La lieta novella rimbalza di tornante in tornante

febbraio 14, 2009

Dicono che tutti gli americani sanno dov’erano e cosa stavano facendo quando ammazzarono Kennedy o l’11 settembre del 2001. Dicono che agli italiani della generazione dei miei genitori succeda lo stesso con il rapimento e con la morte di Moro.
Non so che notizia resterà indelebile nella memoria di chi è nato negli anni ’80. So però che mi ricordo esattamente dov’ero la sera del 14 febbraio del 2004, 5 anni fa. Ero qui, sulla curva dopo il ponte di legno di Bella Venezia, frazione di Castelfranco Veneto. Era sabato sera, ero in giro coi miei amici e guidavo verso nord. Mi arrivò un sms da mia madre, tutto in maiuscolo (perché lei era nata ben prima degli anni ’80): “E’ MORTO PANTANI”.
Ci fermammo sulla curva di quella strada stretta, lungo il torrente Avenale. In silenzio. Per un bel po’. Ogni volta che ripasso per quella curva ci penso.
La faccio finita qua, perché il sentimentalismo del tifoso è una delle cose più ridicole che esistano. Marco Pantani era una persona come tante, ha fatto un sacco di stronzate, e le ha pagate, nel modo peggiore. E poi il ciclismo porta alla retorica, l’abbiamo già detto.
Ma un giorno all’anno si può anche sbracare. Avevo 11 anni quando camminavo per Treviso col mio grosso walkman Aiwa nero e le cuffie col semicerchio di ferro per ascoltare l’ultima tappa di salita del Giro, quella con il Colle dell’Agnello e Pantani che scatta troppo presto, finisce solo col vento contrario tra i già pochi capelli e il venduto Argentin gregario di Berzin lo va a prendere. Ne avevo 15 quando facevo aspettare tutta la mia squadriglia scout presentandomi in ritardo di quasi due ore alla riunione perché Pantani stava salendo verso Montecampione in maglia rosa e Tonkov non voleva cedere. Ne avevo 16, e avevo addosso una maglietta con la sua faccia e la scritta “Vai Pirata”, quando mio padre mi venne incontro al ritorno da scuola per darmi la notizia, quel giorno lì di cui già si è parlato.
È nota la capacità della bicicletta, e della salita in particolare, di donare grazia, eleganza e bellezza agli esemplari più brutti e scalcagnati del genere umano. Pantani non faceva eccezione: come scriveva Gianni Mura, era un mostro preistorico, un fossile, un mostruoso pterodattilo inadatto ai tempi moderni e alla compagnia dei suoi simili, che solo una volta raggiunta la completa solitudine, su per una montagna, poteva spiegare le ali e mostrare al mondo la propria perfezione. Mezzo mondo lo guardava incantato arrivare in cima così, splendido, e poi tornare a inciampare, cadere, andare contro un suv, investire un gatto in discesa, fare tardi in discoteca, essere mollato dalla morosa, strafarsi di coca, ogni volta che tornava fra noi mortali, nella nostra pianura.
Per tutto questo, e molto altro, devo qualcosa a Marco Pantani. E gli dedico la cronaca della sua ultima grande impresa, un anno dopo Madonna di Campiglio. Quando fu il primo corridore (e, ad oggi, l’ultimo) a staccare in salita Lance Armstrong.

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Piove sul bagnato

luglio 17, 2008

Riccardo Riccò è stato trovato positivo all’Epo.
Non andremo a Pratonevoso, questo mi sembra chiaro.
Ma non stiamo male. Non siamo delusi. Non ci fa più nessun effetto.
Non piangiamo la fine di un campioncino, non rimpiangiamo il ciclismo eroico, non ci stracceremo le vesti invocando la pulizia in un ambiente che è sporco e tale resta. Ripeto: non ci fa più nessun effetto.
Non ci fa più nessun effetto più o meno da quel giorno lì.