Alea Facta est

marzo 6, 2010

Qui non ci si scandalizza tanto sul fatto che possano essere riammesse la candidature del Pdl a Roma e di Formigoni in Lombardia. Sia il Pdl a Roma sia Formigoni in Lombardia esistono, hanno un consenso, è assolutamente naturale che partecipino alle elezioni.
Ciò che non è assolutamente normale è che il governo faccia un decreto ad hoc per due casi specifici in modo da permettere al Pdl e a Formigoni di partecipare. Che l’amministrazione di questa Repubblica decida che se non consegnano le firme i Radicali o il Pcl amen, ma al Pdl ciò non può accadere. Non può, proprio non è possibile. Perché il Pdl in sostanza esiste, e anche se non ha dimostrato formalmente di farlo, non si può impedirgli di presentarsi alle elezioni.
Questo argomento avrebbe perfino una sua logica per il sottoscritto, che delle regole formali della democrazia liberale (per cui tutti i partiti sono alla pari fino al voto e solo il momento del voto segna i rapporti di forza tra loro) se ne frega e, da democratico vero e quindi gramsciano e tutt’altro che liberale, sa benissimo che i partiti esistono e hanno un consenso anche fuori dalla campagna elettorale, e che le elezioni non sono altro che la certificazione amministrativa di rapporti di forza stabiliti altrove, nella costruzione di consenso sociale.
Se non ce l’ha è semplicemente perché io qualche raccolta firme elettorale l’ho fatta, per dare una mano ai vari partitini di sinistra, quando ce n’è stato bisogno. Mi sono fatto le mie ore di sfrantecamento di coglioni davanti alla Coop fermando le vecchie per convicerle che “sì, siamo una lista di giovani, sì sì bravi cristiani, signora, se mi lascia una firma le giuro che poi mi taglio i capelli, sì, me la lasci pure la medaglietta della Madonna, basta che prima firmi qua”. So quanto sia difficile e sia però allo stesso tempo necessario, necessario soprattutto, nell’Italia contemporanea in cui i partiti fuori dalle campagne elettorali praticamente non esistono, a dispiegare quella minima forza di militanza che è richiesta come dato minimo a un’associazione privata per potersi dire partito e quindi espressione di un interesse collettivo e tendenzialmente generale.
Se non raccogliete le firme, insomma, potete pure avere il 30 e rotti per cento di voti, ma non siete un partito, siete un simboletto su cui milioni di zombie hanno messo una croce dopo essere stati lobotomizzati per anni dal vero leader del Pdl.
Quindi: ‘sto cazzo. Non raccogli le firme? Non corri, fanculo.

Però hanno fatto il decreto. Chiariamo: qui non si è mai creduto che il finale potesse essere un altro. È evidente che ciò che è successo a Roma e Milano non è casuale, è evidente che c’è una guerra interna al Pdl, è evidente che qualcuno ha voluto dare un segnale a Berlusconi. Però, appunto, di segnale si trattava, niente di più. “Guarda che possiamo anche impedirti di partecipare alle elezioni”, stop. L’eventualità che Penati, Agnoletto e Pezzotta si contendessero la presidenza della Lombardia (che, tra l’altro, sarebbe diventata un posto normale, con, rispettivamente, una destra, una sinistra e un centro normali) non è mai stata all’ordine del giorno.

Il sottoscritto, inoltre, non ne può più di questo genere di allarmi democratici a getto continuo, con cui il popolo italiano, a forza di editoriali sferzanti di Ezio Mauro, viene assuefatto allo stato d’eccezione ed anestizzato a qualsiasi reale contenuto, distraendosi con la telenovela del golpe quotidiano da ciò che sta realmente accadendo in Italia e nel mondo.

Epperò qui qualcosa va detto. Hanno fatto un decreto. Dico: un decreto. Non una circolare ministeriale e non una legge. Un decreto. Il governo si è arrogato il diritto di cambiare la legge elettorale a campagna in corso. Qua si stanno veramente dando i numeri.
Questo non si può fare, come si legge nell’articolo 15 della legge 400 del 1988:

2. Il Governo non può, mediante decreto-legge: […]
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione;

E il quarto comma dell’art. 72 della Costituzione recita:

La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

Insomma: non si possono fare decreti sulle leggi elettorali. La ragione sembra superficiale: trattandosi di materie particolarmente delicate, è bene che se ne discuta pubblicamente in parlamento. Ma in realtà c’è un dato più profondo e importante: un decreto non è una legge non solo perché è approvato dal governo invece che da parlamento, ma anche e soprattutto perché ha una scadenza. Ha validità di legge per 60 giorni, poi ciao: o il parlamento lo converte in legge, o decade.
È chiaro come questo renda lo strumento del decreto incompatibile con la materia elettorale: dato che un decreto può essere approvato solo in casi straordinari di comprovata necessità e urgenza, in materia elettorale ciò può accadere solo in prossimità delle elezioni (altrimenti non c’è l’urgenza). Ma se siamo in prossimità delle elezioni, vuole dire che la conversione in legge avverrà dopo il voto. E, nel caso non dovesse avvenire? Il decreto, secondo la Costituzione, perde d’efficacia fin dall’inizio. Cioè la legge secondo cui si è votato non è più valida. Ecco. Questo casino, hanno appena fatto. Hanno reso provvisoria una legge elettorale. Andremo a votare secondo una legge provvisoria. Che tra 2 mesi potrebbe essere annullata, con valore retroattivo.

Mi pare chiaro che ciò segni il definitivo sputtanamento del concetto di elezioni e dell’apparato politico che da esse è riceve il mandato. Non si torna più indietro, il dato è tratto e l’utile idiota alla Napolitano si trova sempre. Questo avviene quando i poteri reali di una società, dopo essersi serviti di un regime per fare i loro porci comodi, decidono che non serve più. Che può andare tutto a puttane. Che questa Seconda Repubblica deve essere lasciata affondare nel pozzo di letame in cui è affogata la prima. R I P.

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Bombardare! Torpediniere!

giugno 21, 2008

Allora. Come si legge chiaramente qui, il sottoscritto è contrario, per i più svariati motivi, alla costruzione della nuova base americana nell’ex aeroporto Dal Molin a Vicenza.

Non per questo, naturalmente, non riconosco l’esistenza di validi argomenti a favore di quella proposta. Semplicemente, mi convincono di più quelli contrari. Capisco, d’altra parte, che qualcuno possa pensare che l’Italia ha un debito di gratitudine con gli Usa. O che avere più militari americani armati fino in denti in casa faccia sentire più sicuri, di fronte alla minaccia terroristica. O che si valuti l’insediamento utile per l’economia della città.

Tutti argomenti che secondo me sono meno validi della mia opposizione all’imperialismo americano e alle sue guerre coloniali, della mia contrarietà alla devastazione di un territorio, della mia indignazione per il disinteresse dimostrato nei confronti del parere dei cittadini. Ma tutti argomenti validi, da un certo punto di vista. Non li condivido, ma li capisco.

Quello che proprio non capisco è un argomento che il ministro della difesa Ignazio La Russa va ripetendo continuamente da 2 giorni, in opposizione alla proposta di referendum avanzata dal sindaco di Vicenza Achille Variati. Secondo La Russa “è come chiedere a Pinocchio se vuole andare nel Paese dei Balocchi o se preferisce seguire i consigli del Grillo Parlante. Sappiamo come è andata a finire.

Che razza di paragone è?
La Russa sta forse dando ai cittadini maggiorenni di una città italiana dei burattini infantili? Sta forse dicendo che non sono in grado di capire qual è il proprio bene? Che si stanno facendo buggerare? Sta dicendo che i vicentini che voteranno sì si trasformeranno in asini? Che non sanno quello che fanno?
L’atteggiamento di fondo mi sembra lo stesso dei nuclearisti quando si parla del referendum dell’87, classificato come scelta emotiva di cittadini ignoranti. Con questa logica si può delegittimare qualsiasi votazione, spero lo si capisca. La democrazia moderna si basa proprio sull’idea, illuminista, che ogni persona sia in grado di valutare razionalmente la propria condizione e scegliere liberamente il proprio destino, e che quindi basti sommare le decisioni individuali per ottenere la volontà popolare, o almeno una sua rappresentazione ben approssimata.
Non sono del tutto d’accordo, personalmente. Sapere che il mio voto pesa esattamente come quello di Flavia Vento, ad esempio, non è molto confortante, dal punto di vista del riconoscimento di un ragionamento razionale alle base delle scelte di voto. Ma così è, oppure non votiamo più.
Caro La Russa, se i vicentini vogliono il paese dei balocchi, sono liberi di sceglierlo. Può spiegare loro che si trasformeranno in asini, ma non puoi impedire loro di decidere, né presupporre che non siano in grado di farlo. Altrimenti significa che stai diventando la brutta copia fascistoide dell’imitazione che ti fa Fiorello…