Teoria di un complotto

Era un po’ che non si scriveva, ma visto la gravità di quanto successo a Genova (sempre lei) in occasione di Italia Serbia, e visto che pochi hanno capito la gravità della faccenda, derubricando la cosa a semplici hooligans in vena di far casino, forse è il caso di tornare a scrivere.

Che cosa è successo davvero a Genova? Capirlo fino in fondo è molto difficile, ma molti indizi ci vengono in contro.

Prima questione, le tempistiche. Da questo giugno sono entrati in vigore i nuovi accordi internazionali. Per cui gli italiani possono andare in Serbia senza passaporto e i serbi possono venire in Italia senza visto. Dunque questa era la prima grande occasione in cui questi tifosi si trovavano di fronte a una vetrina internazionale senza grossi timori di venire bloccati alla frontiera.

Chi erano questi tizi? Tutti dicono: ultras della Stella Rossa e del Partizan (capolavoro il tatuaggio di Ivan, una croce celtica con in mezzo una stella rossa). Tutto vero. Ma se si guarda questo video si scopre che in testa a questo corteo prima e in curva dopo, non era solo la bandiera della Serbia, ma anche la bandiera della Repubblica Serba, ovvero l’entità serba della Bosnia Erzogovina. Tanto per capirsi i nazionalisti di queste parti sono quelli che spiccano per aver cinto d’asseddio per tre anni Sarajevo e per aver utilizzato la legge del taglione a Srebrenica. E’ impossibile dire chi fu il peggiore in quelle guerre, ma diciamo che Mladic e compagni se la cavano piuttosto bene.

Ecco andare a una partita con quelle bandiere, voleva dire richiamarsi a quel tipo di nazionalismo, il nazionalismo cetnico della grande Serbia, come d’altronde le scritte procetnici sulle maglie degli ultrà testimoniavano, più ancora del “tre” che Mazzocchi aveva scambiato per “guardate che perdiamo 3 a 0 a tavolino”. D’altronde erano anche altri i messaggi chiari: lo striscione “il Kosovo è il cuore della Serbia” esaltava un nazionalismo che vedeva proprio in Milosevic le proprie radici.

Che poi Ivan e chi per lui non si saranno nemmeno resi conto di quello che stavano facendo è possibile: ma qualcuno in Serbia ha voluto che facessero quello che hanno fatto. Due domande però bisogna farsi a questo punto. Chi e perchè. Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare che la Serbia sta vivendo una lenta democratizzazione dopo il periodo Milosevic, cercando di entrare nell’Unione Europea. Ma evidentemente c’è a chi questo non va bene. Potrebbero essere mafiosi locali che dunque finanziano gli ultras per creare scontri, come ipotizza il quotidiano serbo Politika. Nulla di più probabile, ma il sospetto che la questione sia ancora più complessa.

Quei disordini servivano per destabilizzare la Serbia, come servì l’omicidio del premier Zoran Dindic che voleva una Serbia davvero democratica. Il creare confusione in uno stato ancora più debole ha la funzionalità di dare risalto a quelle che forse è il fronte politico più compatto, quello degli ultranazionalisti cetnici. Non importa che siano una minoranza, l’importante è che siano compatti e organizzati, come hanno dimostrato in occasione del gay pride di Belgrado.

Insomma, abbastanza chiaro. Impedire lo sviluppo dei diritto della Serbia, allontandola dall’Europa e tenendola vicino ai mafiosi locali, una Serbia in cui avere oriantamenti sessuali diversi dalla maggioranza può costare la vita.

A tutto questo si aggiunga la propaganda fatta alla Repubblica Serba di Bosnia, insieme al Kossovo l’ultimo vero focolaio di tensione etnica nei Balcani. Un focolaio molto pericoloso però, visto che ancora qualcuno pensa di conquistare l’indipenza con tutto quello che ne può costare; oltre a essere l’unica parte della Bosnia dove proprio due settimane fa alle elezioni politiche a vincere è stato un fronte decisamente meno pro integrazione, rispetto a quelli usciti vincenti nella parte croata e bosgnacca del paese.

Va detto chiaramente: l’Europa, intesa non solo entità politica ma anche come luogo in cui la cultura della tolleranza, del rispetto religiose ed etnico stanno piano piano predominando, devono farsi carico e aiutare la Serbia che sta cercando di democratizzarsi. L’alternativa rischia di essere che a due passi da noi l’abbiano ancora vinta quella minoranza che basano il loro agire sulla discriminazione e sulla violenza, portando a chissà quali risultati.

Che poi arriva qui l’idea del complotto: chi può avere interessa che a qualche centinaio di kilometri scoppino delle tensioni etniche finalizzate alla costituzione di nuovi stati nazionali? Non saranno mica quelli che nel 1996, con un tempismo perfetto rispetto alle guerre dell’ex Jugolsavia, proclamavano l’indipendeza di un fantomatico stato chiamato Padania? Che guarda caso ora esprimono il ministro degli Interni. Che guarda caso è proprio colui che deve vigilare sull’ordine pubblico. E impedire situazioni come quella di Genova.

9 risposte a Teoria di un complotto

  1. bosco scrive:

    Mai lette tante castronerie in così poche righe

    • lussu scrive:

      E pensare che pensavo di aver scritto un post lungo. Comunque grazie per avermi dedicato del tempo. Io non ho mai letto un commento inutile come il tuo.

  2. tomate scrive:

    Bentornati. Spero che sia un nuovo inizio e non un grido nel deserto. Sulla vicenda sono totalmente incpomentente, per cui lascio i commenti ad altri più competenti di me, se vorranno motivare le loro opinioni.

  3. isaroseisarose scrive:

    lo stesso augurio di tomate e la stessa ammissione di incompetenza. osservo solo che a mio modesto avviso il fatto, come minimo, è stato lasciato accadere e che il vantaggio politico, fortuito o meno, è stato anti-europa.

  4. bosco scrive:

    Il capo dei teppisti serbi di Genova ha partecipato alla “rivoluzione anti-Milosevic” del 5 ottobre 2000

    E’ stato rivelato che il “principale” hooligan nella storia degli incidenti di Genova, Ivan Bogdanov,ha partecipato attivamente ai moti del 5 Ottobre 2000 [quando bande di teppisti anti-jugoslavi a Belgrado assaltarono il Parlamento, diedero fuoco agli uffici elettorali e alle sedi dei partiti della sinistra, e realizzarono così la “rivoluzione anti-Milosevic”], attaccando una stazione di polizia e saccheggiandola in Via Madre Jevrosime (http://www.pressonline.rs/sr/vesti/vesti_dana/story/136784/Huligan).

    È interessante (e inquietante) notare come, dalla maggior parte dei media di tutta Europa, queste informazioni sulla biografia di Ivan Bogdanov siano state completamente omesse.

    Ringraziamo per la documentazione il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia
    http://www.cnj.it/

  5. bosco scrive:

    http://www.resistenze.org – popoli resistenti – serbia – 11-05-04

    anti-imperialiste@chiffonrouge.org

    “SABER” al vertice della casamatta Democrazia

    Un anno dopo l’assassinio del primo ministro Serbo dr Zoran Djindjic non è chiaro chi è il colpevole, e specialmente chi sia il mandante dell’assassinio. La versione ufficiale notifica che il diretto esecutore è un comandante dell’Unità per le operazioni speciali del Ministero serbo per gli affari interni, e che venne organizzato e assistito da un membro del clan Zemun. Se accettiamo ciò come verità, significa che il killer proveniva dallo stesso ambiente che portò Djindjic al potere e che formalmente era sotto il suo controllo.

    Sono personalmente incline alla versione che, il pubblico sospetta, mandante sia un potente servizio segreto straniero. Se tale caso è vero, avremo degli indizi di ciò tra uno o due decenni (ma mai una prova schiacciante). Allo stesso tempo verrà confermata la presunzione che il complotto era stato organizzato da coloro che sostenevano il potere. Chiaramente in nessuno dei due casi, il motivo, oggi non è stato soddisfatto.

    La violenza Politica divenne caratteristica del teatro politico serbo il 5 Ottobre 2000. Rifletteva il modo di giungere al potere: attacchi con cui occupare e bruciare le sedi della RadioTelevisione della Serbia, il cui direttore generale Dragoljub – Dragan Milanovic subì un linciaggio, oppure il Parlamento Federale (dove vi erano tutti i materiali elettorali, anch’essi bruciati), o l’edifico del Comitato cittadino del Partito Socialista di Serbia (SPS).
    La violenza continuò bruciando le case dei più noti membri del SPS (drastico esempio sono i casi di Leskovac e Secanj), con occupazione degli ingressi dei loro appartamenti e tentativi di linciaggio (invece, se qualcuno si opponeva, come il coraggioso Gorica Gajevic, ex segretario generale del SPS, si disperdevano le “intrepide” masse).

    Vi era anche un invisibile mezzo che istigava la gente e creava “dei comandi volanti” che forzavano con minacce e i kalasnikov a conquistare il governo, le istituzioni e le aziende. Perseguendo più di 40.000 membri del SPS che furono sostituiti e che rimasero senza un lavoro.
    La fase successiva delle persecuzioni dell’opposizione Democratica di Serbia (DOS) dei suoi rivali politici, iniziò con il parlare della “casamatta politica della Democrazia”.

    Tutti i socialisti in cella! era il motto dei leader del nuovo governo, regolarmente trasmesso dai mass media. Infinite accuse di crimini, arresti politici di membri del SPS, accuse di tentati furti per miliardi di dollari (…), iniziarono anche dei processi, processi politici davanti la Corte gestiti dal DOS che minacciava i giudici a non rinunciare a usare ogni minaccia. Il tutto raggiunse il culmine con l’arresto del Presidente Slobodan Milosevic nella notte tra il 31 Marzo e il 1 Aprile 2001 e il suo rapimento all’Aja il giorno di St. Vito, dello stesso anno.

    L’arresto del Presidente Milosevic venne gestito personalmente da Legija, eroe del momento agli occhi del nuovo governo per via del suo ruolo svolto il 5 Ottobre 2000, ma oggi primo sospettato dell’assassinio del primo ministro Djindjic. E sul rapimento all’Aja sappiamo qualcosa di più, oggi: secondo la dichiarazione di un ex deputato del boss della sicurezza di Stato della Serbia, l’operazione venne gestita personalmente dall’attaché militare inglese a Belgrado, sotto la supervisione del delegato della CIA.

    La Persecuzione degli oppositori politici continuò. Nuove speranze per il governo del DOS furono date dall’assassinio di Djindjic. Invece di attuare vere indagini e di scoprire i killers, essi attuarono “SABER” – un modo incostituzionale di proclamare lo stato di emergenza in tutta la Serbia. Come nell’assassinio di John F. Kennedy in USA, Aldo Moro in Italia, Olof Palme in Svezia, ma non solo dopo l’assassinio del dr Zoran Djindjic, in Serbia causò lo stato di emergenza. La ragione è ovvia – lo scontro con i criminali ma anche con gli oppositori politici.

    Natasa Micic con il suo Ordine diede alla polizia, secondo la Legge, poteri che può avere solo in guerra, ma non in stato di emergenza: la polizia ebbe l’autorità del tribunale. Le conseguenze furono circa 13.000 arrestati durante questo periodo.
    Solo per fare una comparazione, quando Pinochet, in Cile, prese il potere uccidendo il Presidente socialista Allende, arrestò 4.000 persone.

    Durante “SABER” i diritti degli arrestati, accordati secondo il Codice Penale, e secondo gli obbligatori documenti internazionali, vennero brutalmente violate; un grande numero di arrestati venne sottoposto nuovamente a indagini giudiziarie o vennero ripresentate le ragioni del loro arresto, a tutti venne tolto il diritto alle visite degli avvocati e dei parenti, perfino l’ora d’aria non venne concessa. Alcuni vennero sottoposti a pressioni, false promesse, e altri a minacce e ricatti con l’estorsione di “desiderabili” dichiarazioni ecc. I Mass Media in Serbia furono istruiti ogni giorno dal Governo. Altri giorni portavano nuovi bersagli per lo scontro; nominalmente, miravano alle attività criminali, ma essenzialmente attaccavano gli oppositori politici imputandoli di false e mostruose accuse. I successori di Djindjic volevano rimanere per sempre.
    Si sbagliavano.

    Un anno dopo tali eventi nulla è lo stesso. I principali protagonisti di “SABER”, al vertice della casamatta Democrazia in Serbia, per volontà del popolo, sono stati rimossi dal principale teatro politico. Le investigazioni che erano state annunciate, probabilmente, riveleranno dettagli riguardo l’abuso di potere durante tale operazione.
    La Democrazia significa dominio del diritto. In tale sistema non vi è posto per “SABER”. Miserabile è la democrazia in cui i principali investimenti sono dedicati alla costruzione delle casematte invece che delle scuole e degli ospedali.

    Uros Suvakovic, M.A.
    Anti-imperialiste mailing list
    Anti-imperialiste@chiffonrouge.org

    traduzione di Alessandro Lattanzio
    e-mail:alexlattanzio@yahoo.it
    URL: http://www.aurora03.da.ru

  6. bosco scrive:

    http://www.resistenze.org – popoli resistenti – serbia – 12-03-08 – n. 219

    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=16983

    Dopo l’indipendenza del Kosovo. Imperialismo e questione serba
    di Andrea Catone

    La dichiarazione di “dipendenza”

    Il 17 febbraio 2008, con la dichiarazione unilaterale di indipendenza approvata dall’assemblea del Kosovo – organismo sorto sulla base dei provvedimenti adottati dall’amministrazione ONU del Kosovo(UNMIK nell’acronimo in inglese) – si chiude formalmente la fase iniziata con i bombardamenti della NATO nella primavera 1999 e la successiva imposizione di un protettorato ONU-NATO sulla provincia serba, avallato – ma non nella misura estesa e totale che poi si è verificata – dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle NU 1244/99, successiva all’armistizio di Kumanovo (3 giugno 1999), in base al quale l’allora piccola Jugoslavia, la RFJ composta dalle due repubbliche di Serbia e Montenegro, doveva accettare, dopo 78 giorni di violenti e micidiali bombardamenti terroristici sulla popolazione civile e le infrastrutture essenziali, che le sue forze armate abbandonassero il Kosovo alle truppe NATO e di contingenti di altri paesi delle NU.

    Questo atto, palesemente contrario alle norme di diritto internazionale che si basano sul riconoscimento dei confini degli stati esistenti e che condannano secessioni unilaterali, è stato platealmente sostenuto dal presidente USA, George Bush, che il 10 giugno 2007 a Tirana,durante la conferenza stampa, espose la sua posizione in modo molto chiaro e determinato: “Il Kosovo deve essere indipendente. Il momento è adesso”. Agli USA si accodano, senza particolari distinguo, i principali paesi della UE, salvo la Spagna, che si affrettano a riconoscere diplomaticamente il nuovo stato, connotato, in diversi rapporti di organismi internazionali come il principale centro di traffico europeo di esseri umani, donne ridotte in schiavitù, armi, droga.

    Il governo Prodi, nonostante sia dimissionario e debba quindi occuparsi costituzionalmente solo degli affari correnti, nonostante una mozione a fine novembre 2007, approvata “trasversalmente” dal parlamento (dalla Lega nord alla sinistra), impegnasse il governo a spingere per il proseguimento delle trattative sullo status “al fine di arrivare a una soluzione condivisa” tra Serbia e leadership albanese-kosovara, e mentre le commissioni parlamentari stanno ancora discutendo, proponendo di rinviare la decisione al nuovo governo dopo le elezioni di aprile, è tra i primi, insieme con Francia, Regno Unito e Germania, a riconoscere ufficialmente il Kosovo. Così Massimo D’Alema, che nel 1999 da presidente del consiglio, violando la costituzione della repubblica (articolo 11), aveva fatto partecipare il nostro paese all’aggressione terroristica della NATO contro la Serbia col pretesto di una “guerra umanitaria” per difendere la popolazione albanese del Kosovo, nel 2008, da ministro degli esteri, legittima l’amputazione del 15% del territorio della Serbia (che ad essa apparteneva prima ancora della formazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nel 1918), riconoscendo implicitamente che l’aggressione della NATO del 1999, che ha distrutto la Serbia per portarla “indietro di mezzo secolo”, come dichiarava il capobanda delle operazioni NATO, il generale Wesley Clark, non aveva alcuno scopo “umanitario”, ma era una volgare guerra di aggressione per strappare un territorio a un paese e imporvi il proprio controllo con un governo quisling, non diversamente da quello che nella storia del XX secolo faceva Adolph Hitler o l’imperialismo colonialista.

    Che la “dichiarazione di indipendenza” del Kosovo sia in realtà una dichiarazione di dipendenza dagli USA e dalla NATO, e dalla UE solo in quanto indissolubilmente legata ad USA e NATO (che rimane lo strumento principe dell’egemonia militare e politica degli USA, nel momento in cui il dollaro perde vistosamente posizioni nei confronti dell’euro), appare evidente anche ad una superficiale lettura del testo e del contesto in cui l’evento si colloca: nelle piazze di Pristina migliaia di bandiere USA oscurano anche quelle del neo inventato stato del Kosovo. Essa sembra scritta (e lo è con ogni evidenza) dai giuristi della NATO. Sin dal preambolo la dichiarazione1 si preoccupa di rispondere alle obiezioni – sollevate da tutti i più seri esperti di diritto internazionale ed espresse con grande forza dalla Russia – che la secessione unilaterale del Kosovo possa aprire il vaso di Pandora dei secessionismi (nelle repubbliche ex sovietiche di Georgia e Moldavia, ma anche in diversi paesi della UE, in primis di baschi e catalani in Spagna). Essa ripete la litania, reiterata senza fantasia dalla coscienza sporca delle cancellerie occidentali, che “il Kosovo è un caso speciale che sorge dal disfacimento non consensuale della Jugoslavia e non costituisce un precedente per qualunque altra situazione”. Perché scrivere esplicitamente questo? Una “normale” dichiarazione di indipendenza, quali quelle prodotte dalle lotte di indipendenza nazionale e anticoloniale nel XX secolo rivendicherebbe invece il proprio diritto come diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione e non si preoccuperebbe comunque di rimarcare il proprio caso speciale. Si esprime poi riconoscenza al “mondo” che “nel 1999 è intervenuto togliendo a Belgrado il governo del Kosovo e ponendo il Kosovo sotto la gestione ad interim delle Nazioni Unite”. Ma che il mondo degli ascari albanesi di Pristina si riduca alla NATO è detto chiaramente al punto 5 in cui si invita quest’ultima a “mantenere il ruolo di guida della presenza militare internazionale in Kosovo” e si dichiara l’impegno ad una piena collaborazione degli albanesi con essa. Al punto 6 si manifesta l’impegno “all’integrazione europea ed euro-atlantica”. L’unica Europa che gli uomini di Thaci riconoscono è l’Europa legata a doppio filo con gli USA, è l’euro-atlantismo, è l’Europa americana.

    Il primo successo internazionale degli USA dopo il 2003

    Non può sfuggire che con la dichiarazione unilaterale del 17 febbraio e col riconoscimento del nuovo narcostato da parte dei principali paesi della UE, che, pur non potendo adottare, per l’opposizione di alcuni stati membri, una risoluzione comune, fornisce il principale supporto all’operazione con la missione Eulex – la più grande e costosa missione europea -, la politica estera degli USA colga il primo significativo successo dopo cinque anni di difficoltà e fallimenti: divisione del fronte imperialista per la guerra all’Iraq nel 2003, mancato controllo del territorio iracheno e afghano per la forte resistenza di gruppi armati legati alla popolazione; notevole capacità politica e militare dimostrata da hezbollah in Libano contro l’aggressione israeliana nell’estate 2006; significativi processi di emancipazione dal dominio economico e politico nordamericano in America Latina guidati dal Venezuela e da Cuba; nuovo peso internazionale assunto dalla Russia di Putin, che rovescia la politica di cedimenti e svendita del paese dell’ubriacone Eltsin; intenso sviluppo della Cina e possibili processi di alleanza tra i più grandi e popolosi paesi del mondo, India, Cina, Russia.

    In nessuna parte del mondo – e forse neppure nel suo stesso paese – la bandiera a stelle e strisce è osannata come in Albania e Kosovo, in nessuna parte del mondo vi sono tanti segnali di servile sottomissione agli USA, cui si dedicano strade, ristoranti, botteghe e supermercati, come in Kosovo. Dove trovare dei quisling più solerti? Quale zona più sicura per istallare la più grande base militare d’Europa (Camp Bondsteel) rivolta a un tempo verso Russia e Medioriente?

    Ma col colpo gobbo dell’indipendenza del Kosovo gli USA non si assicurano soltanto il controllo di un territorio di importanza strategica – sia militare che economica, per il passaggio delle pipeline -, essi piegano la UE alla propria strategia, dimostrano al mondo di essere ancora leader del campo imperialista, gli unici a poter dettare l’agenda e ad imporre le loro soluzioni. La UE invece mostra ancora una volta di non poter avere una politica estera comune, ma, soprattutto, di essere, con i suoi principali paesi, subordinata agli USA. E, per giunta, di dover pagare a caro prezzo questa subordinazione. Agli USA il controllo militare e la leadership politica, alla UE le spese esorbitanti del mantenimento delle missioni internazionali in Kosovo, cui si aggiungeranno quelle della nuova missione Eulex.

    Le potenze imperialiste e la Serbia

    In realtà, nei Balcani, a partire dagli anni ’90, vi è un interesse principale dell’intero campo imperialista, che ha operato potentemente per “balcanizzare” l’area, favorendo la frantumazione della Jugoslavia e la formazione di ministati che, per la loro dimensione economica e militare, fossero totalmente dipendenti dai paesi imperialisti, dei quali sarebbero divenuti i maggiordomi. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole. Così si mosse anche la politica hitleriana.

    L’unico popolo che, per la sua consistenza, la sua tradizione storica di resistenza e lotta per l’indipendenza, è considerato ostacolo alla marcia verso est nei Balcani è quello serbo (i serbi sono i primi a cominciare nell’800 il risorgimento nazionale contro il dominio ottomano nei Balcani e a costituirsi come stato indipendente; respingono nel 1914 l’ultimatum dell’Austria, nel 1941 quello di Hitler e nel 1999 quello della NATO, pagando sempre un prezzo altissimo). Per questo peccato di “orgoglio” nazionale e di resistenza, i serbi, le potenze imperialiste oggi, al pari degli imperi centrali agli inizi del ‘900, mirano a distruggere la Serbia: Serbien muss sterbien.

    Si comprende così che la questione del Kosovo, ben prima di essere una questione di “diritti umani” violati, o della convivenza tra etnie, è la questione dell’imperialismo che mira ad indebolire e sottomettere, bombardandolo e amputandolo, un paese che, nonostante vistosi cedimenti e tradimenti di buona parte del suo ceto politico, non è ancora considerato affidabile per fare il maggiordomo delle grandi potenze. La lunga storia del Kosovo e le sue vicende interne che hanno visto il confrontarsi dei popoli serbo e albanese ben prima dell’ascesa di Milosevic al governo della Serbia – e che furono utilizzate dall’imperialismo nazifascista nella conquista dei Balcani con l’annessione del Kosovo all’Albania occupata da Mussolini, per ingraziarsi i fautori della Grande Albania disegnata dalla Lega di Prizren – sono solo il pretesto di cui le potenze imperialiste si sono servite per la conquista dei Balcani.

    Imperialismo UE a base tedesca e imperialismo USA hanno marciato insieme alla distruzione della Serbia. Le divergenze sono state secondarie, molto sostanziali le convergenze. Certo, la UE, che maschera il suo imperialismo dietro la facciata del diritto e delle regole, avrebbe preferito, anche nella sua componente tedesca più serbofobica, non uscire ulteriormente dalla legalità internazionale (dopo che i principali paesi che la costituiscono avevano scatenato la “guerra umanitaria” del 1999), e si è mossa per convincere il governo serbo a dare il suo assenso alla secessione del Kosovo in cambio della promessa di un non molto lontano ingresso di Belgrado nell’Unione. In tal modo la secessione sarebbe stata consensuale e non sarebbe sorto alcun problema di legalità internazionale, come invece è apertamente esploso oggi, con conseguenze in prospettiva devastanti, soprattutto per il progetto di statualità europea. La secessione del Kosovo col consenso di Belgrado sarebbe stata la prova della piena malleabilità della Serbia, della sua disponibilità a sottomettersi finalmente ai peggiori diktat, e avrebbe avuto come contropartita il suo ingresso subalterno, da maggiordomi di seconda classe, nell’Unione europea.

    La questione dello status del Kosovo e della sua soluzione finale, infatti, non può essere compresa se non come una carta – forse la principale per l’altissimo valore simbolico e storico che ha questa terra nella costituzione dell’identità nazionale serba – della partita intrapresa dalle potenze imperialiste per sottomettere definitivamente la Serbia e inglobarla da serva e minore nel loro sistema economico, politico, militare. Un esame sinottico di quanto accade in Kosovo e in Serbia dopo il 1999 e ai rapporti tra Serbia, UE, NATO, USA in questi ultimi anni può forse chiarire nodi e implicazioni di questa partita. Proveremo a disegnare schematicamente le sue fasi:

    1. Giugno 1999 – ottobre 2000. Bastonare in tutti i modi la Serbia fino a che non si istalli al potere un governo affidabile per l’Occidente

    Demolita dalle bombe NATO, tradita da El’cyn e Cernomyrdin, la Serbia deve piegarsi all’ingresso delle truppe NATO in Kosovo, ottenendo però, con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza (10.6.1999), il chiaro riconoscimento che la provincia è parte integrante della RFJ (di cui la Serbia, quando si scioglierà l’unione col Montenegro, rappresenta la continuità statale2). Con un’interpretazione molto estensiva della 1244 l’UNMIK (acronimo di United Nations Interim Administration Mission in Kosovo), l’organismo creato dalle N.U. per l’amministrazione provvisoria della provincia, ne assume tutti i poteri, sostenuta militarmente da un altro organismo, la KFOR (Kosovo Force), forza militare internazionale a guida NATO, responsabile di ristabilire “l’ordine e la pace”. Sotto lo sguardo complice di quasi 50.000 militari NATO l’UCK albanese scatena il terrore contro serbi e rom: uccisioni, sequestri di persona, distruzione di abitazioni e saccheggi spingono oltre 200.000 persone ad abbandonare la provincia e cercare rifugio in una Serbia demolita dalle bombe e assediata dall’embargo. Il francese Kouchner (oggi ministro degli esteri) quale “governatore” del “protettorato ONU” opera sin dall’inizio per creare istituzioni amministrative totalmente separate da Belgrado, in conformità con il disegno USA di staccare dalla Serbia il Kosovo, dove hanno costruito la più grande base militare, Camp Bondsteel.

    In Serbia c’è ancora il “dittatore” (democraticamente eletto in un sistema pluripartitico, dove la maggior parte dei media sono dell’opposizione) Milosevic, demonizzato dai media occidentali per aver avuto il torto di voler difendere il suo paese dall’aggressione NATO. Nessun mezzo viene risparmiato per rovesciare lui e il suo partito, SPS, che gode di un ampio consenso tra i lavoratori e nei sindacati: dalla pressione economica, politica, militare ai delitti mirati contro importanti esponenti dell’establishment serbo, dalla creazione di organizzazioni pseudo democratiche di mercenari pagati dagli USA (prima fra tutte Otpor) e di numerose e ambigue ONG, al sostegno ai partiti di opposizione. Con un’azione ben programmata e orchestrata (un modello che vedremo all’opera anche in successive “rivoluzioni arancione” a Tbilisi e Kiev) che combina propaganda, manifestazioni di piazza e azione di commando ben addestrati, il 5 ottobre 2000 – prima che si andasse al ballottaggio per il secondo turno – il parlamento è assalito e devastato e Milosevic si dimette, lasciando il posto al candidato della DOS (opposizione democratica serba) Vojslav Kostunica. Le sedi dei partiti socialisti e della sinistra vengono saccheggiate, picchiati e feriti i militanti socialisti e i rappresentanti sindacali, bloccati e sequestrati i beni del SPS, che deve affrontare una violenta ondata repressiva.

    2. Ottobre 2000-dicembre 2003. La Serbia potrebbe diventare un buon maggiordomo dell’Occidente

    Tutta la regia del colpo di mano di ottobre è delle centrali USA e NATO, che hanno in Djindjic più che in Kostunica, che si presenta come difensore dell’interesse nazionale, il loro uomo di riferimento. Comincia la fase in cui l’Occidente agita dinnanzi alla “nuova” Serbia la carota degli aiuti economici e di una possibile integrazione nella UE, ma a condizione che la Serbia dia prova di essere “democratica”, cioè totalmente prona ai voleri di Washington e dei comandi NATO. Il primo, più plateale prezzo da pagare, è la consegna all’Aja (28 giugno 2001) del presidente Milosevic, cui Kostunica aveva invece dato ampie garanzie di rimanere in patria. Nel 2002 la RFJ costituisce una commissione per coordinare la cooperazione con il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) e inizia a emettere ordini di arresto per persone accusate di crimini di guerra rifugiate entro i suoi confini, mentre comincia all’Aja (12 febbraio 2002) il processo contro Milosevic.

    La UE impone inoltre a Belgrado (marzo 2002) di trasformare la Jugoslavia in una unione col Montenegro, guidato dal mafioso filoamericano Djukanovic, cui la Germania ha già fornito i marchi (e poi gli euro) per rompere l’unità monetaria (e poi l’unità statale) con Belgrado. Un altro colpo al ruolo della Serbia, paese che va distrutto. Nel febbraio 2003 muore ufficialmente la RFJ e nasce uno strano stato che rimarrà in vita, come era prevedibile, solo tre anni.

    Ma intanto il nuovo governo serbo guidato da Djindjic, che continua a dare prova di buona volontà e sottomissione all’Occidente e non solleva la questione del Kosovo, né si preoccupa delle condizioni miserrime in cui vivono nel suo territorio 200.000 profughi dal Kosovo (oltre alle altre centinaia di migliaia dalla Bosnia e dalla Croazia), ottiene la carota dell’ammissione al Consiglio d’Europa e chiede di aderire al programma Partnership for Peace, anticamera per l’ingresso nella NATO.

    Tra il 2002 e il 2003 si verifica una seria incrinatura tra le potenze imperialiste. Non in merito ai Balcani, ma all’opzione USA di una nuova guerra contro l’Iraq. La Serbia vive di riflesso questa contraddizione, quando la UE, vestiti i panni della legalità internazionale, si oppone all’impunità pretesa dagli USA per crimini commessi dalle loro truppe o personale civile fuori del territorio statunitense. Il governo USA chiede anche alla Serbia di firmare l’accordo sulla non consegna dei cittadini americani al Tribunale penale internazionale, mentre Bruxelles invita a non farlo, rammentando, per bocca di Peter Schieder, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che la Serbia e Montenegro è “un paese che un giorno diventerà membro della UE e che per questo dovrebbe avvicinarsi agli standard europei”3.

    L’influenza USA sul governo serbo si fa molto forte, al punto da coinvolgere indirettamente il paese nella guerra contro l’Iraq. Un articolo del settimanale belgradese Vreme4 (sull’attendibilità della fonte non si può però mettere la mano sul fuoco) rivela che nell’imminenza della guerra all’Iraq sono stati consegnati agli americani moltissimi dati su strutture irachene di importanza strategica, come basi militari e marittime, aeroporti e bunker sotterranei, alla cui progettazione e realizzazione la Jugoslavia (allora repubblica federativa socialista) aveva collaborato negli anni ‘80. Zoran Djindjic è legato piuttosto all’imperialismo tedesco, che per la prima volta, insieme con la più politicamente determinata Francia, manifesta un aperto dissenso con gli USA. Il 12 marzo 2003, una settimana prima dell’aggressione anglo-americana all’Iraq, viene assassinato in pieno giorno davanti al palazzo del governo serbo.

    Dopo questo delitto eccellente e mai veramente chiarito (almeno per il ruolo avuto in esso dai servizi segreti inglese e statunitense), il governo è retto da Zivkovic, che proclama lo stato d’emergenza, mette agli arresti diecimila persone e mostra ottime relazioni con gli USA. L’influenza di Londra e Washington in questo momento si ingrandisce a tal punto rispetto a quella della UE che gli ambasciatori britannico e americano controllano pienamente persino l’azione dell’arresto degli assassini di Djindjic. Nella tarda primavera del 2003 a Belgrado si accelerano fortemente le riforme dell’esercito e dei servizi serbi di informazione, sotto supervisione britannica e americana. È la pressoché totale infiltrazione e distruzione dall’interno di un esercito che aveva conservato, anche nella piccola Jugoslavia, capacità e professionalità acquisite nel periodo della Jugoslavia di Tito. Zivkovic dichiara che la Serbia gode delle migliori relazioni con gli USA degli ultimi 50 anni e a fine luglio si reca in visita in USA per una settimana, dove si impegna ad epurare il partito democratico (DS) degli elementi non filoamericani e, insieme col ministro degli esteri Goran Svilanovic, offre a Condoleezza Rice e Colin Powell un contingente di circa mille militari serbi e montenegrini alle forze americane di Enduring Freedom per combattere in Afghanistan5: Può essere considerato quindi un buon maggiordomo degli USA. I media filogovernativi di Belgrado annunciano la nuova “partnership strategica” fra gli USA e la Serbia.

    Gli Stati Uniti, dal canto loro, lasciano intendere che non sosterranno l’indipendenza del Kosovo, richiesta dai loro figliocci dell’UCK, e garantiranno la sicurezza dei serbi prima di decidere dello status politico finale della provincia. Si rinnovano i rapporti commerciali interrotti con la introduzione (maggio 1992) delle sanzioni contro la RFJ e gli USA divengono i maggiori investitori in Serbia, favoriti dalla svendita delle imprese di stato che i governi antisocialisti e antipopolari della DOS (Djindjic e Zivkovic) hanno intrapreso: nel 2003 la Phillip Morris acquista la fabbrica di tabacco di Nis per 605 milioni di euro, mentre la US Steel mette le sue zampe sull’unica acciaieria serba, a Smederevo, per soli 205 milioni di euro e licenzia immediatamente circa 1.000 lavoratori, imponendo una paga oraria di 0,40 dollari all’ora, che passerà a 1 dollaro solo dopo un epico sciopero generale durato settimane, che coinvolge l’intera città. Alcuni analisti politici credono a questa svolta strategica dei rapporti serbo-americani, ritenendo che Washington, messa di fronte alla difficoltà di posizionare le proprie truppe in tutto il mondo, necessita della stabilità balcanica per ritirare le forze dal Kosovo e dalla Bosnia ed Erzegovina, e distribuirle in punti più importanti come l’Iraq. D’altra parte, al vertice di Salonicco del 21 giugno 2003, la Serbia è inclusa tra i potenziali candidati per l’accesso alla UE.

    La questione del Kosovo non è in questi anni 2001-2003 tra le priorità dell’agenda politica dei nuovi leader serbi.

    L’UNMIK procede nella sua opera di costruzione di istituzioni affatto nuove che nulla abbiano a che fare con Belgrado, gettando le premesse per una futura definitiva secessione statale. Tuttavia la questione del futuro status della provincia non è chiusa. Il 15 maggio 2001 il nuovo rappresentante speciale del segretario generale, il danese Hans Haekkerup, subentrato al precedente “governatore” Kouchner, promulga il “Quadro costituzionale per un governo autonomo provvisorio in Kosovo”. Nel novembre 2001 si svolgono le elezioni per la prima Assemblea legislativa, alle quali partecipa in massa, su sollecitazione di Koštunica e del governo di Belgrado, anche la comunità serba: la “Coalizione per il ritorno” (Povratak) ottiene l’11,34% con 89.400 voti.

    Agli inizi del 2002 il nuovo rappresentante delle NU, il tedesco Steiner comincia ad articolare le linee della politica “standards before status”, sostenendo che senza il raggiungimento delle condizioni minime di rispetto della legge, del funzionamento di istituzioni democratiche, dei diritti delle minoranze non albanesi e di sviluppo economico, non si potrà aprire il negoziato sullo status del Kosovo. A fine maggio 2002 il governo del Kosovo entra in funzione con tutti i suoi ministeri, quando i serbi ottengono, oltre al ministero dell’agricoltura, il posto, che loro preme molto di più, di Coordinatore interministeriale dei ritorni presso il primo ministro. Agli inizi del 2003 l’UNMIK comincia a trasferire un buon numero di competenze di governo a questi ministri, mantenendo per sé alcuni poteri legati alla sovranità di uno stato, quali il ministero degli esteri e alcune funzioni della sicurezza.

    Intanto l’ONU fissa alla metà del 2005 la data in cui si esaminerà il raggiungimento degli standard. Tuttavia, il “governatore” dell’UNMIK, il tedesco Michael Steiner, dichiara che “il Kosovo non farà mai più parte della Serbia”6. Se da un lato la politica ufficiale del rappresentante delle Nazioni Unite in Kosovo è ancora, alla fine del 2003, quella sintetizzata dalla formula “norme prima dello status”7, dall’altro vi sono forze internazionali che, all’interno dei loro disegni strategici sull’assetto dei Balcani, spingono per la piena indipendenza del Kosovo, con la cesura netta di qualsiasi legame con lo stato serbo, facendo così consapevolmente da sponda al nazionalismo esclusivistico albanese, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la vita della popolazione serba e delle altre minoranze non albanesi, nonché del patrimonio storico-culturale. Sono personaggi potentissimi, che controllano alcuni tra i principali media dei Balcani, come il magnate George Soros, strettamente legato al National Endowdment for Democracy, o think tank influenti come l’International Crisis Group (ICG) che richiedono l’indipendenza del Kosovo. Il 10 dicembre 2003 viene pubblicato a Pristina “Standards for Kosovo”, e approvato dal consiglio di sicurezza dell’ONU con dichiarazione del 12 dicembre 2003, completato dal “Kosovo Standards Implementation plan” che sarà varato il 31 marzo 2004, dopo i violenti pogrom antiserbi di due settimane prima.

    Nel complesso, in questa fase, il destino dello status del Kosovo, se è senza dubbio già orientato ad una amplissima autonomia da Belgrado, non è però già stato deciso.

    3. 2004. La Serbia è di nuovo inaffidabile. Si scatenano in Kosovo i pogrom antiserbi di marzo

    Il quadro politico in Serbia muta radicalmente, in senso letterale… Infatti, le elezioni politiche anticipate del 28 dicembre 2003, provocate dalla caduta del governo Zivkovic – inviso alle masse serbe che popolano sempre di più le piazze con scioperi e manifestazioni, travolto dalle accuse della Del Ponte, che incrimina all’Aja 4 generali serbi, diviso al suo interno, con la DOS oramai in frantumi (il partito democratico serbo, DSS, di Kostunica è in rotta di collisione con il partito democratico, DS, di Djindjic e Zivkovic) – fanno del partito radicale serbo, nazionalista e antiamericano, il maggior partito del paese (col 28% di suffragi). Il partito socialista serbo, SPS, duramente attaccato dopo l’ottobre 2000, non scompare di scena, ma si attesta su uno “zoccolo duro” del 7%, mentre il partito liberaldemocratico e filo-occidentale (DS) è ridotto al 13%, superato dal DSS di Kostunica (18%). È a quest’ultimo, dopo una lunga e critica fase di gestazione, che spetta la guida del nuovo governo serbo (2 marzo 2004), che, senza i filo-occidentali DS, è sostenuto da G17 Plus, una formazione politica liberale costituita soprattutto da economisti, il Movimento per il Rinnovamento Serbo (SPO) di Vuk Draškovic e il partito Nuova Serbia (NS), con l’appoggio esterno dei socialisti.

    Kostunica pone apertamente la questione del Kosovo, chiedendo una sostanziale e ampia autonomia per i distretti popolati dai serbi (la cosiddetta “cantonalizzazione”). Il forte condizionamento dall’opposizione dei radicali serbi, il ritorno nel gioco politico con un peso determinante del partito di Milosevic, che all’Aja difende con fierezza la politica di indipendenza nazionale serba e infiamma gli animi della popolazione, incollata per ore al televisore a seguire l’autodifesa del suo presidente che è tutta un preciso e circostanziato atto d’accusa all’imperialismo della NATO, fanno di nuovo della Serbia un paese non affidabile per l’Occidente.

    A solo due settimane dalla nascita del nuovo governo serbo si scatena (17-20 marzo 2004) in tutti i distretti del Kosovo un violentissimo pogrom contro serbi e rom e altre minoranze non albanesi, lasciate in moltissime occasioni senza alcuna protezione da parte dei corpi militari e di polizia di KFOR, UNMIK, KPS. “Sono stati distrutti impianti, sono stati saccheggiati edifici pubblici, tra cui scuole e dispensari, alcuni gruppi etnici sono stati accerchiati e minacciati e le famiglie cacciate dalle loro case. Villaggi interi sono stati evacuati e numerose case sono state ridotte in cenere dopo la partenza dei loro abitanti. In alcuni casi, gli assalitori hanno tentato di occupare illegalmente le case abbandonate, addirittura di rivendicarne la proprietà. Gli scontri hanno provocato 19 morti – 11 albanesi e 8 serbi del Kosovo – e 954 feriti. Inoltre sono stati feriti 65 poliziotti delle forze internazionali, 58 membri del KPS e 61 membri della KFOR. 730 case appartenenti alle minoranze, principalmente serbi del Kosovo, sono state danneggiate o distrutte. È stato preso di mira il patrimonio culturale e religioso del Kosovo: 36 chiese, monasteri e altri siti religiosi e culturali ortodossi sono stati saccheggiati o distrutti. Alcuni luoghi di culto erano del XIV secolo, due erano classificati dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità e un terzo tra i siti di interesse regionale. Sono stati pure danneggiati o distrutti beni dell’UNMIK e della KFOR”8.

    Non abbiamo allo stato attuale documenti che provino una correlazione specifica, un rapporto diretto tra il mutato quadro politico in Serbia e i pogrom organizzati dall’UCK in Kosovo, ma dai rapporti dell’UNMIK e delle numerose ONG, emerge il carattere deliberato e organizzato, non casuale o accidentale, del pogrom. È come se qualche burattinaio esterno, un’accorta regia occulta, avesse deciso di “dare una lezione” ai serbi e di agitare ora minacciosamente la carta della violenza etnica di massa per ottenere la secessione immediata. A rivelarlo è la conclusione politica – apparentemente incomprensibile e paradossale – tratta alcuni mesi dopo dalle cancellerie occidentali: infatti, il pogrom, preceduto e seguito da un ininterrotto stillicidio di omicidi, sequestri e violenze quotidiane contro i serbi del Kosovo, viene interpretato come il segnale che occorre definire al più presto lo status del Kosovo, indipendentemente dal raggiungimento di quegli standard da cui gli albanesi, come gli eventi di marzo mostrano, sono mille miglia lontani. Paradossalmente – ma non tanto, se si legge la questione del Kosovo come parte della politica imperialista verso la Serbia – il pogrom di marzo, invece che spingere alla difesa dei serbi vittime delle violenze albanesi, rovescia la politica standard beforee status. Ora il raggiungimento degli standard minimi di rispetto dei diritti delle minoranze non è più una priorità.

    4. Giugno 2004-febbraio 2008. La carota dell’Europa e il bastone del Kosovo

    Dopo tre inutili tentativi, che inducono ad abolire il quorum del 50% per convalidare il voto, a fine giugno 2004 viene eletto alla presidenza di Serbia-Montenegro Boris Tadic, del DS, che, con l’appoggio del partito di Kostunica, supera il radicale Nikolic. La Serbia così si presenta con due teste, quella filo-occidentale di Tadic e quella di difesa nazionale di Kostunica. La prospettiva di adesione alla UE li unisce, la strategia da seguire sul Kosovo li divide. Alle elezioni di ottobre 2004 per il rinnovo dell’assemblea del Kosovo, Tadic, seguendo le pressioni dell’Occidente che intende mostrare la foglia di fico della democratica multietnicità della provincia, chiede ai serbi di partecipare al voto, Kostunica li invita invece, dopo il pogrom di marzo e la fallimentare esperienza della loro partecipazione nelle istituzioni disegnate dall’UNMIK, dove non contano assolutamente nulla, a boicottarle. A dicembre 2004 la nuova assemblea del Kosovo elegge a primo ministro il capoclan dell’UCK e criminale di guerra Ramush Haradinaj.

    Il 2005 si apre con l’offensiva a tutto campo sulla secessione del Kosovo. In prima fila è l’ICG9, con il suo rapporto “Kosovo: toward Final Status”10, che propugna come unico sbocco la secessione anche unilaterale e con l’opposizione della Russia (esattamente come avverrà tre anni dopo). Segue ad aprile, preceduta da un grande battage sui principali quotidiani occidentali, il rapporto conclusivo della International Commission on the Balkans11, presieduta da Giuliano Amato. Anch’esso sostiene apertamente la tesi che occorre accelerare il processo di definizione formale di indipendenza del Kosovo, che entro un decennio potrebbe entrare, insieme con la Serbia e gli altri ministati della disciolta federazione socialista jugoslava, nella UE. L’argomentazione di fondo è che la situazione non può più attendere, il tempo sta scadendo, potrebbe presto verificarsi un’esplosione violenta di dimensioni ben maggiori e più cruente di quella del marzo 2004. Assistiamo in quest’argomentazione a un rovesciamento delle posizioni politiche precedenti sostenute, nel silenzio-assenso degli USA, dall’UNMIK e dalla UE, che vedevano nella violenza antiserba scatenata nel marzo 2004 la ragione per rinviare qualsiasi discorso sullo status del Kosovo, poiché mancavano i requisiti minimi di sicurezza e vivibilità per le minoranze serbe, rom, e delle altre etnie non albanesi.

    La politica degli USA e della UE è ora molto chiara: si promette alla Serbia la futura adesione alla UE e le si chiede al contempo un atto, anzi più atti, di sottomissione: non solo la collaborazione col tribunale dell’Aja, costruito ad hoc per mantenere la Serbia sotto una perenne spada di Damocle, ma molto, molto di più: la rinuncia al Kosovo, in spregio della stessa risoluzione 1244/99.

    Quasi contemporaneamente alla pubblicazione ufficiale del rapporto della Commissione sui Balcani, la Commissione europea valuta (12 aprile 2005) che la Serbia sia sufficientemente preparata per negoziare un accordo di associazione e stabilizzazione con la UE; il 25 aprile il Consiglio europeo approva la fattibilità del rapporto e invita la commissione ad emanare le direttive di negoziazione per l’accordo. A fine ottobre il norvegese Kai Eide, nominato dall’ONU per valutare il raggiungimento degli standard, li giudica insufficienti, ma ritiene comunque di dover continuare il processo di definizione dello status… Contemporaneamente iniziano i colloqui ufficiali tra UE e Serbia, alla quale si richiede, al solito, stretta cooperazione col Tribunale dell’Aja.

    A novembre 2005, il segretario generale delle N.U. Kofi Annan, dopo 15 mesi di trattative senza esito a Vienna tra serbi e albanesi, nomina il finlandese Ahtisaari per avviare il processo sulla definizione dello status. Il “Gruppo di contatto” (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, USA, Russia) elabora i “Principi guida per la risoluzione del futuro status del Kosovo”. Esclude che il Kosovo possa ritornare alla situazione pre-1999, che possa essere diviso, o annesso ad altro stato confinante, e rigetta come inaccettabile qualsiasi soluzione unilaterale o che faccia ricorso all’uso della forza12.

    A febbraio 2006 cominciano i negoziati sullo status. Qualche settimana dopo Milosevic viene lasciato (o, per meglio dire, fatto) morire nel carcere dell’Aja (11 marzo 2006). La popolazione serba accorre in massa ai funerali, concedendo l’ultimo tributo al capo che non si è piegato ai diktat degli USA, che si è battuto con onore e dignità davanti ai giudici del tribunale. Ma – sempre coincidenze? – qualche mese dopo (maggio 2006) la Serbia viene punita: i negoziati con la UE sono bloccati perché il paese viene giudicato inadempiente verso l’Aja.

    Ed è già scattata (21 maggio 2006) la trappola del referendum secessionista del Montenegro – sostenuto apertamente dagli USA e più sommessamente dalla UE – che sancisce, col 55,5% dei votanti, la fine dello stato di Serbia-Montenegro: il 3 giugno il parlamento montenegrino dichiara l’indipendenza, il parlamento serbo ne prende atto, confermando la continuità della Serbia come stato successore dell’unione.

    Belgrado deve ora confrontarsi con la stesura di un nuovo testo costituzionale, nel cui preambolo si ribadisce che “la Provincia del Kosovo e Metohija è parte integrante del territorio della Serbia, che gode dello stato di autonomia sostanziale nel quadro dello stato sovrano della Serbia e che da tale condizione della Provincia del Kosovo e Metohija seguono gli obblighi costituzionali di tutti gli organi statali di rispettare e difendere gli interessi statali della Serbia in Kosovo e Metohija e tutte le relazioni politiche interne ed esterne”. Adottato dal parlamento, viene approvato da un referendum popolare il 28-29 ottobre 2006. Intanto, i negoziati sul Kosovo sono in pieno stallo. In realtà non si tratta di negoziati, poiché i kosovaro-albanesi, spalleggiati dagli USA, non vogliono nulla di meno dell’indipendenza.

    Non era ancora ufficialmente approvata la nuova costituzione della repubblica di Serbia, che i media legati all’Occidente diffondono le decisioni della “Comunità internazionale” sul Kosovo (e sono ben informati, poiché così accadrà un anno dopo): la provincia serba sarò indipendente, con una supervisione internazionale a guida Ue. Sono gettate le premesse per la futura “missione Eulex”. La UE, ad onta delle illusioni dei filoeuropeisti serbi, è parte determinante e soggetto attivo nella secessione del Kosovo. Al di là di alcune divergenze tattiche o di facciata (la UE, promettendo “l’ingresso in Europa”, si adopera a che la Serbia acconsenta alla secessione), vi è una sostanziale, strategica unità di vedute tra USA ed UE rispetto alla Serbia. Tra i due soggetti imperialisti vi è cooperazione e divisione dei compiti e dei ruoli. La UE in questo caso si sobbarca le maggiori spese della nuova missione internazionale e la copertura “legale” della secessione: un imperialismo ipocrita e leguleio, che cerca di nascondere dietro la vuota retorica dei diritti umani il volto aggressivo e sfruttatore, a fronte dell’imperialismo muscolare, rozzo e diretto degli USA di G. W. Bush.

    Le elezioni per il nuovo parlamento del gennaio 2007 confermano i radicali quale maggiore forza politica del paese, ma vedono il partito di Tadic superare Kostunica, che perde consensi.

    Intanto riprende in parallelo il consueto giochetto della carota Europa e del bastone Kosovo. Agli inizi di febbraio 2007 l’inviato speciale delle Nazioni Unite Maarti Athisaari presenta il piano sul futuro del Kosovo, già anticipato nei media qualche mese prima. È di fatto la legalizzazione della secessione della provincia serba sotto controllo militare della NATO e giuridico-politico della UE. Contemporaneamente il consiglio europeo invita a riprendere i negoziati col nuovo governo di Belgrado per l’accordo di associazione alla UE, sempre a condizione che la Serbia stia pienamente cooperando col tribunale dell’Aja.

    Il 3 aprile si riunisce il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere il piano Ahtisaari, che consiglia l’indipendenza del Kosovo sotto la supervisione internazionale. Non si perviene a nessuna risoluzione, poiché l’unica proposta che gli USA sostengono è la secessione della provincia, cui la Russia si oppone decisamente. Lo stesso scenario si ripeterà in altre riunioni. Sul Kosovo non vi è quindi, fino ad oggi, dopo la dichiarazione di indipendenza unilaterale del 17 febbraio 2008, nessuna risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU.

    A giugno medesimo scenario: quasi contemporaneamente Bush dichiara a Tirana che riconoscerà la proclamazione unilaterale di indipendenza (10 giugno) e la UE riprende i negoziati con la Serbia per l’accordo di stabilizzazione e associazione (13 giugno), che sfociano il 10 settembre nella redazione di un testo che dovrebbe essere firmato formalmente entro il 2008. Ma… come sempre, restano in sospeso la questione del Kosovo e la piena collaborazione con il tribunale internazionale dell’Aia, che potrebbero rallentare il percorso europeo del paese… Il 7 novembre a Bruxelles si fa un ulteriore passo per l’accordo tra Serbia e UE, mentre dopo qualche settimana terminano i negoziati sul Kosovo senza alcun accordo tra le parti.

    Le elezioni di novembre in Kosovo assegnano la vittoria ad Hashim Thaci, il filoamericano capo dell’UCK, che preannuncia quale primo punto del suo programma l’immediata dichiarazione di indipendenza, che, con l’appoggio di USA e dei principali paesi UE, viene puntualmente proclamata il 17 febbraio 2008.

    Dopo l’indipendenza del Kosovo, si apre una fase di instabilità nei Balcani

    La Serbia, che continua a vivere un “dualismo di poteri” tra Kostunica, capo del governo, e Tadic (riconfermato presidente al ballottaggio del 3 febbraio contro Nikolic del partito radicale), reagisce con grande passione e dignità, protestando nelle piazze, richiamando gli ambasciatori dai paesi che riconoscono il Kosovo come stato, attuando una resistenza civile in Kosovo basata sul rifiuto di riconoscere e partecipare a qualsiasi istituzione del nuovo stato. Ma questa è la linea politica dei radicali, del SPS, che ora Kostunica sostiene coerentemente portandola fino alle estreme logiche conseguenze.

    Il 5 marzo una mozione proposta dai radicali chiede di riprendere i negoziati con la UE a condizione che ad essi la Serbia partecipi integra, senza l’amputazione del 15% del suo territorio rappresentato dal Kosovo. È chiaramente una mossa politica che chiede alla UE di recedere da tutta la politica sinora seguita, è di fatto la proposta di interrompere il percorso di associazione subalterna nella Unione Europea, che ha pesantemente ferito e umiliato la Serbia, è, indirettamente, l’indicazione di un’altra via nelle relazioni mondiali, costruendo un asse privilegiato, economico e politico, con la Russia. I ministri del DSS sostengono la proposta dei radicali, Tadic si oppone. L’8 marzo Kostunica si dimette, il paese è chiamato a breve a nuove elezioni.

    Questa crisi politica serba non è endogena, è stata prodotta dalla politica delle potenze imperialiste che, appoggiando la secessione del Kosovo, hanno scientemente operato per aprire una fase di instabilità politica in Serbia, contro la quale l’attacco e le ingerenze occidentali termineranno solo quando saranno riuscite – se riusciranno – a ridurla pienamente in servitù.

  7. lussu scrive:

    Grazie per gli articoli, che sono interessanti. Ma il punto rimane lo stesso. In che cosa non concordi con il post?

  8. giorgio serafini scrive:

    Lessi che i gruppi serbi si incontrarono con gruppi politici simpatizzanti esistenti nel Veneto (Verona, ad es.). Ricordo la vicinanza di Umberto Bossi alle rivendicazioni serbe. Non vorrei che ci fosse un legame preciso, anche con Maroni, ovviamente.

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