Il topolino e la politica

giugno 28, 2009

Quasi un anno fa scrivevo:

Ho una gran simpatia nei confronti di coloro che vogliono cambiare il Pd da dentro. Ovviamente è una battaglia in cui non credo, ma sono solidale con chi la combatte. Quello che però ho sempre imputato a questi qua è un certo paraculismo di fondo. L’incapacità totale di andare allo scontro, di contestare davvero chi si critica, di preparare e far prevalere un’alternativa radicale alla gestione che, giustamente, si considera debole e fallimentare.

Avevano appena fatto la loro prima assemblea nazionale, e invece di uccidere il padre avevano fatto a gara a farsi fotografare vicino a lui, pronti a farsi cooptare e non criticando neanche per un secondo la sua linea politica.
Poi si sono allargati. Sono andati a Piombino. Ieri hanno fatto la loro grande kermesse al Lingotto, e ora sono tutti lì su Friendfeed a darsi della gran pacche sulle spalle per come è riuscita bene l’organizzazione.

Ma, per l’ennesima volta, non hanno detto né fatto assolutamente niente. Anche tralasciando il ridicolo tentativo di far passare per alfieri del nuovo l’ex segretario nazionale della Fgci andropoviana Gianni Cuperlo, la pluriministra Giovanna Melandri e il funzionario di partito a vita sessantunenne Sergio Chiamparino, a colpire più di tutto è la totale assenza di politica. Il buon Civati ha fatto un lunghissimo e appassionato discorso sul bisogno assoluto che questo Pd ha di contenuti, ha proclamato “noi portiamo i contenuti” e poi, di questi tanto agognati contenuti, non è riuscito a citarne uno. Ha elencato “lavoro, formazione, casa, ambiente, laicità” senza però indicare una singola scelta. Perché di lavoro, formazione, casa, ambiente, laicità si occupa pure il Pdl, o no? E allora perché uno dovrebbe votare per il Pd?

Insomma, la montagna ha partorito l’ennesimo topolino: dopo essersi rifugiati sotto le gonne di Veltroni alle primarie, dopo essersi fatti cooptare in una direzione nazionale eletta da nessuno, dopo essersi fatti candidare con le liste bloccate alle politiche (ed essere pure trombati), dopo non aver osato mai sfidare la classe dirigente del proprio partito per 2 anni, ora non riescono a trovare un nome e una linea da schierare neanche al congresso di ottobre. Aspettano l’ennesimo notabile di mezza età, sia Franceschini o Chiamparino (Bersani no, per carità, che è un pericoloso comunista!), a cui allinearsi disciplinatamente in cambio di qualche poltroncina qua e là e di tante chiacchiere su Friendfeed.

Poi, improvvisamente, è arrivata la politica, con l’intervento di Debora Serracchiani, sulla cui figura prometto un posto nei prossimi giorni. La giovane quarantenne che è in Consiglio Provinciale da anni ma sembra sempre la ragazzina che passa di là per caso, ha chiesto:

Siamo d’accordo oppure no sull’articolo 18? Continuiamo a pensare che sia la soluzione o dobbiamo intervenire anche su quello. Pensiamo che sia utile fare un contratto unico di lavoro o continuare a distinguere i precari da quelli che hanno un rapporto di lavoro?

Una domanda che più tendenziosa non si può: certo che non voglio continuare a distinguere i precari da quelli che hanno un rapporto di lavoro stabile (se per precari si intendono i lavoratori dipendenti mascherati e non il lavoro autonomo di un libero professionista). Infatti vorrei un rapporto di lavoro stabile anche per chi ora è precario. Che c’entra l’articolo 18? L’articolo 18 è ciò che rende stabile il lavoro di chi ha un contratto a tempo indeterminato. Toglierlo vorrebbe dire sì smettere di distinguere, ma livellando tutto al ribasso, cioè rendendo tutti precari.

E infatti ha colto la palla al balzo Giovanna Melandri. La pluriministra, sì, il nuovo che avanza. Perché si può anche essere dei funzionari di partito a vita che hanno passato più tempo a palazzo Chigi che a casa propria negli ultimi 15 anni, ma se si cita Obama ogni due parole, allora si è giovani per sempre. Ha risposto:

Mi dispiace, l’articolo 18 è un vecchio arnese, mi prendo la responsabilità di dirlo da qua, noi non possiamo più pensare che ci sia una parte del lavoro protetto, e decine, centinaia, migliaia di giovani che non hanno assolutamente alcuna forma di protezione.

Ecco. Ora, non so come siate messi a memoria, ma queste sono esattamente le cose che Maroni, Sacconi, D’Amato, Berlusconi, ecc. ci dicevano nel 2002. Dicevano che difendere l’articolo 18 significava difendere i lavoratori a tempo indeterminato, e quindi danneggiare i precari. Il sottoscritto, precario, deve ancora trovare qualcuno in grado di spiegargli in che modo togliere l’articolo 18 al suo collega a tempo indeterminato lo aiuterebbe. Non esiste. È una linea puramente ideologica, strumentale, progandistica: siccome alcuni hanno dei diritti e altri no, togliamoli a tutti perché siamo tutti uguali. Io ti sto togliendo un diritto, ma per distrarti ti dico che tanto molti già non ce l’hanno, ed è un’ingiustizia. Una linea per niente nuova, tra l’altro: è stata scritta per anni nei documenti di Confindustria e di Forza Italia. Poi, dopo che qualche milione di italiani l’ha sconfitta, anche loro l’hanno cancellata: Montezemolo è stato eletto proprio per smetterla con la guerra sull’articolo 18, che gli industriali non potevano vincere. E Sacconi, da ministro, si è ben guardato dal riproporre quest’iniziativa.
Ma ciò che la destra butta via perché troppo estremista, i gggiovani raccolgono, perché nuovo. Nuovo nuovo. Nuovo come il mercato del lavoro italiano prima dello statuto del 1970. Libertà di licenziamento per tutti, altro che precarietà. Nuovissimo, proprio.

Insomma: sulla Grande Battaglia di Rinnovamento Interno, un topolino. Sulla politica, un copia e incolla dal programma del Pdl di qualche anno fa. Questo il bilancio del Lingotto.
Ora chiedo a Marco, che ormai per me è diventato l’emblema della brava persona intelligente di sinistra che continua a farsi illudere dal Pd e dalla possibilità di cambiarlo dall’interno: non ti sei stufato di farti rappresentare, quanto meno sui giornali, da questi quattro cialtroni incapaci e arrivisti che nessuno ha mai eletto? Non ne trovate di meglio? Non ti senti a disagio, a dover rimpiangere Fassino?


About Piddì

febbraio 22, 2009

Franceschini eletto nuovo segretario del PD. E forse non poteva che essere così. All’assemblea nazionale del PD, dove erano presenti 1200 persone su circa 3000 (non bello per un partito il cui unico aggettivo è democratico) Franceschini è stato eletto con 1000 voti. Poteva andare diversamente? Probabilmente no, visto che il più accreditato per il ruolo di segretario, Ovvero D’Alema travestito da Bersani, ha ben pensato di non candidarsi in quanto il risultato era incerto.

Ma del resto è sempre stato così: sia le primarie che hanno eletto Veltroni, sia quelle che hanno scelto Prodi non sono state delle primarie, nemmeno delle ratifiche delle scelte delle segreterie, sono state delle manifestazioni politiche. Un po’ come dei cortei: le prime hanno portato Prodi al governo, le seconde lo hanno fatto cadere.

L’elezioni di Franceschini era però dal mio punto di vista l’unica cosa che potesse venire fuori dall’assemblea del PD. Non credo che sia una scelta efficace però. Qui un’ottima spiegazione del perchè.

I veri sconfitti in tutto ciò sono imille : avevano lo spazio per provare qualcosa, era la loro occasione e non ce l’hanno fatta. Forse non ci sarebbero riusciti, ma se non ci provi è sicuro che non ci riesci. Poi bloggare può anche essere utile, ma evidentemente non basta.

Ora invece tutti i dirigenti sono contenti, visto che si è ritrovata l’unità. Il punto è che forse il PD dovrebbe avere meno unità per essere efficace, dovrebbe liberarsi di qualche parte per non rimanere schiacciato dall’immobilità. O da una parte o dall’altra, ma deve scegliere. Scegliere può significare  – ad esempio – perdere Rutelli. Già, ma forse si recupererebbe qualche elettore.

P.S. Noto con piacere che nei commenti del blog di Sofri, straordinariamente aperti, si discute  – finalmente – di cosa vuol dire riformista. Per intenderci: facciamo la riforma della sanità in direzione di una sanità pubblica o privata? Facciamo la riforma del lavoro in direzione degli interessi delle aziende o dei lavoratori? Così per fare due esempi. A me questa cosa del riformismo a tutti i costi mi sembra la solita fanfonata che fa pari con la questione dell’unità o del nuovo (ad esempio: anche Capezzone è un volto nuovo della poltica? E allora?). La logica del ma anche non sembra sconfitta  E intanto, come cantava Vasco, si invecchia e si invocano le riforme. Ed era il 1978.


Giusto per ricordare

agosto 3, 2008

Qui non se ne è parlato, ma credo che valga la pena ricordare l’indecente astenzione del PD sul caso Englaro.

Se Veltroni si comportasse almeno un minimo di come invece racconta, si sarebbe dimesso una ventina di volte.

E’ indifendibile: va a elezioni, le perde come mai si era visto prima. Spara la balla dell’autosuficienza e a trarne vantaggio è solo il partitino di Di Pietro. Viene preso in giro per mesi da Berlusconi sul dialogo. E si finisce col caso Englaro, e pensare che aveva scaricato la sinistra per evitare che ci fossero posizioni diverse sui singoli temi.

Credo che tutti coloro che fanno riferimento all’area de Imille, non possano più semplicemente lamentarsi, ma debbano chiedere le dimissioni di Veltroni, se tengono al loro partito.


E non più mille

luglio 12, 2008

Ho una gran simpatia nei confronti di coloro che vogliono cambiare il Pd da dentro. Ovviamente è una battaglia in cui non credo, ma sono solidale con chi la combatte. Quello che però ho sempre imputato a questi qua è un certo paraculismo di fondo. L’incapacità totale di andare allo scontro, di contestare davvero chi si critica, di preparare e far prevalere un’alternativa radicale alla gestione che, giustamente, si considera debole e fallimentare.

Ne discutevo un po’ di tempo fa con Dedalus, che ora mi scuserà se per l’ennesima volta cedo al fastidiosissimo l’avevo-detto-io.

Si sta svolgendo in questi giorni a Roma l’assemblea de iMille, dal titolo “Idee per un’Italia senza perpetui. Superare il passato per liberare il futuro: la necessità di uccidere il padre”. Proposito ambizioso. Da quest’assemblea, quindi, uno si aspetterebbe una critica documentata e impietosa di tutto ciò che non ha funzionato nel progetto Pd. Un attacco frontale, benché rispettoso, all’attuale gruppo dirigente. La proposta di una linea alternativa, di un gruppo dirigente alternativo e di un piano per dare battaglia alla luce del sole.

Siamo al primo giorno, sto seguendo l’andamento dei lavori via Internet, e niente di tutto questo si è visto. La relazione del portavoce è degna di una riunione di corrente della Dc anni ’80, per la capacità di non infastidire nessuno. Luca Sofri, cooptato da Veltroni all’interno della direzione nazionale del Pd proprio a rappresentare le istanze del gruppo (alla faccia della democrazia e della meritocrazia, è il capo dall’alto a scegliere il critico che più gli aggrada), neanche si è presentato. E chi ci è andato racconta cose molto poco onorevoli: il valoroso blogger laico contestatore non trova di meglio che esibire la foto con il capo. Tra il pubblico facevano bella mostra di sé l’ex segretario nazionale della Fgci andropoviana Gianni Cuperlo e la pluriministra Giovanna Melandri. L’idea diffusa è che più che ad uccidere il padre si badasse a farsi notare dal padre per avere uno strapuntino da futura Marianna Madia, come racconta Generazione Blog. Adinolfi (di cui, benché le sue idee siano lontanissime dalle mie, ho sempre apprezzato il coraggio di metterci la faccia e dare battaglia a viso aperto) non è più gentile nel riferire cos’è successo quando è arrivato il padre che si sarebbe dovuto uccidere.

Non voglio essere maligno, proprio perché conosco e apprezzo la buona fede di molti. Ma è proprio lo sfruttamento che viene fatto di questa buona fede e di queste ottime energie a infastidirmi. Personalmente, considererò questa una battaglia politica degna (non giusta, quello è opinabile, mi basta degna) quando vedrò delle persone schierarsi apertamente dietro a una proposta ed essere conseguenti nei propri atti alle idee che sbandierano. Avrei apprezzato se si fossero candidati alle primarie con una propria lista, non in quella di Veltroni insieme alla Binetti, tanto per dire un nome a caso. Avrei apprezzato se Luca Sofri avesse detto: no, grazie, Walter, io non mi faccio nominare dall’alto in un organismo che non rappresenta nessuno, voglio che queste scelte siano fatte democraticamente dal nostro popolo, non da te. Apprezzerei, ora, se da quest’assemblea uscisse una mozione di sfiducia al gruppo dirigente da presentare a un qualsiasi organo democratico.

Altrimenti saranno solo chiacchiere.