Alea Facta est

Qui non ci si scandalizza tanto sul fatto che possano essere riammesse la candidature del Pdl a Roma e di Formigoni in Lombardia. Sia il Pdl a Roma sia Formigoni in Lombardia esistono, hanno un consenso, è assolutamente naturale che partecipino alle elezioni.
Ciò che non è assolutamente normale è che il governo faccia un decreto ad hoc per due casi specifici in modo da permettere al Pdl e a Formigoni di partecipare. Che l’amministrazione di questa Repubblica decida che se non consegnano le firme i Radicali o il Pcl amen, ma al Pdl ciò non può accadere. Non può, proprio non è possibile. Perché il Pdl in sostanza esiste, e anche se non ha dimostrato formalmente di farlo, non si può impedirgli di presentarsi alle elezioni.
Questo argomento avrebbe perfino una sua logica per il sottoscritto, che delle regole formali della democrazia liberale (per cui tutti i partiti sono alla pari fino al voto e solo il momento del voto segna i rapporti di forza tra loro) se ne frega e, da democratico vero e quindi gramsciano e tutt’altro che liberale, sa benissimo che i partiti esistono e hanno un consenso anche fuori dalla campagna elettorale, e che le elezioni non sono altro che la certificazione amministrativa di rapporti di forza stabiliti altrove, nella costruzione di consenso sociale.
Se non ce l’ha è semplicemente perché io qualche raccolta firme elettorale l’ho fatta, per dare una mano ai vari partitini di sinistra, quando ce n’è stato bisogno. Mi sono fatto le mie ore di sfrantecamento di coglioni davanti alla Coop fermando le vecchie per convicerle che “sì, siamo una lista di giovani, sì sì bravi cristiani, signora, se mi lascia una firma le giuro che poi mi taglio i capelli, sì, me la lasci pure la medaglietta della Madonna, basta che prima firmi qua”. So quanto sia difficile e sia però allo stesso tempo necessario, necessario soprattutto, nell’Italia contemporanea in cui i partiti fuori dalle campagne elettorali praticamente non esistono, a dispiegare quella minima forza di militanza che è richiesta come dato minimo a un’associazione privata per potersi dire partito e quindi espressione di un interesse collettivo e tendenzialmente generale.
Se non raccogliete le firme, insomma, potete pure avere il 30 e rotti per cento di voti, ma non siete un partito, siete un simboletto su cui milioni di zombie hanno messo una croce dopo essere stati lobotomizzati per anni dal vero leader del Pdl.
Quindi: ‘sto cazzo. Non raccogli le firme? Non corri, fanculo.

Però hanno fatto il decreto. Chiariamo: qui non si è mai creduto che il finale potesse essere un altro. È evidente che ciò che è successo a Roma e Milano non è casuale, è evidente che c’è una guerra interna al Pdl, è evidente che qualcuno ha voluto dare un segnale a Berlusconi. Però, appunto, di segnale si trattava, niente di più. “Guarda che possiamo anche impedirti di partecipare alle elezioni”, stop. L’eventualità che Penati, Agnoletto e Pezzotta si contendessero la presidenza della Lombardia (che, tra l’altro, sarebbe diventata un posto normale, con, rispettivamente, una destra, una sinistra e un centro normali) non è mai stata all’ordine del giorno.

Il sottoscritto, inoltre, non ne può più di questo genere di allarmi democratici a getto continuo, con cui il popolo italiano, a forza di editoriali sferzanti di Ezio Mauro, viene assuefatto allo stato d’eccezione ed anestizzato a qualsiasi reale contenuto, distraendosi con la telenovela del golpe quotidiano da ciò che sta realmente accadendo in Italia e nel mondo.

Epperò qui qualcosa va detto. Hanno fatto un decreto. Dico: un decreto. Non una circolare ministeriale e non una legge. Un decreto. Il governo si è arrogato il diritto di cambiare la legge elettorale a campagna in corso. Qua si stanno veramente dando i numeri.
Questo non si può fare, come si legge nell’articolo 15 della legge 400 del 1988:

2. Il Governo non può, mediante decreto-legge: […]
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione;

E il quarto comma dell’art. 72 della Costituzione recita:

La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

Insomma: non si possono fare decreti sulle leggi elettorali. La ragione sembra superficiale: trattandosi di materie particolarmente delicate, è bene che se ne discuta pubblicamente in parlamento. Ma in realtà c’è un dato più profondo e importante: un decreto non è una legge non solo perché è approvato dal governo invece che da parlamento, ma anche e soprattutto perché ha una scadenza. Ha validità di legge per 60 giorni, poi ciao: o il parlamento lo converte in legge, o decade.
È chiaro come questo renda lo strumento del decreto incompatibile con la materia elettorale: dato che un decreto può essere approvato solo in casi straordinari di comprovata necessità e urgenza, in materia elettorale ciò può accadere solo in prossimità delle elezioni (altrimenti non c’è l’urgenza). Ma se siamo in prossimità delle elezioni, vuole dire che la conversione in legge avverrà dopo il voto. E, nel caso non dovesse avvenire? Il decreto, secondo la Costituzione, perde d’efficacia fin dall’inizio. Cioè la legge secondo cui si è votato non è più valida. Ecco. Questo casino, hanno appena fatto. Hanno reso provvisoria una legge elettorale. Andremo a votare secondo una legge provvisoria. Che tra 2 mesi potrebbe essere annullata, con valore retroattivo.

Mi pare chiaro che ciò segni il definitivo sputtanamento del concetto di elezioni e dell’apparato politico che da esse è riceve il mandato. Non si torna più indietro, il dato è tratto e l’utile idiota alla Napolitano si trova sempre. Questo avviene quando i poteri reali di una società, dopo essersi serviti di un regime per fare i loro porci comodi, decidono che non serve più. Che può andare tutto a puttane. Che questa Seconda Repubblica deve essere lasciata affondare nel pozzo di letame in cui è affogata la prima. R I P.

30 risposte a Alea Facta est

  1. Gianluca P. scrive:

    Condivido al 20/20!

    Il problema del dopo Berlusconi è che le cose non torneranno mai più come prima, ormai sono state rotte da una politica spregiudicata (e anche pregiudicata) tutte le regole e le forme liberali (questa non è che l’ultima) le quali pur rappresentando i rapporti di forza tra partiti quanto il voto di un esame rappresenti la comprensione di un argomento, rimangono tuttavia fondamentali per tenere in piedi la convivenza democratica.
    La rottura di ogni tabù istituzionale fatta dalle destre in questi anni mi preoccupa ancor più ora, chi arriverà dopo di loro? Temo il peggio, temo una lega senza più limiti tanto per dirla chiara.

    P.S.
    scusate l’italiano, spero si capisca quello che volevo dire.

  2. Alberto scrive:

    Non è la prima volta che accade:

    http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2010/03/03/1133210-scalfaro_prorogo_termini_liste.shtml

    Non sono d’accordo con il decreto di oggi, ma qualcosa di analogo (non uguale, analogo) è già accaduto per le regionali.
    Qualcosa di uguale invece è accaduto per referendum dei radicali.
    Che Napolitano sia un idiota non ci piove, del resto da uno che nel 56 disse che “in Ungheria l’Urss porta la pace”…

  3. Jack Frost scrive:

    Perfettamente d’accordo. Anche le vestigia della democrazia se ne sono andate, aldilà delle prediche di Mauro e Scalfari.
    Forma e sostanza sti cazzi!

  4. jan k scrive:

    Se chi chiacchiera avesse davvero voglia di cambiare le cose, lo farebbe. La verità è che questo sistema va bene così com’è a tutti. E chi pensa che non vada bene, di solito, non conta, perchè non potrà mai alzare un dito.

  5. jan k scrive:

    @alberto: in quel caso tutti ebbero la possibilità di godere dello slittamento, e fu fatto a quattro giorni dalla scadenza. Era salvo il principio di universalità. In questo caso si fa come al solito un favore al padrone.

  6. nicola pasa scrive:

    “…che delle regole formali della democrazia liberale (per cui tutti i partiti sono alla pari fino al voto e solo il momento del voto segna i rapporti di forza tra loro) se ne frega e, da democratico vero e quindi gramsciano e tutt’altro che liberale..”

    questo decreto è ispirato proprio da questa idea, che la democrazia sia sostanza e non forma, la democrazia sostanziale nata altrove come dici tu e non nelle urne è il fondamento di ogni civiltà antidemocratica se intendiamo per democrazia il libero scambio delle elite se invece per democrazia intendiamo che l’elite al potere è quella dei giusti e forti, e in quanto tali predestinati al governo allora siamo in una dittatura, d’altronde anche le repubbliche sovietiche si dicevano democratiche, e la cina ancora si definisce repubblica popolare democratica cinese, il tuo articolo rinfocola in me l’idea che la sinistra comunista e la destra berlusconiana e fascista siano uniti nella lotta ad un unico nemico, il liberale, vive condoglianze ai vedovi della repubblica democratica popolare italiana

  7. vegetarian scrive:

    approfondisco il mio commento, anche alla luce di quello qui sopra.

    “…che delle regole formali della democrazia liberale (per cui tutti i partiti sono alla pari fino al voto e solo il momento del voto segna i rapporti di forza tra loro) se ne frega e, da democratico vero e quindi gramsciano e tutt’altro che liberale..”

    E’ precisamente questo il passo che non condivido in assoluto. Una democrazia è salda solo se sia forma che sostanza sono sane, non ne basta una sola.
    Altrimenti, per come hai descritto la democrazia, dovrei dire che il libano è una salda democrazia dato che le elezioni ben rappresentano i rapporti di potere reali fra le parti.

  8. stefano scrive:

    vegetarian sarei io… mi si stanno mischiando i nick😀

  9. tomate scrive:

    Condivido tutto.

    In questi giorni si è sentito parlare di “impresa titanica”, “inutile cavillo”, “odiosa burocrazia”, a riguardo della raccolta firme. Quella trafila di opinioni estemporanee che ogni politico si sente in dovere di fabbricare sulla scia dell’entusiasmo o dello scandalo contigente, ad ogni “emergenza”, e che costituiscono l’unico contenuto politico dei telegiornali. Senza voler pensare perché ci sono quelle regole, che cosa potrebbe succedere senza (ad esempio: provate voi a votare su una scheda che ha 140 simboli diversi, dalle Parrucchiere Arrapate al Partito dei Calvi).

    Ma la cosa che lacia basiti è quel “titanica”. E’ un’impresa titanica per un partito con il 40% dei consensi raccogliere le firme di qualche migliaio di militanti. Eh certo, mica le puoi raccogliere con il televoto, con l’applausometro degli applausi finti di Striscia la Notizia. Incredibile che per chi è capace di organizzare aerei di Stato carichi di gnocca.

  10. masaccio scrive:

    @nicola
    Non hai capito un cazzo. Dato che tutti gli altri hanno capito, mi sa che sei tu che non sei arrivato fino in fondo. Del resto ormai la scuola Mariadefilippi è egemone anche a sinistra: leggiamo tre righe a caso, c’è qualcosa che infastidisce, rispondiamo acidi, senza fare un minino di sforzo per approfondire, capire il pensiero che c’è dietro, ecc.
    Non cancello il tuo commento (anche se in generale non accetterei che mi si dia del fascista così a cuor leggero) solo per far capire a che punto siamo arrivati.

    @stefano
    Mah. La riduzione della democrazia a procedura elettorale formale è una cosa che ha ben poco a che vedere col pensiero democratico e la sua storia. Le elezioni di una rappresentanza sono un concetto liberale, non democratico, elaborato nell’800, quando i liberali consideravano la democrazia il peggiore dei mali e la prendevano a cannonate.
    Nel ‘900 si è arrivati a questo compromesso chiamato “democrazia liberale”, uno degli ossimori di maggior successo di questo assurdo secolo. Capiamoci: è un ossimoro che ha prodotto diverse buone cose. Ma altre restano assolutamente irrazionali, e la formazione della rappresentanza elettorale è una di queste. L’idea che un minuto prima delle elezioni non esista alcun tipo di consenso e di maggioranza, che questi si formino nell’abracadabra delle urne e che restino poi cristallizzati e identici a se stessi fino allo scioglimento delle camere è ovviamente assurda. La finzione poteva reggere finché le elezioni erano un gioco di società tra notabili liberali, ma con il suffragio universale e i partiti di massa è diventato chiaro che la democrazia lavora ben prima e ben oltre le elezioni. Che i partiti non sono più macchine elettorali ma produttori continui e costanti di consenso e organizzazione sociale, e che non sono più neanche i soli soggetti legittimati ad esserlo. L’idea che esistano delle coscienze individuali vergini e indipendenti e che durante i 40 giorni di campagna elettorale esse vengano convinte dall’una o dall’altra proposta non ha ovviamente niente a che vedere con la realtà. Io sono di sinistra anche a 2 anni e mezzo dalle elezioni, per dire. Partecipo al meccanismo democratico ben più di una volta ogni 5 anni.
    Certo, Stefano, che la forma conta, ci ho scritto un intero post. Ma se fosse solo quello il problema non me ne preoccuperei. In Mongolia da sempre esiste un sistema tribale. Qualche decennio fa la più numerosa tra queste tribù strinse un patto con Stalin, e si costituì come partito comunista mongolo. Dopo la caduta dell’Urss si sono celebrate varie elezioni, e quel partito/tribù ha ovviamente continuato a vincere. È democrazia? Eppure le procedure elettorali sono rispettate… In Afghanistan c’è democrazia? In Iraq? Eppure si vota…

  11. lussu scrive:

    @nicola

    Riprovaci mettendo qualche punto, vedrai che sarai più chiaro.

  12. dedalus scrive:

    una simpatica segnalazione: ieri qualcuno è entrato nel mio blog sulla base della ricerca “termine filosofico malingut vikipedia”. cosa vorrà dire?

    tornando all’argomento, e all’interessantissimo dibattito, anch’io, caro Masaccio, salto sulla sedia quando leggo “per il sottoscritto, che delle regole formali della democrazia liberale se ne frega” perchè mi ricorda da vicino il famigerato “me ne frego”. ma siccome conosco e apprezzo la tua intelligenza, e conosco e apprezzo i tuoi autori (non ci crederai ma sono anch’io a mio modo un gramsciano), mi sforzo a leggere la tua lapidaria sentenza in profondità. e vi scorgo una contraddizione di fondo, indice di una contraddizione irrisolta e profonda, in seno al movimento che gravita intorno all’idea di una “sinistra autonoma” alternativa al Pd.

    è innegabile che nella storia del pensiero marxista ci sia un’insofferenza – comprensibile, per carità – nei confronti della democrazia liberale, con i suoi organi e i suoi meccanismi, in quanto sovrastruttura del sistema capitalistico ed espressione del potere borghese. il capovolgimento rivoluzionario del sistema capitalistico comporterebbe, questo è l’auspicio dei comunisti, proprio la dissoluzione degli organi di rappresentanza di tipo liberale in vista di un sistema di autogoverno diretto del popolo. questo esito confligge apertamente con la forma della “democrazia liberale”, che non è un ossimoro bensì la definizione che a partire dal ‘700 si dà ai sistemi democratici per distinguere la democrazia moderna da quella degli antichi: oggi le democrazie sono “liberaldemocrazie” perchè combinano (dovrebbero combinare) il principio della sovranità popolare con la tutela dei diritti liberali e con la divisione dei poteri. in conclusione la divergenza, a livello sia di fini sia di metodi, che separa i sistemi liberaldemocratici da i sistemi comunisti è evidente a livello teorico, innegabile a livello storico.

    ma questo è ancora il pensiero che guida la prassi politica dei partiti che gravitano attorno all’area della sinistra radicale? in parte certamente sì ed è in questo senso che va compresa, tra le altre cose, l’isofferenza (non lontana talvolta ai toni del disprezzo) di Masaccio verso la “finzione” dei meccanismi di rappresentanza e le sue regole, nel solco, dunque, dell’ortodossia marxista-leninista. dall’altra però il comunismo italiano a partire da un certo momento ha compiuto (dovrebbe averlo fatto a partire dal ’56) un’opzione integralmente democratica, consistente nel puntare all’obiettivo di una “democrazia progressiva” applicando integralmente la Costituzione italiana (la cosiddetta “via italiana al socialismo”). in questa luce va letta tutta la seconda parte del post di Masaccio (in contapposizione al roboante “me ne frego” della prima), quella che sottolinea come il rispetto della forma, nell’ambito di un regime democratico, sia sostanziale. condizione necessaria all’esercizio democratico anche se non sufficiente, e su questo naturalmente siamo d’accordo.

    questa è la contraddizione (quella tra marxismo e liberaldemocrazia) che, a mio avviso, toglie credibilità politica alla “sinistra radicale”, immortalandola con due piedi in una scarpa. e che mi fa credere che, nonostante tutto, la scelta alla base del Pd, pur con tutta la sua fragilità, sia quella corretta.

  13. masaccio scrive:

    Dedalus, anch’io ho un certo rispetto per la tua intelligenza, ma qui c’è proprio un errore fattuale di fondo.

    Non è che nel pensiero marxista ci sia un’insofferenza per la democrazia liberale. Semplicemente perché la seconda è nata molto dopo il primo. Come non è assolutamente vero che democrazia liberale sia “la definizione che a partire dal ‘700 si dà ai sistemi democratici”. Guarda, trovamene uno, che abbia utilizzato questa definizione prima della Comune di Parigi.
    Altro che ‘700: per tutto l’800 democratici e liberali stati da lati opposti delle barricate. Se tu avessi osato dare del “democratico” non dico a Cavour ma anche a Stuart Mill (un liberale moooolto di sinistra), ti avrebbero sputato in un occhio. I sistemi rappresentativi, i parlamenti, ecc. sono nati in quell’alveo, apertamento contrario alla democrazia. Non per niente Mazzini, che era tutto tranne che un socialista, se ne stava, da vero democratico, nell’Internazionale con Marx e Bakunin, non certo dalla parte dei governanti liberali. E non per niente Marx già nel Manifesto del ’48 indica come rivendicazione fondamentale per i comunisti il suffragio universale: proprio perché imporre un elemento di democrazia all’interno di un sistema ben diverso sarebbe stato utile, nella prospettiva marxista, a farlo saltare.
    Democrazia liberale è un sistema che ha successo soprattutto nella prima metà del ‘900. È, apertamente e palesemente, un compromesso. Si prendono i sistemi parlamentari liberali e vi si inseriscono elementi democratici, come il suffragio universale. Allo stesso tempo, alcuni settori, come la proprietà, vengono sottratti alle rivendicazioni democratiche e lasciati al dominio di classe.
    Il modello di democrazia liberale è considerato superato già nel ’46: se si leggono i lavori della Costituente (basta quello sull’articolo 1, mi pare di averlo linkato non molto tempo fa), non solo comunisti e socialisti, ma anche e soprattutto azionisti e democristiani, parlano di un “nuovo modo di intendere la democrazia”, non più nei ristretti confini (le elezioni) che il liberalismo le aveva imposto, ma allargandola alla dimensione sociale. E l’art.41 non è un caso isolato.
    Altro che ’56, Dedalus. Il Pci accettava le regole del gioco liberaldemocratico già dalla svolta di Salerno, se non addirittura dal congresso di Lione. La lettura che Togliatti dava al pensiero gramsciano era quella, secondo la fortunata definizione coniata da un tipo a cui hanno anche dedicato una scuola a Padova, Curiel, della “democrazia progressiva”. La Costituzione, cioè, rappresentava già un enorme passo avanti rispetto alla vecchia democrazia liberale, avendo abbattuto alcuni dei paletti che il liberalismo aveva in passato imposto alla democrazia. Si trattava solo di andare avanti, di applicarla fino in fondo: nel pensiero marxista la democrazia si sviluppa naturalmente fino alla sua massima estensione, cioè il comunismo.
    Ovviamente non è andata così. Ma fare del liberalismo un dato fondante della democrazia resta un errore da ogni punto di vista, primo fra tutti quello storico. Il liberalismo è stato per buona parte della sua storia un nemico della democrazia (basta rileggersi cos’è successo tra il 1848 e il 1870 in Francia, per dire), finché non si è raggiunto un compromesso a inizio ‘900: il liberalismo ha ceduto sulla sfera politica per tenere meglio su quella economica. Dopo il ’45, con la Costituzione italiana e le vittorie delle sinistre in Francia e Uk, il liberalismo arretra anche su quel piano, e nasce lo stato sociale. Negli anni ’70 e ’80, con la ristrutturazione capitalista, una nuova ondata neoliberista (ma questa distinzione esiste solo in italiano; in nessun’altra lingua, dato che per fortuna il resto del mondo non ha avuto Croce e Gentile, esiste una differenza tra “liberale” e “liberista”) fa arretrare le conquiste democratiche in ambito sociale. Ecco, siamo ancora lì.

  14. masaccio scrive:

    Sul “marxismo-leninismo ortodosso” stenderei un velo pietoso. Prima di tutto perché il concetto di “marxismo-leninismo” fu inventato da Stalin per costruire una continuità teorica che facesse del socialismo sovietico l’unico vero pensiero socialista, mentre tutti sappiamo che ogni autore e ogni tradizione ha le proprie peculiarità.
    E poi perché le cose che dico io sulla contrapposizione tra democrazia e liberalismo le dicevano anche i democristiani, che si consideravano democratici ma non liberali.

  15. dedalus scrive:

    (chiedo scusa per l’attesa e la lunghezza)

    la moderna democrazia rappresentativa è l’esito dell’incontro/scontro tra su due diversi filoni di pensiero e ne costituisce in qualche modo la sintesi: da una parte la teoria dei diritti dell’uomo e la dottrina sui limiti del potere politico (separazione dei poteri), dall’altra l’elaborazione del concetto di sovranità popolare. entrambi queste linee di pensiero – rispettivamente pensiero liberale e pensiero democratico – si sviluppano all’alba della Modernità, ovvero tra ‘600 e ‘700. Locke, Hume, Kant, Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Constant, per citare solo alcuni autori, sono tra coloro che hanno contribuito maggiormente all’elaborazione di queste linee. anche se già nella loro riflessione risulta spesso difficile, e a mio avviso poco utile, tenerle distinte.

    ciò detto, la Rivoluzione francese è una rivoluzione liberale o democratica? i Moti del ’48 sono rivoluzioni liberali o democratiche? l’aspirazione alla libertà individuale e l’aspirazione alla uguaglianza possono essere tenute separate? certo, siamo d’accordo, gli Stati liberali ottocenteschi (prima debole incarnazione storica delle idee liberali), escludendo un’ampia fetta della popolazione dal potere politico, avevano effetti drammaticamente anti-democratici (e dunque, aggiungerei io, clamorosamente illiberali). da qui lo scontro tra liberali da una parte e democratici dall’altra e la sacrosanta rivendicazione, da parte di quest’ultimi, del suffragio universale.

    ma con il raggiungimento del suffragio universale e la trasformazione degli Stati liberali in Stati democratici, la distinzione tra liberali e democratici è andata sfumando, tanto che le moderne democrazie sono per l’appunto chiamate liberaldemocrazie dal momento che combinano il principio della sovranità popolare con la tutela dei diritti liberali e la divisione dei poteri. permettimi uno slogan: il liberalismo senza sostanza democratica è vuoto, la democrazia senza la forma liberale è cieca.

    anche il sistema dello Welfare state naturalmente si inserisce in questo processo come necessario completamento in senso democratico del sistema liberale volto a ridurre le disuguaglianze e a realizzare concretamente, estendendoli a tutti, quei principi teorizzati dal liberalismo classico (“vita, libertà, proprietà”), condannati se no a rimanere dominio esclusivo di pochi privilegiati. del resto Keynes era un liberale. del resto qualsiasi liberale serio sa che un laissez-faire senza limiti è motore di disuguaglianza sociale e sa dunque, per citare il massimo pensatore liberale vivente Amartya Sen, che lo Stato si fonda sull’equilibrio tra mercato, diritti di proprietà e ricerca del profitto da una parte, istituzioni di non mercato, servizi pubblici, impegno sociale per ridurre la povertà dall’altra. è stata la distruzione, di fatto contraria agli ideali del liberalismo, di questo equilibrio (anni ’70-’80) che ha corroso il funzionamento dello stato sociale, aumentando in maniera vorticosa la forbice della disuguaglianza e portando l’economia mondiale ad un passo dal baratro.

    liberalismo nemico della democrazia? a parte le alterne vicende storiche di cui sopra, liberalismo e democrazia a me paiono il retto e il verso del medesimo processo, quel processo, insostenibilmente leggero ma fatalmente connesso alle sorti dell’umanità, che mi ostino a chiamare Modernità. per questo motivo dire che il “modello di democrazia liberale è considerato superato già nel ’46” a me pare semplicemente insensato, per lo stesso motivo per cui sentire dire “per il sottoscritto, che delle regole formali della democrazia liberale se ne frega” mi fa saltare sulla sedia.

    quanto all’Italia, che il Partito liberale sia stato un partito molto conservatore (come altrove in Europa) c’entra poco col nostro discorso. come non c’entra nulla che lo strano ometto che si crede unto dal Signore si proclami liberale. più pertinente è invece il richiamo che fai tu – anche se in direzione esattamente opposta – agli “azionisti”, ovvero ai rappresentanti del Partito d’azione. figli del movimento politico risorgimentale fondato da Mazzini e del movimento clandestino antifascista di Giustizia e Libertà, gli azionisti – né comunisti né cattolici – sono di fatto la più alta incarnazione del liberalismo italiano nella forma del liberalsocialismo. per stare alla definizione di Carlo Rosselli: “Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente”. su questa linea possiamo collocare i massimi rappresentanti del liberalismo italiano da Ernesto Rossi fino a Norberto Bobbio. massimi pensatori della sinistra italiana non comunista, in quanto sintesi, appunto, di liberalismo e democrazia.

  16. masaccio scrive:

    Dedalus, chiedi: “la Rivoluzione francese è una rivoluzione liberale o democratica?”
    È una rivoluzione nata da una precaria alleanza tra liberali e democratici, finché i secondi non hanno approfittato della maggioranza parlamentare nata dal suffragio universale per ghigliottinare i primi e i primi hanno fatto un golpe per ghigliottinare i secondi, per poi affidare la nazione a un imperatore, pur di evitare la sciagura del suffragio universale democratico.
    Stessa identica cosa i moti del ’48: in Francia la rivoluzione nasce da un’alleanza tra lavoratori e piccola borghesia contro il governo liberale di Luigi Filippo. Ma ancora una volta, la Repubblica spaventa i borghesi liberali, che preferiscono affidarsi a un altro imperatore, nipote di quello di prima.
    Sul fatto che poi all’inizio del ‘900 si sia arrivati a un compromesso chiamato “liberaldemocrazia” siamo assolutamente d’accordo, l’ho scritto anche prima. Puoi pure chiamarlo “equilibrio”, se ti piace di più. Ma di compromesso si tratta. La proprietà privata è un concetto apertamente antidemocratico, perché fornisce ad alcuni, per nascita, diritti e opportunità (“capability”, direbbe il tuo amico Sen) che ad altri non sono date. Però è uno dei principi cardine del liberalismo. Le liberaldemocrazie arrivano a un compromesso, e la Costituzione italiana, con le sue mille limitazioni alla proprietà privata di fronte all’interesse sociale, è il compromesso più democratico e meno liberale che esista in Occidente.
    Sorvolo sul concetto di “modernità”, che aveva un senso prima degli anni ’30. Lì si è visto che la linea della storia non ha frecce, e che la modernità può produrre mostri tanto quanto l’antichità.
    Che il concetto di democrazia liberale fosse superato nel ’46 non lo dico io, lo diceva la maggior parte dei costituenti: comunisti, socialisti, democristiani e anche azionisti (c’è il link, se non ci credi leggi). Su questi ultimo, poi, capiamoci: erano liberali quanto me. Nel programma del Partito d’Azione c’era la pianificazione economica (poi portata nei governi di centrosinistra dai socialisti). Una cosa che qualsiasi liberali in Europa o negli Usa avrebbe considerato “da comunisti”. Gli azionisti si dicevano liberali in senso puramente crociano, e quindi filosofico, non politico, proprio per quell’equivoco linguistico (la distinzione solo italiana tra liberalismo e liberismo) di cui parlavo prima. Ma l’hai mai letto quello che scriveva Gobetti? Scriveva che gli operai dovevano fare la rivoluzione contro i padroni, e lo scriveva su un foglio operaio rivoluzionario chiamato “L’Ordine Nuovo”. E gli azionisti, 20 anni dopo, proponevano la nazionalizzazioni. In Uk sarebbero stati iscritti al Labour, in Germania all’Spd, ecc. Si tratta semplicemente di uno dei tanti effetti collaterali della storica incostistenza del partito socialista in Italia. In qualsiasi altro paese si sarebbero definiti semplicemente socialisti.
    D’altra parte anche tu ammetti che tutti i partiti liberali d’Europa si sono sempre schierati nel fronte conservatore. Sarà un caso?

  17. masaccio scrive:

    Mazzini, poi! Mazzini liberale! Quello che stava nell’Internazionale con Marx e Bakunin!

  18. dedalus scrive:

    be’, essere riuscito a farti dire che sei un liberale anche tu, alla stregua degli azionisti come me, è già un successo😉 a parte gli scherzi, è proprio il concetto di proprità (e quello ad esso connesso di mercato) che – lo sai meglio di me – è centrale nel nostro discorso. essere contro il diritto di proprietà e contro la libertà di iniziativa economica, significa essere anti-liberali. Mazzini era avversario del marxismo proprio perché, in maniera anti-liberale, predicava l’abolizione della proprietà privata e privilegiava gli interessi di una classe, il proletariato. per Mazzini, invece, essere democratico non significava di certo sacrificare, in nome del popolo, i fondamentali diritti liberali.
    in conclusione essere liberali significa, certo, essere liberisti ma non per questo anarco-capitalisti. come già accennato, il concetto di “regolazione economica”, teorizzato da Keynes, è parte fondamentale del pensiero liberale.
    ma un conto è dire che – come ogni liberale dice – il mercato ha bisogno di regolazione, un conto è dire che occorre distruggere il capitalismo. il Masaccio che dice che “delle regole formali della democrazia liberale se ne frega” da che parte sta?

  19. masaccio scrive:

    Dedalus, devi ancora trovarmi qualcuno che si definisca liberaldemocratico prima del ‘900, come ti ho chiesto prima. E ci aggiungo la richiesta di una citazione (me ne basta una) in cui il dirigente dell’Internazionale dei Lavoratori Giuseppe Mazzini si definisca liberale.
    Mazzini era moooolto meno liberale di Marx. Era un organicista, tendenzialmente corporativo, non per niente buona parte del suo pensiero fu poi ripresa (in maniera strumentale, certo) dal fascismo. Mazzini attaccava Marx perché non riconosceva l’esistenza di classi diverse, ma non perché, da liberale, privilegiasse come soggetto l’individuo, ma perché, da repubblicano nazionalista, considerava il popolo un’unità indissolubile. La dottrina sociale di Mazzini è antimarxista e antiliberale perché antindustriale, può essere avvicinata a quella della chiesa, parla di solidarietà tra fratelli, non certo di competizione tra individui (come il liberalismo) o di lotta tra classi (come il marxismo).
    Nel tuo ragionamento continui a ignorare il fatto che la proprietà privata è un’evidente limitazione alla democrazia. I cittadini hanno diritto di decidere sulla distribuzione di alcune risorse, di proprietà dell’ente stato, e non di altre, di proprietà di alcune persone per diritto di nascista. La proprietà è un evidente limite alla volontà popolare, tant’è vero che la Costituzione ha dovuto inserire all’art.41 una limitazione del diritto di proprietà, per ampliare la capacità di azione democratica della Repubblica.
    Cosa c’è di meno liberale delle nazionalizzazioni e della pianificazione economica? Questo era il programma marxista di buona parte dei socialisti europei nonché degli azionisti.

  20. dedalus scrive:

    non è questione di definizioni ma di interpretazioni: se per l’analisi storico-politica bastassero le defizioni non staremmo qui a discuterne, no? il fatto è che stiamo portando avanti due visioni diverse della storia, credo entrambe valide ed interessanti, la mia orientata a vedere una continuità tra liberalismo e democrazia e un’opposizione tra queste e comunismo, la tua orientata invece a vedere una continuità tra democrazia e comunismo e un opposizione tra questi e liberalismo.
    se ci atteniamo alle definizione, a parte Lamberto Dini sono in pochi a definirsi liberaldemocratici perchè, appunto, non se ne vede l’utilità. non occorre infatti marcare la propria posizione come liberaldemocratica, essendo di fatto la liberaldemocrazia la cornice all’interno del quale gran parte del mondo pensa la politica.
    anche nel caso di Mazzini, non è questione di definizione. lo so anch’io che Mazzini non si sarebbe mai sognato di definirsi un liberale, la contingenza storica gli aveva affidato il compito di combattere quelli che allora si chiamavano moderati, ovvero borghesi liberali anti-democratici. ma, cercando di leggere la direzione della storia da una prospettiva un po’ più ampia, l’azione politica di Mazzini era orientata ad instaurare, per via rivoluzionaria, una repubblica democratica che garantiva il rispetto dei diritti liberali: non puntava di certo all’abolizione della proprietà privata, ma al “sogno” della proprietà comune sostituiva l’associazionismo, in quanto superamento dell’egoismo individuale all’interno di una cornice fondamentalmente liberale. una visione romantica, rivoluzionaria e non certo marxista, quella di Mazzini, con poca presa – lo dimostreranno i fatti – sulla realtà.
    quanto alla questione centrale della proprietà, sulla linea del liberalismo classico considero certamente – lo ripeto e poi chiudo – la proprietà un diritto fondamentale dell’uomo. del resto, sulla stessa linea, il diritto alla proprietà compare nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art.17). solo un vuoto formalismo liberale?
    poi naturalmente, sono il primo a dirlo, come ogni diritto anche quello alla proprietà ha bisogno di limiti all’interno dei quali pensare in maniera equlibrata e razionale il suo esercizio. e di fatto ogni Stato regolamenta in maniera più o meno ferrea, più o meno democratica, l’esercizio di tale diritto. all’interno di questo ambito le posizione sono le più svariate e il dibattito nazionalizzazione/liberalizzazione va compresa insetita in questa prospettiva (più pubblico/meno pubblico). in ogni caso però, come detto, lo Stato si fonda proprio sull’equilibrio tra mercato e istituzioni di non mercato, tra pubblico e privato.
    anche tu hai alcune questioni lasciate inevase, ti rimando alla mia ultima domanda.

  21. masaccio scrive:

    La tua ultima domanda non ha senso: mi chiedi se vorrei distruggere il capitalismo? Beh, certo, dato che credo che riproduca sistematicamente disuguaglianze ingiuste tra gli esseri umani, violenza e danni ambientali potenzialmente irreversibili. Mi sembra una posizione di assoluto buon senso. Mi chiede, invece, se ho a disposizione un programma rivoluzionario per abbattere il sistema capitalista e sostituirlo con uno più equo? Beh, al momento no. Quello che ho, e che hanno marxisti e democratici (e pochissimi liberali) da un secolo a questa parte, sono dei limitati correttivi in senso democratico ed egualitario a questo sistema. Ciò non significa che lo ritenga giusto, chiaramente, né eterno. Credo che il capitalismo, come ogni realtà sociale prodotta dagli esseri umani, abbia avuto un inizio e avrà una fine. Auspico, per il bene di svariati miliardi di questo pianeta, che ciò avvenga il più presto possibile. Essendo il capitalismo non eterno e non giusto, so che finirà e auspico che venga sostituito da un sistema più giusto. Per non essere d’accordo con me dovresti consideare il capitalismo eterno e/o giusto. Come fanno, tra l’altro, quasi tutti i liberali.

    Dedalus, le basi del liberalismo sono la libera competizione tra gli individui e l’allontanamento di ogni istituzione collettiva da questa libera competizione, principalmente in campo economico. La democrazia, in sé, minaccia queste basi. Per questo chi negli anni ’40 guidava un Partito d’Azione proponendo la pianificazione dell’economia e le nazionalizzazioni era moltissimo democratico e quasi per niente liberale. Mi sembra facile…

  22. Gianluca P. scrive:

    Credo che molto stia nella definizione del termine liberale, in effetti lo stesso Rosselli suggeriva che il termine “liberale” da lui usato potesse essere usato come sinonimo di “democratico” non a caso lui si allontanava dal marxismo fideistico del partito socialista italiano guardando invece molto più favorevolmente quello che era il partito labourista inglese meno ideologico e più pragmatico. Quello che criticava nei comunisti e nei socialisti italiani era il ridurre qualsiasi tematica ad un problema economico e che quindi risolta la battaglia sui mezzi di produzione alla fine tutto si sarebbe risolto senza bisogno di un metodo democratico (o liberale). Ovvero che la metodologia dei pesi e contrappesi, del rispetto democratico e quindi il rifiuto della violenza come mezzo per dirimere le questioni (se non in difesa dai regimi fascisti che tale metodo rifiutano e avversano) sia irrinunciabile anche in un sistema socialista in quanto unico metodo in grado garantire le libertà individuali ritenute altrettanto importanti di quelle sociali. Per quanto riguarda la proprietà privata, non vorrei sbagliarmi ma il partito d’azione non era per la sua abolizione anche se era favorevole a un maggior controllo pubblico sull’economia (nazionalizzazioni, etc…), mi pare (ma qui vado molto a memoria) inoltre che guardasse con molta simpatia il sistema delle cooperative.
    Rapporto coi comunisti, la contrapposizione è innegabile, ma anche la vicinanza durante la resistenza (v. piccoli maestri). Ovviamente io per partito d’azione intendo più che altro il movimento di Giustizia e Libertà (movimento e non partito come auspicava Rosselli) e quindi di Lussu dopo la morte dei Rosselli e non i liberali-socialisti di La Malfa.
    Ultima opinione mia, l’idea mazziniana che guarda all’associazionismo etc è forse più utile oggi che nell’italia contadina dell’ottocento.

  23. dedalus scrive:

    Masaccio, auspicare la distruzione del capitalismo in quanto matrice assoluta di ogni male, senza sapere cosa poi lo sostituirà (“un sistema più giusto”) nè come si arriverà a tale trasformazione, ha più a che fare con la cabala che con la politica. le tue parole assumono preoccupanti tinte millenaristiche, per poi risvegliare tutti di colpo dalla profezia, riducendo l’azione del marxismo “da un secolo a questa parte” a dei semplici “correttivi” del sistema capitalistico. il comunista Marx come il liberale Keynes? Urss, Cuba, Cina, Romania, Corea del Nord, dei correttivi?
    in questa oscillazione vedo riproposta, ancora una volta, la contraddizione profonda da cui è partito il mio ragionamento, quella che dilania il pensiero di chi si definisce comunista nel XXI secolo senza assumersi nei fatti (e, io dico, per fortuna) tutte le conseguenze: se in astratto la fierezza comunista porta a riaffermare l’obiettivo massimilista (“distruzione del capitalismo”), con l’analisi concreta sul presente si passa, mostrando qualche insofferenza rispetto alle “formalità” che questa opzione necessariamente comporta, a considerare il “migliorismo” come l’unica via di fatto percorribile. una dialettica negativa che porta ad un’orgogliosa autocastrazione (politica, si intende, culturale, ideologica, elettorale).
    da parte mia, in quanto liberale, cerco di avere l’atteggiamento più laico possibile nei confronti delle cose, a maggior ragione delle cose politiche. quindi eviterei nel campo politico di parlare di “giuto” ed “eterno”, cercando di avere una visione più cauta e “prospettica” delle cose: in nome della “società buona” si sono compiuti i più atroci delitti. non credo che il capitalismo sia eterno (avendo avuto un inizio, a occhio direi che eterno non può essere), nè credo che sia giusto (il profitto non ha una finalità etica). mi limito ad osservare una linea di tendeza, sarà pure incerta e provvisoria, di ordine storico: se è certamente possibile avere capitalismo senza democrazia, non è esistito un solo caso al mondo – per evitare deformazioni anacronistiche, limitiamoci all’epoca moderna – di democrazia senza capitalismo. questo comporta per la politica lo sforzo di trovare, di volta in volta, l’equilibrio più virtuoso (per me significa più democratico, per altri significa altro) tra pubblico e privato, tra mercato e istituzioni di non-mercato. questo significa, laicamente, “Contro la demonizzazione del padrone e contro la sua beatificazione” (Norberto Bobbio). questo significa che “i rapporti che grazie al capitalismo si instaurano vadano regolati, da un lato, dalla legge, imposta in nome del bene comune dal parlamento e, dall’altro, dal contratto liberamente determinato dalla dialettica tra le parti, attraverso regole che salvaguardino le ragioni dell’impresa e l’autonoma capacità del sindacato” (Mario Pirani). palloso certo, poco epico senz’altro, per nulla romantico, questa è la democrazia liberale, baby!

    Gianluca, la distanza tra comunisti e azionisti è, come dici tu, innegabile. la vicinanza durante la Resistenza va letta alla luce dall’equidistanza rispetto al nemico comune (ubi maior, minor cessat). la spaccatura in seno al Partito d’Azione, e il successivo scioglimento, avviene sul solco della divisione tra La Malfa e Lussu (sarei curioso di sapere il Lussu di Malingut che ne pensa di questo dibattito). da quel momento la storia del pensiero liberalsocialista sarà irrimediabilmente intrecciata con la delirante storia partitica italiana. dal mio punto di vista è corretto scorgere importanti incarnazioni del pensiero liberalsocialista sia nel Partito repubblicano, sia nel Partito socialista sia nella prima formazione del Partito radicale, sia nella storia che dal Pci porta al Pd.

  24. lussu scrive:

    Lamberto Dini era liberaldemocratico solo perchè così poteva mettere le sue iniziale nel logo del suo movimento.

    Per il resto: credo che principalementi sia una questione di etichette sulla quale non si riesce a essere d’accordo. Ci sono tante qustioni quindi faccio un po’ difficoltà a entrare nel merito di qualcuna in particolare.

    Certo che secondo me il PdAz era un partito fondamentalmente socialista nel quale non ha mai ben capito cosa ci facesse la corrente di la malfa, con la quale c’era ben poco da spartire, consdierando che anche durante la resistenza direi che la parte più attiva era quella socialista.
    Cmq, per me il partito d’azione è definibile così: un partito di sinistra (forse estrema si direbbe oggi) ma senza un’ideologia che faceva da collante e formato da liberi pensatori e militanti: il che lo rende affascianante, capace di alta elabiorazione politica e anche di azione nei casi in cui l’azione la facevano i militanti (la resistenza) ma incapace di incidere sulle masse, per il suo essere elitario (inteso in senso neutro, non negativo) e per il non potere conquistare le masse senza un’ideologia che come, nella teoria del lanternino di pirandello illuminava la via. Ecco mentre il PCI erano tanti lanternini illuminati da una grande lanterna, nel PdAz c’erano una sacco di luci eccezionali, ma che senza grande lanterna riuscivano a illiminare la via di pochi. magari la illuminavano meglio, ma sempre per pochi.

  25. masaccio scrive:

    @Gianluca
    Sulla proprietà privata c’è un equivoco di fondo. Nessun marxista (tantomeno Marx) ha mai proposto l’abolizione della proprietà privata nel senso dei propri effetti personali, della casa, della macchina, ecc. ecc. Il punto, da che mondo è mondo, è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Proporre nazionalizzaioni e cooperative è, da sempre, il programma di tutti i comunisti e i socialisti. In questo c’era consonanza di vedute con gli azionisti, che magari volevano tutelare la piccola proprità agricola (ma quello lo faceva pure l’Urss della Nep, vedi un po’ tu). Al di là della singola proposta, c’era un orizzonte comune, cioè inserire degli elementi di democrazia e socialismo all’interno dell’economia, erodendo il sistema di regole liberale che garantiva il dominio di classe.
    Sul rapporto coi comunisti ho letto proprio stamattina una splendida intervista di Marco Paolini all’azionista Meneghello, il quale afferma, testualmente “noi volevamo essere la coscienza dei comunisti italiani”, “noi volevamo realizzare il socialismo”, tant’è vero che quando arriva in Inghilterra si stupisce che un paese a democrazia parlamentare, da lui considerato quindi conservatore, sia tutto sommato abbastanza democratico.
    Ripeto: in qualsiasi altro paese del mondo si sarebbero chiamati semplicemente socialisti. Il “liberalsocialismo” è un’invenzione italiana dovuta all’egemonia filosofica dell’idealismo di Benedetto Croce, e il liberalismo degli azionisti è un’attitudine filosofica verso la “religione della libertà” che Croce utilizza come fondamento della sua filosofia della storia, non certo un programma politico.
    Non è un caso se nel ’53 Parri e Calamandrei si inventano “Unità Popolare” per impedire al blocco centrista costituito da Dc, Pri, Pli e Psdi di prendere la maggioranza assoluta e far scattare la legge truffa. Si ponevano apertamente alla sinistra anche dei socialdemocratici, e in opposizione netta a democristiani e liberali.
    Chiaramente ha ragione lussu a dire che il PdA non aveva un’ideologia chiara: qui sto facendo riferimento al pensiero politico dei suoi esponenti più noti, cioè Parri, i Rosselli, Lussu, ecc. Chiaro che all’interno c’era anche chi, come La Malfa, la pensava diversamente, e chi, come dice giustamente lussu, aveva il proprio autonomo pensiero personale (come il masaccio da cui ho preso il nick, simpatizzante azionista con tutta una sua idea personale di rivoluzione democratica).

    @dedalus
    A me sembra invece che il fideistico sia tu. Si tratta infatti di semplici affermazioni logiche, proviamo ad andare passo passo:
    – Esiste un modo di produzione della ricchezza sociale denominato capitalismo. Su questo sono d’accordo tutti, dai liberali ai marxisti, diamolo per scontato.
    – Questo modo di produzione è un fenomeno sociale di origine umana e non metafisica. Ci siamo? O credi che l’abbia creato dio?
    – Il capitalismo ha avuto una sua origine in una determinata epoca e una sua evoluzione, come tanti modi di produzione che hanno funzionato nei secoli precedenti, e avrà, presumibilmente, una fine. Sei d’accordo? Se escludiamo un fondamento metafisico, credo proprio di sì.
    – Il capitalismo produce disuguaglianze. Anche questo è un dato ineccepibile. La divisione è tra chi (i liberali) sostengono che queste disuguaglianze riflettano le capacità individuali e chi (i socialisti) ritengono che siano dovuto all’accumulazione originaria del capitale. Ok?
    Il sottoscritto, essendo di sinistra nella definizione di Bobbio, e quindi avendo come obiettivo l’uguaglianza, considera quindi il capitalismo ingiusto, e, dato che avrà, se siamo ragionevoli e non lo crediamo una creazione divina, una fine, auspica che sia sostituito da un sistema più giusto.
    A me pare ragionevole.
    Tu consideri, invece, il capitalismo come un dato, immutabile, e situi il tuo pensiero e la tua azione politica solo dentro i suoi confini. Lo si può migliorare, lo si può aggiustare, ma, secondo te, non è possibile sostituirlo con qualcos’altro. A me, sinceramente, pare un atto di fede. Da laico, tendo a considerare tutti i fenomeni umani transitori e mutabili, quindi in tutti i campi dell’esistenza provo a immaginare come l’umanità si potrebbe organizzare. Anche tu lo fai, ma escludi la sfera economica, la quale, a quanto dici, sarebbe governata da un principio eterno ed intangibile, denominato capitalismo, che fa da confine a ogni comportamento umano. Mah. La religione non fa per me.

  26. Stefano P scrive:

    Ritorno alla discussione🙂

    LIBERALISMO
    A mio parere la differenziazione linguistica tra liberale e liberismo è in realtà rivelatrice (anche se esiste solo in italiano). Questo perché mette in luce due aspetti diversi sebbene affiancati: la divisione dei poteri e la difesa delle libertà personali da un lato e il capitalismo dall’altro. Certo le due cose vanno d’accordo proprio sulla difesa della proprietà privata, ma accantoniamola per un momento.

    DEMOCRAZIA
    Venendo al pensiero democratico, invece, mi è sempre rimasto oscuro il motivo per cui il magico numero 50%+1 determini le decisioni di uno stato. A rigor di logica io dovrei poter decidere anche per gli altri solo se tutti, ma proprio tutti tutti, fossero d’accordo, altrimenti starei compiendo un abuso.
    Certo un tale sistema non sarebbe nemmeno anarchico, sarebbe il caos. Da ciò la decisione di dire che la metà faccia la differenza, un’esigenza pragmantica che si è trasformata in un mostro ideologico.
    E tutto questo cosa centra con la democrazia? E’ veramente il potere del popolo?
    Per fare un esempio a me caro: è giusto che la metà più uno dei Californiani abbia impedito ad alcune persone di sposarsi? Io trovo più giusto che in Italia sia un’istituzione liberale (non democratica) come la corte costituzionale a esprimersi nel merito. I miei diritti non sono negoziabili nel gioco del voto e delle elezioni.

    LIBERALDEMOCRAZIA
    Per questo propongo una visione diversa di quanto finora detto. Democrazia e liberalismo (nel senso che ho specificato inizialmente) vanno a braccetto da un bel po’ perché sono due ottimi metodi per limitare il potere: si controllano a vicenda. Da un lato si evita lo stato borghese, dall’altro si evita il populismo e la dittatura della maggioranza.

    SOCIALISMO
    Ed eccoci al socialismo. Certamente tutte le sue varie forme hanno avuto come fine quello di eliminare la proprietà dei mezzi di produzione (in ambiti più o meno grandi). Ma questo cosa significa? Andranno alle cooperative o andranno allo stato?
    Chi controllerà lo stato socialista affinché non governi in modo dispotico contro i lavoratori (come è avvenuto in tutte le dittature comuniste)? E se nessuno avrà la proprietà dei mezzi di informazione chi li producerà? Avremo il Manifesto o avremo la Pravda?

    ?-SOCIALISMO
    Il punto non risolto del socialismo con il liberalismo sta proprio in questo: non aver accolto l’idea della divisione dei poteri e del rispetto dei diritti di espressione come garanzia del cittadino e del lavoratore al di là della forma capitalista dello stato.
    Uno stato che accentri su di se oltre che il potere politico anche quello economico (per non parlare di quello giudiziario…) ha bisogno di molto più liberalismo di quanto non necessitino le democrazie capitaliste, altrimenti è destinato a finire in un regime. Io dubito fortemente che uno stato imprenditore sia capace di trattenersi dall’abuso di potere una volta eliminati i contropoteri.

    Insomma vogliamo un socialismo dittatoriale, un socialismo populista o un socialismo liberale? Sono cose diverse.

  27. dedalus scrive:

    “Tu consideri il capitalismo come un dato, immutabile, e situi il tuo pensiero e la tua azione politica solo dentro i suoi confini. Lo si può migliorare, lo si può aggiustare ma, secondo te, non è possibile sostituirlo con qualcos’altro”. come detto, “non credo che il capitalismo sia eterno (avendo avuto un inizio, a occhio direi che eterno non può essere), nè credo che sia giusto (il profitto non ha una finalità etica”. non credo neanche che il capitalismo sia immutabile (ha già subito molte trasformazioni della sua storia) e anzi sono convinto che il mutamento sia necessario al fine di renderlo adatto ad affrontare le sfide del terzo millennio (emergenza ambientale, crisi economica, disuguaglianza sociale).

    è certo possibile sostituire il capitalismo con “qualcos’altro” ed infatti nella storia si sono praticate diverse alternative. certo è che le vere rivoluzioni su larga scala, quella comuniste, puntando alla liberazione delle masse dall’opressione, hanno costruito regimi tra i più opressivi della storia. quindi concluderei che, se è certo possibile sostituire il capitalismo con “qualcos’altro”, resta da vedere se questa sostituzione sia davvero opportuna (la storia sembra dire il contrario) e, soprattutto, da sapere cosa sia questo “qualcos’altro”. comprenderai che, davanti a questa incertezza, non sono pochi a diffidare delle “ricette alternative”.

    ad ogni modo, in attesa di sapere cosa sia questo “qualcos’altro”, il mondo va avanti con all’orizzonte l’imminente prospettiva di una crisi sistemica, insieme ambientale, economica e sociale. per allontanare questo tragico orizzonte l’unica strada praticabile che vedo – tu probabilmente ne vedrai un’altra – è quella migliorista, la strada del riformismo non alternativo ma complementare al capitalismo. una strada che, ad esempio, in tempi recenti ha portato in Usa ad un’epocale riforma della sanità (insufficiente ma epocale) e ad un piano di rilancio dell’economia basata sulle energie rinnovabili.

    la più alta prospettiva offerta dal migliore riformismo è, per dirla con Giorgio Ruffolo, “un capitalismo che trovi nella ricerca della migliore qualità la possibilità di far valere il suo spirito immaginativo e competitivo”. utopico? forse sì, ma con importanti spazi – ed esempi – di effettiva realizzazione, perfino in Italia.

  28. Chiara Melloni scrive:

    Se non ricominciate a scrivere su malingut chiamo il telefono azzurro.

  29. […] hanno un consenso, è assolutamente naturale che partecipino alle elezioni. blog: Malingut | leggi l'articolo Per help e visualizzare le immagini abilitare javascript. Scrivi un […]

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