Il primo presidente beige

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Tanto per cambiare, è la striscia quotidiana di Doonesbury a segnare il punto, più di mille editoriali.
Per quanto mi riguarda, l’unico dato realmente epocale, in queste elezioni, è quello razziale. Di Obama si dicono 3 cose: che è giovane, nero e di sinistra. Quella dell’età mi sembra una stupidaggine: Clinton era più giovane, per non parlare di Kennedy o di Teddy Roosvelt, e i due presidenti più odiati in giro per il mondo, Bush e Nixon, non sono stati eletti con molti anni in più. E sulla linea politica preferirei stendere un velo pietoso: in politica interna Obama ha giurato e spergiurato che non intende costituire un servizio sanitario nazionale né usare le tasse per combattere la disuguaglianza, e in politica estera ha assicurato che si riserverà il diritto di attaccare liberamente chiunque riterrà pericoloso per gli Usa. Obama ha forti radici nell’idealismo democratico, nella tradizione dei diritti civili che è ormai da decenni l’anima del centrosinistra americano. Ma è stato eletto presidente di una nazione in cui è la destra conservatrice nei valori e liberale in economia ad avere l’egemonia. Lo sa, e sarà un presidente americano, più che un presidente democratico.
Un altro Clinton, quindi, da cui possiamo aspettarci un altro Kosovo, più che la rivoluzione mondiale. Il change we can believe in è un ottimo slogan, la campagna Obama è stata davvero la più grande operazione di comunicazione politica che la storia ricordi, e i discorsi del nuovo presidente, sia quello di ieri, sia soprattutto quello alla Convenzione Democratica di Boston del 2004, sono assolutamente meravigliosi, danno i brividi, riescono a mostrare il fascino irrestitibile del sogno americano perfino a un comunista impenitente come il sottoscritto. Ma differenze concrete con Hillary Clinton, con il marito e con i suoi predecessori risultano ad oggi non pervenute.

Il dato realmente storico è quello razziale. Ma non perché Obama è nero. Vedere in Obama la conclusione del percorso di emancipazione del popolo afroamericano è talmente stupido che oggi l’ha fatto Sansonetti in prima pagina su Liberazione. Titolare Black power e aprire l’editoriale citando addirittura Stokely Carmichael e Huey Newton è una stronzata che grida vendetta al cospetto di dio, e quando ha nominato Malcolm X ho pregato Allah il misericordioso di punire subito quel bianco infedele coi capelli unti del grasso dell’impuro maiale di cui si nutre. Le Black Panthers erano rivoluzionari armati per il socialismo. Malcolm X era un nazionalista islamico poi passato al multiculturalismo pacifista. Barack Obama è un democratico cristiano.
Ale ieri si chiedeva se Malcolm X l’avrebbe definito un negro da cortile (gli schiavi che il padrone teneva in casa con sé, faceva mangiare alla sua tavola e teneva così dalla sua parte e non da quella dei loro fratelli), definizione con cui il leader della Nation of Islam apostrofava i vari neri moderati che andavano in tv a criticarlo per i metodi che utilizzava.
Secondo me no. Obama non è un nero che si è venduto ai bianchi. Ma non è neanche un vero afroamericano: non solo non discende dagli schiavi, ma soprattutto ha un colore della pelle chiarissimo, è figlio di una bianca, ha studiato ad Harvard. Il colore non va sottovalutato: per un nero nero sarebbe stata molti più difficile. Ma Obama è beige soprattutto nel discorso politico: non solo non è Carmichael o Malcolm X, non è neanche Martin Luther King o Jesse Jackson. Non è neanche un leader nero moderato. Semplicemente non è un leader nero. Non parla mai a nome del popolo afroamericano, dalle sue parole non traspare mai quella rabbia, quel rancore, quella voglia di rivincita (la famigerata race grievance) che caratterizza storicamente il discorso politico afroamericano. Il segreto è questo: Obama non fa sentire in colpa i bianchi. Non sbatte loro in faccia i secoli di schiavitù né il razzismo intrinseco alla società americana. Nessun bianco avrebbe mai votato per Jesse Jackson, per quanto moderato e amico dei Clinton fosse, perché non si sarebbe sentito rappresentato, bensì minacciato, schiacchiato dalla colpa secolare, dal peccato originale della schiavitù e della segregazione.
Obama ha messo da parte tutto questo. Però non ha messo da parte la sua negritudo. Obama è stato un nero ad Harvard, e, per quanto sia chiara, la sua pelle ha sentito direttamente il razzismo. È stato un avvocato dei fratelli a Chicago, nei ghetti. Ha condiviso la cultura afroamericana in cui non era nato, facendola sua. E ora Obama è nero in ogni parola che pronuncia, in ogni gesto che fa. Ha il vocione da nero, ha la retorica di un predicatore del ghetto, ha il sorriso di Eddie Murphy, la compostezza di Tiger Woods, la determinazione di Michael Jordan, l’eleganza di Denzel Washington. Avete visto come cammina? Come gli stanno addosso i vestiti? La corsetta che fa per salire sul palco? I mille “thank you so much” all’inizio di ogni discorso? I passetti che fa a destra e sinistra mentre parla? Il modo in cui interroga il pubblico? Tutto tutto tutto quello che Obama trasmette blackness, dice agli afroamericani: “Sono un fratello”.
Ma lo dice anche ai bianchi. Perché Obama non è figlio della cultura degli anni ’60, i personaggi che ho citato sopra sono i neri di successo degli anni ’80 e ’90. È un nero che ce l’ha fatta, dimostrando che non c’è nessuna società razzista in grado di impedirlo e assolvendo così i bianchi dalle loro colpe. È un nero che fa dell’essere nero un tratto caratteriale, senza accusare nessuno, ma rassicurando. È beige, quel tanto che anche il soldato bianco di Doonesbury si sente rappresentato. Rappresenta un’America in cui il colore della pelle è una variabile secondaria. Silvia Baraldini oggi su Liberazione raccontava che la realtà è un po’ diversa, e che toccherà al presidente Obama fare i conti con il razzismo reale. Non è con l’audacia della speranza che si abbattono le mille barriere reali che attraversano la società americana. Ma di certo un valore simbolico c’è, ed è forte: in ogni ufficio pubblico ci sarà il ritratto di un nero, l’esercito risponderà agli ordini di un nero e i ragazzi americani cresceranno con l’idea che un nero è in grado di diventare presidente. Questa è la grande rivoluzione simbolica di Barack Obama.

Poi ovviamente appena comincia a bombardare tutti in piazza, eh.

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3 risposte a Il primo presidente beige

  1. lussu ha detto:

    Mi sembri un po’ esagerato. Sulla questione sanitari, ha detto chiaramente che tutti gli americani devono aver diritto alla copertura sanitaria (che ci riesca poi è un altro discorso), ha parlato di redistibuzione, quando è stato accusato di voler alzare le tasse ha detto che avrebbe lasciato le tasse così com’erano tranne per chi aveva un reddito superiore ai 120.000 dollari, ha messo il clima al centro del suo programma…

    insomma qualcosa di buona mi sembra ci sia, no?
    certo, come si suol dire, fra il dire e il fare …
    però mi sembra si possano dire che ci siano degli elementi, al di fuori di tutte la pappardelle sul discorso razziale, per essere ottimisti. poi vedermo.
    Ma era ottimista anche il manifesto, l’hai scavalcato a sinistra…

  2. masaccio ha detto:

    Al massimo è lui che mi ha scavalcato a destra.
    In ogni caso non ho detto che non c’è niente di buono, ho detto che non c’è niente di nuovo: il programma sanitario è più moderato di quello di Clinton (si parla di estendere alcuni programmi statali a chi non è coperto, non di costituire un servizio sanitario nazionale). Sulla redistribuzione ha dovuto fare marcia indietro per non sembrare filosovietico. Sul clima vorrei capire come valuta Legambiente le sue posizioni su carbone e nucleare…
    Capiamoci: Obama va benissimo. Ha un onesto programma di centrosinistra moderato, poco più a destra di quello di Clinton. Per essere un presidente americano, mi basta e mi avanza, visto il fascista che c’è adesso. Per essere il grande leader che cambierà il mondo no, non vedo i presupposti. Soprattutto se aggiungiamo la politica estera: ha chiesto l’ingresso immediato nella Nato di Georgia e Ucraina, e conseguentemente si è detto favorevole alla corsa al riarmo che questa comporterà (scudo spaziale, ecc.).
    Insomma, sono contento che l’America abbia un buon presidente. Non penso che cambierà il mondo.

  3. Luna di Giugno ha detto:

    Il miglior post sull’argomento.

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