Massimino e la terza guerra europea

Ieri, dopo aver letto la vergognosa intervista al Riformista di Massimo D’Alema sulla guerra in Kosovo, ho iniziato a scrivere un post. Poi ho avuto da fare e l’ho salvato in bozza. Ora, tornato a casa, lo stavo aprendo per completarlo. Quando ho scoperto che quasi tutto quello che volevo dire l’ha già scritto Ramon Mantovani:

L’ex presidente del consiglio Massimo D’Alema ha rievocato, con una lunga intervista su “il Riformista” la “guerra che rifarei”.

Nel decennale della guerra del Kosovo ci saremmo aspettati qualche riflessione critica (pretendere un’autocritica da D’Alema è utopistico) da parte di coloro che prepararono e sostennero l’intervento militare della NATO. Invece registriamo l’ennesima rivendicazione di una linea, quella del rilancio della NATO e della dottrina multilaterale, e la spudorata riproposizione del grande imbroglio sulla natura umanitaria della guerra.

La guerra fu preparata trasformando l’UCK, nel breve volgere di alcuni giorni, da organizzazione terroristica (così era definita ufficialmente dagli USA e da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) in organizzazione patriota. Gli attacchi dell’UCK, nel frattempo bene armata dagli USA e rafforzata perfino dagli uomini di Al Queda, ai villaggi in maggioranza serba alimentarono la risposta delle milizie di estrema destra serbe e soprattutto il consenso intorno ad un governo di unità nazionale che salvò Milosevic dal disastro dopo la rovinosa sconfitta elettorale nelle amministrative.

La guerra fu preparata alzando la tensione diplomatica e con una mastodontica operazione di disinformazione sulla crisi umanitaria. Tanto sfacciata quanto efficace visto che in realtà la vera crisi umanitaria cominciò esattamente un minuto dopo l’inizio dei bombardamenti e coinvolse sia i serbi sia gli albanesi kosovari.

La guerra fu preparata con una finta trattativa a Rambouillet nella quale si pose al governo juguslavo una condizione inaccettabile per poter dichiarare esaurita ogni trattativa: la presenza di truppe NATO su tutto il territorio jugoslavo per un periodo indefinito.

La guerra fu preparata con un atto segreto, l’Act order, in sede NATO firmato dai capi di governo, a insaputa dei rispettivi parlamenti, che decise l’ineluttabilità dell’intervento militare delegando ai vertici militari l’esecuzione tecnica e temporale dell’ordine politico impartito.

La guerra fu fatta senza che nemmeno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne avesse discusso e, per quanto riguarda l’Italia, senza che il parlamento avesse votato alcun mandato in proposito. Tutto in violazione del diritto internazionale e della costituzione italiana.

Mentre i bombardieri USA e italiani scaricavano le migliaia di tonnellate di bombe su ponti, fabbriche, scuole, ospedali, ferrovie e perfino televisioni ed ambasciate di paesi terzi, a Waschington la NATO celebrò un summit nel quale modificò il proprio statuto per poter intervenire fuori dai propri confini, senza nessuna copertura ONU. Portando così a compimento la mutazione genetica da alleanza “difensiva” ad autoproclamato gendarme del mondo.

Mentre i bombardieri italiani centravano obiettivi civili e militari, compreso il sistema di telecomunicazione jugoslavo di proprietà italiana da pochi mesi, D’Alema disquisiva dell’ottima “esperienza umana e professionale” che avrebbero compiuto i nostri piloti. E mentre il movimento pacifista scendeva in piazza in Italia e in tutto il mondo Cossutta si esercitava in finte operazioni diplomatiche e la CGIL di Cofferati scendeva anch’essa in piazza, ma per appoggiare la guerra umanitaria definendola una “contingente necessità”.

La guerra fu conclusa in una riunione del G8, che così fece un altro passo per diventare il vero direttorio del mondo. Con un accordo che non prevedeva la famosa clausola di Rambouillet, a dimostrazione della sua strumentalità, per essere poi ratificato dal Consiglio di Sicurezza, sempre più notaio dei paesi ricchi e potenti e sempre meno titolare della sicurezza mondiale.

La guerra, negli anni successivi, continuò a bassa intensità, sotto il vigile controllo delle truppe NATO di occupazione, e produsse 250 mila profughi serbi, fino ad arrivare all’autoproclamata indipendenza kosovara, gravissimo precedente per l’Europa e in aperto contrasto con lo stesso accordo che mise fine ai bombardamenti. E l’ultimo governo Prodi riconobbe il Kosovo indipendente in violazione del proprio programma e dei deliberati parlamentari.

Che D’Alema sorvoli su molte di queste cose non è casuale ma non è nemmeno frutto di imbarazzo. E’ solo logico per chi cinicamente pensa che la propria missione sia governare l’esistente badando bene a correre in soccorso… dei vincitori.

Il mondo cambia, il capitalismo è in crisi, e le guerre aggravano i problemi, ma per D’Alema tutto è come dieci anni fa.

Possiamo solo dire che se lui dichiara “rifarei quella guerra” la nostra opposizione di allora fu sacrosanta e lungimirante.

ramon mantovani

pubblicato su Liberazione il 25 marzo 2009

Sulla faccia come il culo di Massimino ho poco da aggiungere. Se non si vergogna di quello che ha fatto, ma anzi, arriva a rivendicarlo, compresi gli aspetti più sordidi di quella vicenda, non c’è davvero niente di cui discutere.
Per chi fosse interessato a un riassunto sintetico ma capace di rendere la pluralità dei punti di vista sulle guerre jugoslave, consiglio l’ottimo La guerra dei dieci anni, a cura di Alessandro Marzo Magno. Tutto è iniziato in Kosovo, dieci anni prima della cosidetta pulizia etnica. Tutti lo sapevano, tutti hanno lasciato stare. Fino a un momento ben preciso. Oggi in Kosovo c’è l’euro, è l’unico posto dell’intera penisola balcanica in cui non ci si può sfamare a burek con pochi centestimi, e prima di ogni ponte c’è un cartello come i nostri divieti ai camion, solo che la sagoma è quella di un carro armato. Non si fa un chilometro senza vedere un mezzo militare (soprattutto tedeschi) o un’enorme base. La Nato ha la sua piattaforma in mezzo ai Balcani. W l’interventismo umanitario.
Aggiungo solo che dal mio punto di vista quella guerra ha lasciato due eredità piuttosto pesanti in Italia: da una parte l’utilizzo del concetto di pulizia etnica come ombrello sotto cui far entrare tutto e il contrario di tutto e in nome del quale giustificare qualsiasi atrocità, dall’altra la timida ricomparsa di un movimento pacifista sotterraneo, quasi clandestino, ignorato dai media e da gran parte della politica ufficiale, ma che, dopo Genova, sfocerà nelle enormi mobilitazioni contro la guerra in Iraq. La stessa Cgil di Cofferati sosteneva l’intervento in Kosovo, 3 anni dopo lanciò lo slogano “contro tutte le guerre senza se e senza ma”. Giusto per quelli che dicono le cose non cambiano mai.

2 risposte a Massimino e la terza guerra europea

  1. tomate scrive:

    tutto condivisibile tranne Waschington

  2. chiara scrive:

    D’Alema dì qualcosa, dai, dì qualcosa, D’Alema dai, dì qualcosa, dì una cosa di sinistra! dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà..

    Immortalato.

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