Il ritorno delle rondini

marzo 21, 2009

Io e il mio socio abbiamo avuto parecchio da fare in questo periodo.
Tranquillizziamo i nostri 24 lettori: siamo tornati. Giusto in tempo per Il Primo Giorno Di Primavera:


La lieta novella rimbalza di tornante in tornante

febbraio 14, 2009

Dicono che tutti gli americani sanno dov’erano e cosa stavano facendo quando ammazzarono Kennedy o l’11 settembre del 2001. Dicono che agli italiani della generazione dei miei genitori succeda lo stesso con il rapimento e con la morte di Moro.
Non so che notizia resterà indelebile nella memoria di chi è nato negli anni ’80. So però che mi ricordo esattamente dov’ero la sera del 14 febbraio del 2004, 5 anni fa. Ero qui, sulla curva dopo il ponte di legno di Bella Venezia, frazione di Castelfranco Veneto. Era sabato sera, ero in giro coi miei amici e guidavo verso nord. Mi arrivò un sms da mia madre, tutto in maiuscolo (perché lei era nata ben prima degli anni ’80): “E’ MORTO PANTANI”.
Ci fermammo sulla curva di quella strada stretta, lungo il torrente Avenale. In silenzio. Per un bel po’. Ogni volta che ripasso per quella curva ci penso.
La faccio finita qua, perché il sentimentalismo del tifoso è una delle cose più ridicole che esistano. Marco Pantani era una persona come tante, ha fatto un sacco di stronzate, e le ha pagate, nel modo peggiore. E poi il ciclismo porta alla retorica, l’abbiamo già detto.
Ma un giorno all’anno si può anche sbracare. Avevo 11 anni quando camminavo per Treviso col mio grosso walkman Aiwa nero e le cuffie col semicerchio di ferro per ascoltare l’ultima tappa di salita del Giro, quella con il Colle dell’Agnello e Pantani che scatta troppo presto, finisce solo col vento contrario tra i già pochi capelli e il venduto Argentin gregario di Berzin lo va a prendere. Ne avevo 15 quando facevo aspettare tutta la mia squadriglia scout presentandomi in ritardo di quasi due ore alla riunione perché Pantani stava salendo verso Montecampione in maglia rosa e Tonkov non voleva cedere. Ne avevo 16, e avevo addosso una maglietta con la sua faccia e la scritta “Vai Pirata”, quando mio padre mi venne incontro al ritorno da scuola per darmi la notizia, quel giorno lì di cui già si è parlato.
È nota la capacità della bicicletta, e della salita in particolare, di donare grazia, eleganza e bellezza agli esemplari più brutti e scalcagnati del genere umano. Pantani non faceva eccezione: come scriveva Gianni Mura, era un mostro preistorico, un fossile, un mostruoso pterodattilo inadatto ai tempi moderni e alla compagnia dei suoi simili, che solo una volta raggiunta la completa solitudine, su per una montagna, poteva spiegare le ali e mostrare al mondo la propria perfezione. Mezzo mondo lo guardava incantato arrivare in cima così, splendido, e poi tornare a inciampare, cadere, andare contro un suv, investire un gatto in discesa, fare tardi in discoteca, essere mollato dalla morosa, strafarsi di coca, ogni volta che tornava fra noi mortali, nella nostra pianura.
Per tutto questo, e molto altro, devo qualcosa a Marco Pantani. E gli dedico la cronaca della sua ultima grande impresa, un anno dopo Madonna di Campiglio. Quando fu il primo corridore (e, ad oggi, l’ultimo) a staccare in salita Lance Armstrong.

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5 cose per cui vale la pena di vivere

gennaio 6, 2009

L’Epifania, come mi ha scritto stamattina un vecchio amico, è il vero giorno dei bilanci: “Ti svegli infine il sei gennaio, ti alzi presto e sai che hai le ultime 12-18 ore di tempo per terminare il libro delle feste e soprattutto riflettere sull’ anno trascorso; poi ti toccherà riabbassare il capo e macinare gioco a testa bassa come un Vergassola qualunque, attendendo il brivido, la zampata, l’estasi di un gol con la fascia di capitano al braccio“.
Le feste finiscono e il 2009 ti si piazza davanti in tutta la sua tristezza. Sarà un anno duro, bisognerà faticare, prendere decisioni, trasferirsi, ecc. A pensarci viene voglia di rigirarsi, tirare su le coperte e restare sempre così, a poltrire in letargo, sperando che non arrivi mai la primavera.

Poi sfogli quel giornale che è rosa anche on line, e dai ufficialmente inizio al tuo 2009, desiderando con tutto il cuore che la primavera inizi domani.

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Vai, Grillo

settembre 28, 2008

La mitologia del ciclismo

luglio 18, 2008

La squalifica di Riccardo Riccò ha un significato che va oltre lo sport. Certo, banalmente si potrebbe dire che è anche una faccenda di soldi. Lo è, ma non è solo questo. Come si è detto qui, di per sè questa squalifica non turba particolarmente né me né Masaccio, né, immagino, i molti appassionati. A subire è lo spirito collettivo che nasce dal ciclismo. Certo, il ciclismo è uno sport così bello che si risolleverà anche da questa caduta, visto che in passato ne ha passate di peggiori. Ma a dar fastidio è la serie inesauribile di bastonate. Si vede che il ciclismo degli anni ‘90 aveva raggiunto dei livelli di doping difficili da annullare. Qualcosa si sta facendo. Se guardiamo il kilometraggio dei grandi giri negli ultimi dieci anni è diminuito di molto (da 4000 a 3500 circa), segno che la lotta al doping funziona.

Il ciclismo si risolleverà perché per ottant’anni si era costruito una fame incredibile, era uno sport popolare. Il ciclismo piace perchè quando vedi un ciclista arrampicarsi sullo Stelvio vedi la sua faccia sfigurata dalla fatica. Il doping in questo senso non è una scorciatoia per la fatica. La fatica rimane sempre la stessa, ed è questo che fa esaltare la gente ancora per il ciclismo.

Forse il doping falserà i livello. Può darsi: ed è questo può darsi che turba l’immaginario collettivo. Probabilmente in realtà il doping non falsa i risultati, ma trasla il livello verso l’alto. Ma va tolto questo sospetto e va eliminato il doping, anche se tutti sono dopati uguali.

E’ il sentire comune verso il ciclismo che subisce più di tutti da questi fatti. Ad esempio, Malingut non andrà a Prato Nevoso, perché l’atmosfera non sarà la stessa, ci si aspetterà un tour mediocre senza nessuno che attaccherà, con le cose che si decideranno alla crono. La leggenda del ciclismo non si è creata con le crono, si è creata con le montagna. E a Prato Nevoso la folla non sarà più in trepida attesa di vedere un ciclista solo verso l’arrivo.

Per molte persone, nomi come Bugno, Fignon, Chioccioli, Argentin non sono solo ciclisti, sono nomi che sentivi pronunciare dai nonni al bar, quando ti portavano a prendere un’aranciata e loro andavano a farsi un bianco. E prima ancora questo discorso valeva per Merckx e Gimondi. E prima ancora per Coppi e Bartali. E prima ancora per Girardegno e Binda. Erano delle rappresentazioni, facevano parte del mito. Vedere passare il giro, per una comunità è come celebrarsi senza pretese, omaggiando la fatica del ciclista.

Il mito continuerà a riprodursi. Ma tutte le leggende nascono da storie di uomini veri e il rischio per il ciclismo è di rimanere un mito senza più uomini veri.


Piove sul bagnato

luglio 17, 2008

Riccardo Riccò è stato trovato positivo all’Epo.
Non andremo a Pratonevoso, questo mi sembra chiaro.
Ma non stiamo male. Non siamo delusi. Non ci fa più nessun effetto.
Non piangiamo la fine di un campioncino, non rimpiangiamo il ciclismo eroico, non ci stracceremo le vesti invocando la pulizia in un ambiente che è sporco e tale resta. Ripeto: non ci fa più nessun effetto.
Non ci fa più nessun effetto più o meno da quel giorno lì.


Ho visto la luce

luglio 13, 2008

Non voglio fare il Bulbarelli della situazione, come direbbe l’altro autore di questo blog. Ma oggi Riccardo Riccò, quello che a me piace perché è arrogante e antipatico come il suo ex capitano, ha fatto qualcosa di speciale. Nel modo in cui è andato via agli altri, nella forza con cui ha rilanciato lo scatto per diverse centinaia di metri, nella costanza con cui ha mantenuto velocità e distacco fino alla fine. Il ciclismo contemporaneo ci ha abituato ai colpi di scena, magari domani prende un quarto d’ora oppure lo trovano positivo da qualche parte, non ci stupiremmo neanche più.

Ma oggi, 13 luglio 2008, Riccardo Riccò, in salita, è l’uomo più forte del Tour de France.

E domani, Pau-Hautacam. La classica pirenaica, con tanto di Tourmalet in mezzo. La tappa in cui Armstrong ammazzava la corsa, di solito. Ma Armstrong non c’è più.