Comunicato numero 18/ lasciamo stare quel che è fatto è fatto

Come ben raccontato dall’ottimo Sandro Gilioli, questa ignobile gazzarra montata da Corriere e Giornale sulla pensione di Renato Curcio non ha alcuna parentela con la realtà.

L’accanimento della stampa conservatrice contro i reduci del terrorismo rosso sarebbe un caso di studio piuttosto interessante, perché spiega bene alcuni dei meccanismi del giornalismo contemporaneo.
Il ruolo delle vittime, innanzitutto, unici testimoni legittimi del passato perché portatori di un punto di vista superiore e imparagonabile a quello di chiunque altro, a causa del trauma subito. Ma anche la scelta di obiettivi facili, comodi, gente che è in galera da 30 anni e che nessuno, all’interno del dibattito politico, può permettersi di difendere senza passare per complice. E così si approfitta del dolore delle vittime e della grama esistenza dei prigionieri per ricostruire un’immagine del passato perversa, in cui quei prigionieri sono il simbolo di un’intera epoca, gli anni ’70, e di un’intera prospettiva politica, quella di una radicale trasformazione della società in senso egualitario. Dal divieto di far parlare Morucci alla Sapienza alla sparata di Alemanno sui 300 criminali che tengono in ostaggio l’università quanto è passato? Una cosa prepara l’altra. Si punta il dito sui dissenzienti criminali per criminalizzare il dissenso. Gli anni ’70 sono Curcio, dice Il Corriere, voler cambiare le cose è essere Curcio, insiste Il Giornale, e Curcio è un pazzo avido che vuole che lo stato lo mantenga, ripete il coro.
Che non sia vero, è un dettaglio. Che per un’operazione politica si sacrifichi la dignità di un uomo come Curcio, uno che non ha mai ammazzato nessuno ma non ha mai cercato sconti di pena, perché si riteneva un soldato in guerra e sapeva di aver perso, può importare a pochi.
Ma che questa operazione politica miri a ricostruire la memoria nazionale, criminalizzando ogni tentativo di progresso della nostra Repubblica e santificando il regime clerico-mafioso che la soffoca da 60 anni, dovrebbe preoccupare.
Ci stanno cambiando la memoria, e noi neanche ce ne accorgiamo.

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