Took you for granted/ I thought that you needed me more more more

Il Manifesto ha venduto un numero a 50 euro. Durante la precedente crisi editoriale del quotidiano comunista, un paio d’anni fa, mi divertivo a leggere gli infastiditi commenti dei blog di destra. “Finalmente chiude”, “Era ora”, “Al mercato non si scappa” strillavano fintamente trionfanti. In realtà rosicavano, come si dice qui, perché sapevano che anche quella volta Il Manifesto ce l’avrebbe fatta, in barba al mercato, grazie al supporto di lettori disposti a frugarsi in tasca per salvarlo. Era invidia, la loro: non capivano come potesse succedere.
Io lo capivo, come lo capisce chiunque sul Manifesto abbia non dico imparato a leggere (quello l’ho fatto su Cuore) ma certamente a guardarsi intorno. A 15 anni avere in mano quel fogliettone voleva dire scoprire che esiste un mondo oltre Repubblica, che a sinistra di Eugenio Scalfari si muove parecchio e che ‘sta globalizzazione non è così bella come ce la raccontano. Per anni, durante tutti quei movimenti a cavallo tra anni ’90 e 2000, Il Manifesto è stato l’unico simbolo unificante che ho visto. Militanti comunisti, preti, sindacalisti studenteschi: tutti leggevamo Il Manifesto. L’identità della sinistra alternativa in Italia, è Il Manifesto.
Chi non è disposto a frugarsi in tasca per la sua identità? Soprattutto quando non è una bandiera nostalgica, ma un organo d’informazione vivo, che tuttora, per quanto riguarda gli esteri e il mondo del lavoro, dà in assoluto la migliore copertura tra i quotidiani italiani.
Perciò uno si aspetta che rosichino a destra. Si aspetta pure che sentenzino i soliti fighetti, quelli che definiscono “un giornale non che non legge nessuno” Il Manifesto e poi vantano collaborazioni con Il Foglio e Liberal, che insieme forse arrivano alla metà delle vendite del Manifesto e sono comunque in perdita secca, mantenuti solo dai loro ricchi padroni politici.
Ci si resta un po’ male, invece, quando dicono studidaggini due persone intelligenti e che leggo sempre volentieri. Ci si resta male soprattutto perché dicono una cosa falsa, cioè che il fallimento del Manifesto è sacrosanto per ragioni di mercato. Non ha abbastanza lettori quindi chiude, dicono. Si tratta di una cosa falsa su tre livelli.

1. L’idea ingenua secondo cui la stabilità economica di un giornale dipenda dalle copie vendute è falsa. Il prezzo di copertina è solo una delle due maggiori entrate di un quotidiano. L’altra è, da più di un secolo, la pubblicità. Sono due meccanismi commerciali diversi: da una parte io giornale vendo informazione ai miei lettori, dall’altra vendo lettori ai miei inserzionisti. La proporzione tra queste due entrate è sempre stata oggetto di discussione nel mondo della stampa, evidentemente perché le vendite rappresentano il potere dei lettori sul giornale, mentre la pubblicità quello degli inserzionisti, portatori di interessi tutt’altro che neutri. Tradizionalmente si considerava etica una divisione 50-50 delle entrate di un giornale tra queste due fonti, ma è risaputo che il peso della pubblicità è in costante aumento.
Un giornale come Il Manifesto, quindi, esplicitamente libero e anticapitalista, non è appetibile per gli inserzionisti pubblicitari come un altro, a parità di copie. Il Manifesto vende circa 25 mila copie, eppure ha molta molta molta meno pubblicità di un qualsiasi giornale locale a diffusione minore. E chiunque si sia trovato, in un giornale locale, a scrivere un pezzo su un inserzionista, è in grado di capire perché certi giornali sono sostenuti dalla pubblicità e certi no. Il Manifesto non ha pochi lettori. Ma strutturalmente non è in grado di vendere quei lettori agli inserzionisti come fanno altri.

2. Il mercato italiano della stampa non è libero. È drogato dallo squilibrio pubblicitario a favore della tv, che non ha pari al mondo. Ed è soprattutto drogato dal ruolo dei grandi giornali e delle loro prioprietà. Una celebre inchiesta di Report, due anni fa, ha raccontato che:

Sommando le voci tra periodici e quotidiani nel 2004 La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro, RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro. Il sole 24 Ore della Confindustria, 18 milioni di euro. La Mondatori 30 milioni di euro. Sono contributi indiretti, ad esempio, Il Sole 24 Ore è il quotidiano che ha più abbonati in assoluto, ogni volta che il giornale viene spedito invece di 26centesimi ne spende 11. La differenza ce la mette lo stato. Nel 2004 ci ha messo 11 milioni e 569 mila euro.

Lo Stato sostiene alcuni giornali più di altri. Lo Stato droga il mercato a favore di alcuni soggetti, che già detengono una posizione di vantaggio. Non hanno niente da dire, i sostenitori del libero mercato e della concorrenza? Sono ancora convinti che se Il Manifesto è in crisi è perché non lo legge nessuno? Sono ancora convinti che a uccidere Il Manifesto sia il libero mercato? È libero un mercato in cui il più importante quotidiano nazionale è in mano ai principali potentati economici, che lo utilizzano non per lanciare apertamente battaglie politiche, come sarebbe legittimo, ma in modo sotterraneo per ricattare la politica, come le vicende di questi ultimi anni hanno ben dimostrato? Qui non c’è niente di libero. C’è un mercato apertamente parziale, che alcuni gruppi economici drogano a proprio vantaggio e a spese della collettività.

3. Il libero mercato non si basa sulla libertà del consumatore? E allora perché si considera uno scandalo che un giornale faccia appello ai suoi lettori e venda un numero a 50 euro? Se c’è gente disposta a spenderli, vuol dire che c’è una domanda sociale per quel tipo di informazione. Cari liberisti, ve lo devo insegnare io il marketing? Credete che fossero chiacchiere quello che facevo prima sull’identità? L’identità rende. Ci si affeziona al marchio. Se i vostri giornali di riferimento non sanno creare quel tipo di affezione e non vi sanno convincere a pagarli 50 euro, vuol dire che 39 anni di libera informazione militante sono buon marketing e 7 chili di supplementi pieni di pubblicità no. Mettetevela via, il mercato libero è anche questo. Per fortuna.

Detto questo, e spiegato come il mercato non sia la condanna del Manifesto ma semmai la sua salvezza, devo anche dire che io il numero da 50 euro non l’ho comprato. Quella mattina non avevo 50 euro in tasca, ma non è questo il solo motivo. Gennaro Carotenuto ha elencato alcune buone ragioni per non spendere quei soldi, e sono abbastanza d’accordo.
Ma soprattutto sono un po’ stufo di dover dichiarare la mia fiducia e il mio sostegno a prescindere, a quel giornale. Perché resta il miglior quotidiano italiano, ma proprio perché non dipende da nessuno se non dai propri lettori, dovrebbe dar loro maggiore ascolto.
Negli ultimi anni ad ogni crisi, insieme ai soldi, arrivavano le lettere: “Io vi sostengo, però…” Ecco quei però non sono stati abbastanza ascoltati. Si è notata sempre di più una certa sciatteria. Prese di posizione politiche un po’ ambigue, pagine culturali sempre più in bilico tra l’elitarismo e il conformismo, scarsa attenzione ai dettagli. Come se fare il miglior giornale possibile per i propri lettori non fosse più considerato così importante. Come se il sostegno e l’interesse di quei lettori dovesse essere a prescindere da tutto, per spirito di resistenza. Lo spirito di resistenza è di sinistra quando è rivoluzionario, quando ha in sé un’idea di futuro da costruire. Altrimenti è semplice pigrizia mentale, interessata speculazione sul passato e vendita a basso costo di una storia a cui tutti vogliamo bene.
Se la forza di un giornale come Il Manifesto sta proprio nella comunità dei lettori, quella comunità non può essere data per scontata. Per esempio, gli ambientalisti sono o no una parte rilevante di quella comunità? E allora il mio socio fece bene, qualche mese fa, a incazzarsi, quando la posizione di Legambiente fu completamente travisata sul Manifesto. Come fa bene Ale a incazzarsi quando il suo partito è seguito sempre in maniera superficiale e parziale. Come faccio bene a incazzarmi io ogni volta che apro Alias, catalogo della più becera fighetteria radical chic (ma neanche tanto chic, e radical appena appena). Come fa bene a incazzarsi chi lamenta le carenze di investimento sul web. Per non parlare del problema di fondo, quello politico: una crisi generale della sinistra, in cui i partiti perdono quasi il 70% dei loro voti alle elezioni nel giro di 2 anni, coinvolge fisiologicamente anche la stampa. Che però dovrebbe mostrare capacità di reazione. Carta lo fa (bene, e quindi cresce). Liberazione lo fa (male, e quindi cala). L’Unità anche (molto bene, ma da un’altra parte politica). Il Manifesto ultimamente ha dato l’impressione di non crederci troppo. Di non averne troppa voglia.
Capiamoci: le vignette di Vauro, l’edizione italiana de Le Monde Diplomatique e i fondi economici di Galapagos continuano a valere ampiamente l’euro al giorno che mi viene chiesto. Ma se di euro ne vuoi 50, in nome dell’identità di una comunità, allora mi devi stare a sentire. E darti una mossa.
Ecco, allora diciamo che i miei 50 euro sono lì, pronti. Ho fiducia di spenderli presto, magari in un abbonamento. Perché i segnali buoni ci sono: lo speciale sulle elezioni americane, per dire, è stato in assoluto il prodotto informativo più completo, preciso e interessante sul tema, nel panorama della stampa italiana. Il nuovo sito è già meglio di quello vecchio. Andiamo avanti. Continuiamo così, inventiamoci qualcosa. E lasciamo le cassandre di turno ad avvelenarsi nella propria invidia.

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15 risposte a Took you for granted/ I thought that you needed me more more more

  1. Tonino ha detto:

    Quel post di Leonardo fa ridere i polli: greve, miope, approssimativo e sconclusionato. Lo sa, ma è troppo testardo per rettificare

  2. Primaticcio ha detto:

    Anch’io ho più o meno imparato a leggere con “Cuore” e “Il manifesto”, ed è proprio per questo che mi permetto di dire che il quotidiano di (allora) via Tomacelli non lo leggo più non perché “mi sono spostato a destra” o perché vorrei che chiudesse (ci mancherebbe…), ma perché è molto peggiorato da allora? Ricordo la direzione di Valentino Parlato (ma anche quella di Riccardo Barenghi), ricordo signori inserti come “Il Cerchio Quadrato”. Oggi, come scrivi tu, c’è una certa sciatteria (dalle «prese di posizione un po’ ambigue» alle «pagine culturali tra l’elitarismo e il conformismo») e francamente trovo sempre meno motivi per sceglierlo in edicola.
    Ciao.

  3. Angelo ha detto:

    Concordo al 100% con te.
    Nemmeno io ho comprato il numero speciale: preferisco spendere 110 euro per un abbonamento semestrale piuttosto che 50 per una copia unica, che andrà bene come numero da collezione, non fosse che non è questo lo scopo di un giornale, soprattutto di un giornale come il manifesto.

  4. .mau. ha detto:

    Il tuo ragionamento si può sintetizzare in questo modo:
    – i ricavi di un quotidiano sono sempre più dalla pubblicità e sempre meno dalle copie vendute;
    – il Manifesto, anche se volesse, non può raccogliere pubblicità visto il suo modo di essere;
    – quindi bisogna che la gente cacci i soldi per il Manifesto.
    Il punto è che la prima premessa è verissima, la seconda è con ogni probabilità vera, ma da queste non discende affatto la conclusione.
    Ripeto quello che scrissi: se il Manifesto è cronicamente in deficit, significa che c’è qualche cosa che non va nel suo modello. E forse sarebbe meglio chiedersi se non è il modello a non interessare più la gente, se non pochi nostalgici; o comunque provare a immaginare che dagli stessi dati si possano ottenere più risposte diverse.

  5. masaccio ha detto:

    .mau., hai tagliato troppi fattori dal mio ragionamento, ovvio che il risultato cambia.
    Non ho mai detto che “bisogna che la gente cacci i soldi”. Ho detto che la gente lo fa. E che non trovo questo fatto inspiegabile o deprecabile, come mi sembravi far intendere tu, ma perfettamente inserito in un’ottica di rapporto tra giornale e lettore che si consolida negli anni fino alla creazione di una comunità. Ripeto: ottimo marketing.
    Inoltre hai lasciato da parte i punti in cui spiego come quello della stampa italiana non sia affatto un libero mercato. Paradossalmente Il Manifesto potrebbe essere molto più redditizio di altri giornali, che però hanno finanziamenti pubblici molto più consistenti e soprattutto padroni disposti a ripianare continuamente le perdite dato che l’investimento è politico, non editoriale.

  6. tomate ha detto:

    Mi sono lungamente intrattenuto su Lenoardo a commentare il post che trovavo cinicamente derisorio difendendo a spada tratta le ragioni del manifesto, ma ho anche scritto sul mio blog i motivi per cui provo un po’ di vergogna per loro, pur avendo contribuito io stesso al reperimento fondi cimentandomi come chef. Non voglio ripetere le cose già dette altrove, ma voglio far notare una cosa: stavolta la richiesta di finanziamento in teoria (in teoria) non viene fatta per coprire un buco di bilancio o una difficoltà economica causata da una patologia cronica, ma dal fatto che il finanziamento pubblico arriva in ritardo per via dei passaggi parlamentari della finanziaria che tagliava all’editoria, dato che una cooperativa non può permettersi passivi di bilancio: insomma devono pagare i debitori e gli stipendi. Ora i tagli non sono passati, e quando il fondo ordinario tonerà a fluire (primavera 2009) il Manifesto dovrebbe tornare a respirare. Se ci arriva. Per cui trovo motivato la richiesta di aiuto in questa occasione, diversamente se il finanziamento servisse per l’ennesimo restyling al ribasso o per fare accanimento terapeutico su un animale morto: in quel caso puoi metterci tutto il marketing e la fideizzazione che vuoi, ma le buone ragioni per cui i lettori scuciono compassionevoli i bigliettoni spariranno, giustamente o ingiustamente che sia.
    Poi non mi piace il come si stanno autoincensando e immacolando. Neanche io ho comprato il numero speciale, perchè avevo già contribuito e perchè 50 euro sono veramente troppi: avrebbero dovuto chiederne di meno, se non altro per una questione di rispetto nei confronti di quella massa di lettori che sai che faranno tutto per te, perchè sei sangue del loro sangue, per quanto pecora nera e figliol prodigo. Forse avrebbero anche ottimizzato gli introiti.

  7. Patrizia.una mamma ha detto:

    Cari Signori!

    Per una ragazza di 8 anni servono urgentemente fondi per una operazione ad un rene malato. Chi vuole dare il suo CONTRIBUTO PREGO versare (anche spiccioli) a Paypal:

    bell11@gawab.com

    Grazie mille in anticipo e Dio vi benedirà.

    Forza ragazzi aiutiamola!!! E Dio sarà con voi!

    Ci sono persone meno fortunate di voi.

    Aiutiamola!

  8. leo ha detto:

    Io sarò anche greve e sconclusionato ecc. ecc, ma alla fine la copia a 50 non la comprate più neanche voi, e di critiche al Manifesto ne avete.

    Il problema è che il Manifesto ha potuto contare, in questi anni, di una sconfinata indulgenza da parte dei suoi lettori. Andava criticato di più, e prima.
    Anche adesso bisogna leggere 5000 battute di difesa dura e pura, qui sopra, prima di accorgersi che nel Manifesto c’è qualcosa che non va. Ma allora è inutile lamentarsi che si autoincensino: siete voi a incensarli per primi, e a mettere le critiche in fondo ai pezzi.
    Basterebbe smettere con la manfrina: “In tutti questi anni il Manifesto ha rappresentato, ecc. ecc.”, e cominciare coi problemi di adesso: signori, il Manifesto di oggi non vale cinquanta euro per questo, questo e questo motivo.

  9. tomate ha detto:

    leonardo: il manifesto ha la sfiga di avere dei lettori (e anche una redazione, che al suo interno credo che sia ancora più litigiosa di quel che sembra) che fanno della critica radicale sempre e comunque il loro modus pensandi, fino alla noia. eppure in quel foglio trovano sempre l’unico terreno comune. siamo degli amanti sinceri: siamo sempre scontenti del prodotto ma pensiamo che sia necessario (parole mutuate da un giornalista stesso del manifesto). quello che hai fatto tu è di prenderci in giro: loro, che si giocano la faccia per non lasciare senza stipendi i giornalisti e per evitare grane giudiziarie; e noi poveri fessi che abbiamo in molte occasioni ritenuto di aiutarli: non in questa, perchè la richiesta era irragionevole, a mio avviso. la vignetta era spiritosa, ma non puoi stupirti se ci sono delle reazioni. quello che fanno gli altri è ancora peggio: adducono a ragioni economiche di vario tipo, pontificano su come si sta sul mercato e come no, cosa è sostenibile e cosa no, senza sapere nella fattispecie le ragioni delle loro difficoltà.
    comunque che le critiche vengano dopo è solo un caso: scrivere “bla bla bla ma bla bla bla” è più immediato che scrivere “bla bla bla fermo restando che bla bla bla”. la sintassi era una scelta logica perchè si partiva dalla tua provocazione.

  10. masaccio ha detto:

    Leonardo, c’è differenza tra una critica argomentata ad alcuni difetti del Manifesto e le tue sentenze secondo cui il Manifesto dovrebbe chiudere per ragioni di mercato o perché le altre parrocchie sono più convincenti e organizzate.
    Per la cronaca, secondo me il Manifesto non dovrebbe chiudere.

  11. Giovanni Fontana ha detto:

    Fatto salvo l’argomento dell’invidia – il meno vero, il più sciocco – e l’espressione, sempre la meno argomentata, la più povera, di “fighetto”, scrivi cose molto sensate. Ti ho letto qualche volta nei commenti a Francesco, e ho sempre trovato che certe cadute di stile mettessero in pessima luce altri argomenti, quantomeno validi.

    Ciao, Giovanni.

  12. .mau. ha detto:

    @masaccio: non riesco a capire la logica secondo cui – visto che quello della stampa non è un libero mercato – uno dovrebbe sostenere il Manifesto.
    Sull’altro punto hai perfettamente ragione: fino a che c’è gente che caccia i soldi per il Manifesto, è giustissimo che continuino a chiederne.

  13. masaccio ha detto:

    @Giovanni Fontana
    Liberissimo di considerare “cadute di stile” le deviazioni dal perbenismo politically correct. Continuo a pensare che per definire il sentimento che chi si vanta di collaborare con Il Foglio e Liberal nutre nei confronti del Manifesto, unico giornale che può contare su lettori che pagano 50 euro pur di mantenerlo in vita, “invidia” sia il termine più accurato. E che “fighetto” sia la parola più lusinghiera che posso rivolgere a chi (http://www.wittgenstein.it/2008/12/27/disdetta-2/) su quello che sta succedendo in Palestina in questi giorni riesce a fare solo un divertito commento sul presunto pregiudizio filopalestinese dei tg italiani.

    @.mau.
    Non ho detto che “uno dovrebbe sostenere Il Manifesto”, tanto che non ho comprato quel numero. Ho solo controargomentato, mi pare efficacemente, a chi, come te, sosteneva che la crisi finanzaria del Manifesto fosse dovuta a ragioni di mercato r quindi, in qualche modo, giusta: se non lo legge nessuno, giusto che chiuda.
    Ho spiegato come non è vero che Il Manifesto rischi di chiudere perché non lo legge nessuno. Giornali molto meno letti stanno in piedi grazie ai loro ricchi padroni. Il Manifesto chiede i soldi ai suoi padroni, come Il Foglio. Qual è il problema?

  14. Giovanni Fontana ha detto:

    Credo che tu sia invidioso di lui perché ha collaborato con il Foglio.

  15. masaccio ha detto:

    Giovanni, capisco il tuo argomento, ma mi pare capzioso. Ho fatto delle critiche nel merito, esplicitando le mie ragioni, mentre fatico a vedere le ragioni di chi si infastidisce perché esiste un giornale capace di vendere 18 mila copie a 50 euro. Ho fatto un’ipotesi. Se ce ne sono altre, sono disposto a ricredermi.

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