La lieta novella rimbalza di tornante in tornante

Dicono che tutti gli americani sanno dov’erano e cosa stavano facendo quando ammazzarono Kennedy o l’11 settembre del 2001. Dicono che agli italiani della generazione dei miei genitori succeda lo stesso con il rapimento e con la morte di Moro.
Non so che notizia resterà indelebile nella memoria di chi è nato negli anni ’80. So però che mi ricordo esattamente dov’ero la sera del 14 febbraio del 2004, 5 anni fa. Ero qui, sulla curva dopo il ponte di legno di Bella Venezia, frazione di Castelfranco Veneto. Era sabato sera, ero in giro coi miei amici e guidavo verso nord. Mi arrivò un sms da mia madre, tutto in maiuscolo (perché lei era nata ben prima degli anni ’80): “E’ MORTO PANTANI”.
Ci fermammo sulla curva di quella strada stretta, lungo il torrente Avenale. In silenzio. Per un bel po’. Ogni volta che ripasso per quella curva ci penso.
La faccio finita qua, perché il sentimentalismo del tifoso è una delle cose più ridicole che esistano. Marco Pantani era una persona come tante, ha fatto un sacco di stronzate, e le ha pagate, nel modo peggiore. E poi il ciclismo porta alla retorica, l’abbiamo già detto.
Ma un giorno all’anno si può anche sbracare. Avevo 11 anni quando camminavo per Treviso col mio grosso walkman Aiwa nero e le cuffie col semicerchio di ferro per ascoltare l’ultima tappa di salita del Giro, quella con il Colle dell’Agnello e Pantani che scatta troppo presto, finisce solo col vento contrario tra i già pochi capelli e il venduto Argentin gregario di Berzin lo va a prendere. Ne avevo 15 quando facevo aspettare tutta la mia squadriglia scout presentandomi in ritardo di quasi due ore alla riunione perché Pantani stava salendo verso Montecampione in maglia rosa e Tonkov non voleva cedere. Ne avevo 16, e avevo addosso una maglietta con la sua faccia e la scritta “Vai Pirata”, quando mio padre mi venne incontro al ritorno da scuola per darmi la notizia, quel giorno lì di cui già si è parlato.
È nota la capacità della bicicletta, e della salita in particolare, di donare grazia, eleganza e bellezza agli esemplari più brutti e scalcagnati del genere umano. Pantani non faceva eccezione: come scriveva Gianni Mura, era un mostro preistorico, un fossile, un mostruoso pterodattilo inadatto ai tempi moderni e alla compagnia dei suoi simili, che solo una volta raggiunta la completa solitudine, su per una montagna, poteva spiegare le ali e mostrare al mondo la propria perfezione. Mezzo mondo lo guardava incantato arrivare in cima così, splendido, e poi tornare a inciampare, cadere, andare contro un suv, investire un gatto in discesa, fare tardi in discoteca, essere mollato dalla morosa, strafarsi di coca, ogni volta che tornava fra noi mortali, nella nostra pianura.
Per tutto questo, e molto altro, devo qualcosa a Marco Pantani. E gli dedico la cronaca della sua ultima grande impresa, un anno dopo Madonna di Campiglio. Quando fu il primo corridore (e, ad oggi, l’ultimo) a staccare in salita Lance Armstrong.

Pantani, impresa da Pirata al Tour stacca tutti sulle Alpi

COURCHEVEL – Pantani, il caro Fossile, sta facendo di tutto per tornare Pantadattilo. Gli si è allargata l’ apertura alare, ieri ha tritato il Tour con una serie di scatti micidiali. Ha vinto la tappa alla sua maniera, staccando tutti, che poi è il solo modo che ha di vincere, una felice condanna. Tra quei tutti, anche Armstrong. è la prima volta: cosa sono 50 secondi, meno di un minuto, ma valgono molto di più nel lungo viaggio di Pantani alla ricerca del tempo (e del Pantadattilo) perduto. La ferocia con cui ha sprintato negli ultimi 50 metri, flagellandosi muscoli e polmoni, la dice lunga. ARRIVA con la testa abbassata sul manubrio, senza cercare la bella posa per fotografi e collezionisti di immagini (le braccia alzate, il sorriso disfatto). è grinta, solo grinta, pura grinta, tutta grinta in quella buffa divisa rosa. è un urlo frenato, Pantani. Solo oltre la riga bianca alza la mano destra, alla Mennea, col dito a dire uno, ma la abbassa subito, o per stanchezza o perché se ne vergogna. Chiederò. Già prima di partire Pantani aveva parlato, buon segno. Quando se ne sta barricato nel camper non tira buona aria. Aveva detto cose sensate: “Qui mi sento alla pari con tutti meno che con Armstrong. Devo capire quali sono i suoi limiti. Ne avrà pure. Ieri ci sono rimasto male quando mi è scattato in faccia, un gesto inutile che non ho capito. Oggi devo fare qualcosa, ma prima dell’ ultima salita non serve a nulla”. Infatti. Continuando a seguire una strategia canina, sono già sicuro in partenza che vincerà Pantani. Basta annusare l’ aria. Certo, può partire una fuga da lontano (partirà), certo fa un po’ freschino (un grado sul Galibier, prati brizzolati di neve fresca, un po’ di ghiaccio sulla strada) per i gusti di Pantani. Tante cose, ma ho già provato a spiegare due anni fa che Pantani non si capisce, si sente, nei casi migliori si presente. La fuga la inizia Commesso nella discesa del Galibier: su lui vanno due italiani (Nardello e Lelli) e cinque spagnoli (Garcia Acosta, Jimenez, Arrieta, tre Banesto, e Otxoa e Vidal, due Kelme). Le grandi manovre degli spagnoli partono da molto lontano. Va bene per Armstrong, dovranno lavorare Festina e Telekom per difendere i piazzamenti. A maggior ragione quando, tanto per cambiare, se ne va anche l’ inesauribile, incredibile Botero. Sull’ arcigna Madeleine Armstrong non ha una gran bella faccia e rimane senza gregari, ma nessuno lo attacca, a parte un tentativo minimo di Escartin e Ullrich. Il gruppetto della maglia gialla e di Pantani (costantemente al coperto) diventa gruppo lungo la discesa. Breve riepilogo: al chilometro 125 solo cinque rimangono in testa: Jimenez, Nardello, Lelli, Otxoa e Botero. A 33 km dal traguardo il gruppo è a 5 minuti. Tira Commesso, tirano i Mercatone, poi fa l’ andatura Guerini con Ullrich a ruota. A 22 km dal traguardo i cinque hanno 2′ 15″ su un altro gruppetto di cinque, che non farà una bella fine e 4′ 10″ sul gruppo. Da cui mancano, da un pezzo, i grandi bluff. Zulle e Olano si sono staccati insieme a Zabel, è tutto dire. Jalabert un po’ prima. Beccheranno 36′ . L’ azione tritatutto di Pantani si svolge in tre tempi. Il modo è sempre quello. Parte e allunga dalla testa della fila. Solo la prima volta attacca da dietro. Mancano 15 km al traguardo. Allo scatto rispondono subito Livingston e Virenque, poi Armstrong da solo. Ullrich boccheggia paonazzo come uno scorfano a riva. Guerini spende tutto ma non riesce a salvarlo. Può solo limitare i danni. Pantani scatta ancora, Virenque e Livingston mollano. Armstrong gli tiene la ruota e poi, passandolo, gli parla. Si danno cambi regolari. Su loro arriva Heras, e raccattano per strada Otxoa. Davanti, ai 10 km, Nardello, Jimenez e Botero hanno 1′ 08″ sul quartetto di Pantani, 2′ sul gruppetto di Virenque, dove Moreau fa un lavoro enorme, 2′ 40″ su Ullrich. Poi Jimenez allunga da solo (meno 9) e Pantani pianta la compagnia (meno 6). La lieta novella rimbalza di tornante in tornante, questo è il vero ciclismo che prende occhi e cuore, e anche questa di Courchevel adesso è una montagna innamorata. Pantani tira dritto come una ruspa, raggiunge e stacca Botero, Nardello (grande giornata per entrambi) e infine Jimenez. L’ esecuzione dello spagnolo è in due tempi. Primo scatto, recupero e, prima dell’ aggancio, secondo scatto. Adesso Pantani è solo, mancano meno di 3 km al traguardo. La pienezza della montagna restituisce una bellezza solenne alla corsa. è una salita che raramente fa rifiatare, e Pantani ha ancora tanto da scaricare nelle pedalate. è cupo, concentrato, deve ancora arrivare in cima, liberarsi da un peso. Un brivido quando gli spunta a ruota, in dirittura d’ arrivo, un corridore della Kelme. Chi è, da dove spunta? è un basco, perfettamente vestito da Llorente. Un altro basco, in maglia gialla, chiuderà a braccia alzate dopo Armstrong. Sul petto hanno scritto “Libertà per i prigionieri baschi”. Altri due, uno vestito da Banesto, uno con la maglia a pallini bianchi e rossi, sono bloccati dai poliziotti. Una discreta comica. I conti del Tour: Ullrich salva il secondo posto per 2″. Dal secondo al quinto, tutti stanno in meno di un minuto. Pantani è sesto, che arrivi o meno sul podio (penso di no) è robetta. Quello che doveva fare, l’ ha fatto. E anche Armstrong: “Con Pantani ci siamo subito capiti, avevamo interessi comuni. Quando è scattato l’ ultima volta non gli ho risposto. Non m’ interessava la vittoria di tappa, preferivo salire col mio passo. Ho sofferto anche oggi ma meno di ieri. Devo dire che ogni giorno la mia ammirazione per Pantani cresce. Oggi ha fatto un grande numero”. Sì, un grande numero dei suoi. Un numero che dà valore alla maglia gialla dell’ americano (così lo ha chiamato Pantani ai microfoni) ma dimostra che Pantani c’ è ancora. Questo contava. è tornato quello del ‘ 98? Non lo sa nemmeno lui, ma certo non è lontano. Ha capito, con un po’ di ritardo (ma ognuno ragiona con la sua testa, ascolta il suo cuore) che poteva tornargli a ruota solo lavorando con umiltà e fatica, molta umiltà e molta fatica. In tutti i mesi che è stato fermo ha più volte pensato di smettere, poi si è convinto o fatto convincere, ha deciso. Avesse deciso un mese prima, forse questo Tour avrebbe avuto un’ altra storia, ma anche così è una bella storia. Non solo per Pantani e per Armstrong, per il ciclismo e per tutti quelli che si ostinano a crederci. – dal nostro inviato GIANNI MURA

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4 risposte a La lieta novella rimbalza di tornante in tornante

  1. Red Butler ha detto:

    io capisco la passione, ma con un minimo di distacco andrebbe anche capito che Pantani ha fatto molto più male che bene al ciclismo, tradendo centinaia e centinaia di persone che credevano in lui, dando inizio a quella spirale di disaffezionamento nei confronti del ciclismo che ora in italia è forse al livello più alto. chiaramente non meritava di fare la fine che ha fatto, questo si capisce. ma questa mitizzazione è eccessiva, si parla male e si punta il dito contro tutti quelli che sono anche solo vagamente sospettati di doping dicendo che rovinano il ciclismo, ma pantani no, pantani è un mito, pantani se ne può solo parlare bene.

  2. Francesco ha detto:

    @masaccio:ricordavo anche io ieri sera a dei miei amici quel messaggio e quella curva.

    @red butler:ma vaffanculo va’…

  3. Lorenzo ha detto:

    Tradendo un emerito cazzo…

  4. masaccio ha detto:

    A me non pare che di Pantani si possa parlare solo bene e contro gli altri si punti il dito.
    Anzi.
    Anzi.
    Pantani, per un ematocrito alto, è stato escluso con ignominia dalla corsa più “sua”, il Tour, per quanti anni? Ha subito un processo penale, tra l’altro conclusosi come sappiamo.
    A chi altri, dei suoi contemporanei, è andata così? Indurain si è ritirato un secondo prima dello scoppio della bufera, e resta un mito intoccabile. Riis ha ammesso candidamente tutto, ed è ancora lì a giocarsi il Tour da ds. Virenque ha continuato a correre come se niente fosse. Quello che l’ha battuto in quel Giro del ’94, Berzin, avevo 60 di ematocrito. Devo continuare?
    Savoldelli aveva 49,9, quel giorno, a Madonna di Campiglio. Quel decimo ha fatto di lui il vincitore di due Giri d’Italia.
    A Pantani è andata diversamente. Non lo assolvo, non lo giustifico, di tutto quello che gli è successo l’unico e solo responsabile è stato lui. Ma ha pagato, fino in fondo, tutto. Ed è stato l’unico, in assoluto a farlo.
    L’unica volta che ha avuto la possibilità di tornare a giocarsela alla pari con gli altri, da pulito, per quanto ci è dato sapere, ha piantato Lance Armstrong in salita. Devo ancora vedere nessun altro non dico riuscirci, ma neanche provarci. Mi pare qualcosa degno di essere ricordato.

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