italia negli ultimi due decenni.

Passata una settimana posso dire che le mie attese sono state completamente ribaltate: la nuova Unità è davvero bella, e il nuovo Riformista fa davvero schifo.
Molti hanno storto il naso di fronte al formato (il più piccolo tra i quotidiani nazionali) scelto da Concita De Gregorio. Ma d’altra parte se si voleva dare l’idea di un cambio radicale senza svoltare troppo nei contenuti, era l’unica possibilità. Tanto più che questo formato permette di fare della gran belle copertine, in puro stile Manifesto: foto a tutta pagina e titolo a effetto. La medaglia ha un rovescio, e non mancheranno i problemi, sia dal punto di vista formale (una prima pagina senza notizie è un rischio, in edicola), sia da quello dei contenuti (l’Unità non è il Manifesto, dipende da un partito e da un editore, e trovare dei bei titoli accattivanti ma non provocatori per non scontentare l’uno e l’altro, alla lunga, sarà difficile). Ma è un’idea, è nuova, e nel panorama della stampa italiana è già qualcosa.
Mi piace anche l’editoriale a pagina 2 affidato sempre alla direttrice, che prende posizione sul fatto del giorno e annuncia le cose più importanti del giornale dando un filo logico. La stampa italiana, da tempo, con la scusa del pluralismo, ha smesso di preoccuparsi di dare una linea unitaria al giornale e di farla impersonare al direttore. Una direttrice che scrive e si occupa direttamente di costruire ogni giorno la linea, sul preciso modello di Eugenio Scalfari (ma anche di Vittorio Feltri), è una direttrice che sa fare il suo mestiere.
Altro: belle foto a colori, articoli abbastanza lunghi, ché per le notiziole ci sono Internet e i tg, titoli ben fatti, una grafica molto limpida, chiara, con tanto bianco, strisce rosse ovunque, contorni ben definiti. Il modello grafico, per ora, mi sembra Epolis, leggibilissimo. L’unico problema è che il formato ridotto non consente grande fantasia nell’impaginazione, e le pagine sembrano un po’ tutte uguali, senza quel meraviglioso accavallamento di fotone e titoloni tra una pagina e l’altra che ora ha un po’ stomacato, ma che resta uno dei punti di forza di Repubblica.
Ma soprattutto dell’Unità mi piace il suo essere un giornale di partito. Quando tratta un argomento, il titolo è la posizione del Pd su quell’argomento. È un giornale, dà notizie, vuole vendere, ma sa che vuole vendere per far arrivare a più gente possibile il messaggio del suo partito. Chiaro che in questi giorni la cosa è stata molto molto semplice: bastava seguire le proteste e dire quanto è cattiva la Gelmini e quanto Veltroni sostiene studenti e insegnanti. Più avanti, probabilmente, sarà difficile fare un giornale aggressivo (non l’ho ancora detto, ma lo è, com’è giusto per un giornale di opposizione e come Colombo e Padellaro avevano, a modo loro, fatto egregiamente) e trasmettere un messaggio che, quando c’è, è debole. Ma per ora la cosa funziona. Brava Concita. Ha pure messo Luca Sofri a scrivere di una cosa che conosce bene (il baseball). Il passo successivo sarebbe convincerlo a smettere di occuparsi di una cosa su cui ha poche idee e confuse (la politica). Ma un passo alla volta. Per ora mi sembra che sia chiaro il tipo di lettore a cui si vuole rivolgere: quello di Repubblica, cioè l’insegnante, l’impiegato, il professionista, lo studente di sinistra, molto antiberlusconiano e molto stufo della deriva modaiola del giornale di Ezio Mauro.

Il Riformista, invece, è assolutamente illeggibile. Vuole fare il giornale di area Pd libero e aggressivo, stando all’Unità più o meno come Libero sta al Giornale. Beh, non ci riesce. La prima pagina è la fiera della varietà, c’è di tutto, chi più ne ha più ne metta, senza un’idea di base che provi a tenere insieme il tutto. E anche dentro, la confusione regna sovrana, sia a livello grafico (con questi lunghi sommari scritti in grande sotto il titolo, tanto che le pagine sembrano le tabelle dell’oculista, con le scritte grandi che si fanno man mano più piccole senza soluzione di continuità) sia a livello politico. Si critica Veltroni da destra, da sinistra, dal centro e pure da dietro, ma senza mai avere il coraggio di andare fino in fondo. I titoli sono incomprensibili, per passarlo in rassegna stampa ci si mettono ore, perché finché non si è arrivati in fondo a ogni pezzo non si sa dove va a parare. E i tentativi di essere anticonformisti sono pietosi, dalla pagina “Gossip” degna di Dagospia (ma senza le tette, quindi ancora più inutile), al pezzo satirico di oggi di Antonello Piroso che imitava Scalfari senza strappare neanche un mezzo sorriso al lettore più bendisposto.
Sostanzialmente, non si capisce a chi si rivolga quel giornale. Chi dovrebbe comprarlo? Il Riformista di prima si rivolgeva a quattro gatti ben identificati. Quello di ora parla a tutti, ma sembra farlo come i matti che parlano in piedi sulle cassette della frutta, in piazza: a caso e senza avere granché da dire.

3 risposte a Buone e cattive notizie

  1. dedalus scrive:

    Piroso lo odio, è un qualunquista, è dappertutto, basta esserci. sul Riformista non mi sono ancora fatto un’idea precisa. il lancio col bebè incazzato era azzeccato. sul resto non so, per ora sospendo il giustizo. però di una cosa sono grato al Riforsmista: ha tolto di mezzo Pansa dall’Espresso🙂

    sull’Unità sono d’accordo con te, naturalmente a parte alcuni passaggi “di parte”. il mio giudizio su Padellaro è molto più severo del tuo e per questo ho accolto l’Unità della De Gregorio come un notevole, e positivo, cambio di rotta. tu invece sembri salvare l’Unità di Padellaro e apprezzare l’Unità della De Gregorio, pur essendo di fatto due progetti radicalmente diversi. o mi sbalgio?

    deriva modaiola di Repubblica? magati hai ragione tu, ma devi spiegarmela..

  2. dedalus scrive:

    che bello c’è la mia faccina, come mai? come hai fatto? non sarai mica un mago?

  3. masaccio scrive:

    L’Unità di Padellaro non esiste, ha continuato il lavoro di Colombo. Ne ho già parlato qui, Furio Colombo e Antonio Padellaro, per quanto la linea girotindina non fosse la mia, sono le due persone che hanno preso in mano un giornale ucciso dai loro predecessori (D’Alema, Veltroni, Caldarola, ecc.) e l’hanno rimesso in piedi. Ti ricordo che al loro arrivo L’Unità era chiusa, e con il loro lavoro è arrivata a occupare di nuovo un posto dignitoso dal punto di vista commerciale e politico nella stampa italiana.
    Ripeto quello che ho già scritto:
    “Furio Colombo e Antonio Padellaro sono due personaggi tutt’altro che simpatici. Il primo, soprattutto, è l’emblema di una sinistra filoamericana, filoisraeliana e filoindustriale che si indigna solo quando è in ballo la giustizia, molto distante dalle mie idee. E infatti non leggevo il suo giornale. Semplicemente, non mi interessava: diceva cose che già sapevo. Leggo Repubblica e Il Manifesto: due giornali che, da punti di vista diversi, mi dicono cose che non so, invece di tentare di convincermi di cose di cui sono già convinto.
    Però quel giornale di Colombo e Padellaro raccontava perfettamente quell’epoca. Come ha scritto Matteo Bordone, era un giornale di resistenza, da fortino assediato. Ma quella era la sinistra italiana subito dal 2001 in poi. Il governo Berlusconi sembrava onnipotente, la polizia ammazzava a Genova, gli americani invadevano Afghanistan e Iraq, e poi l’articolo 18, le leggi vergogna, ecc. In più, L’Unità diretta dai vari Veltroni e Caldarola era morta.
    In questa situazione, Colombo e Padellaro fecero il giornale dell’opposizione. Un giornale quasi ingenuo nella sua volontà di tenere insieme tutto e tutti, da chi manifestava contro il G8 a chi era in piazza contro la Cirami. Ma in qualche modo L’Unità raccontava un legame che esisteva (io stesso ero a entrambe le manifestazioni), faceva da megafono a quella sinistra italiana trasversale di opposizione che ha avuto il suo apice nella manifestazione del 23 marzo 2002 in difesa dell’articolo 18. Raccontando quel mondo, e allo stesso costruendo, con quel racconto, la stessa unità di movimento che raccontava, L’Unità è risorta. Non la leggevo, perché sapevo già cosa ci avrei trovato scritto. Ma era giusto che ci fosse, e infatti vendeva. Vendeva quanto vendono i giornali in Italia, però vendeva. 20 volte più del Foglio, come minimo.
    E dava fastidio, inutile dire di no. Non c’era giorno in cui Berlusconi non se la prendesse con L’Unità. Il solo fatto che un giornale così esistesse gli dava fastidio. E ciò che a lui dà fastidio, a tanta altra gente fa enormemente piacere.
    Quell’epoca è passata, ci siamo divisi, una parte di quel mondo è rimasta dalla parte della sinistra radicale (chi scrive), un’altra da quella del qualunquismo giustizialista (Di Pietro, Travaglio, Grillo), un’altra da quella del Pd e delle sue promesse di novità.

    Ora al Pd serve un giornale, e Padellaro non può fare il giornale del Pd. Perciò è giusto e normale che diventi direttrice Concita De Gregorio”.

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