Vendola ha perso (purtroppo)

gennaio 26, 2010

Sono molto contento del risultato delle primarie in Puglia. Nonostante la mia nota antipatia per Nicola Vendola detto Nichi, risalente a ben prima dellla scissione di Rifondazione e dovuta soprattutto alla mia assoluta intolleranza nei confronti di chi nasconde la politica, le idee e la chiarezza delle argomentazioni dietro uno spesso strato di suggestioni linguistiche ambigue e fumose, ritengo che  l’operazione tentata contro di lui dal Pd fosse ingiusta, insensata e tendenzialmente suicida. Leggi il seguito di questo post »

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Penitenziagite!

luglio 26, 2009

L’educazione cattolica e la tendenza al ribellismo hanno provocato, nel sottoscritto, un’antica passione per le miriadi di movimenti eretici di cui è piena la nostra storia. Del resto se l’Europea per secoli è stata intrisa di cristianesimo in ogni sua espressione, se la grande letteratura ci ha parlato di inferni e paradisi e la grande arte ha raffigurato santi e madonne, è del tutto normale che anche le rivolte di quei secoli siano nate e cresciute in ambito cristiano. Ma tra tutti i personaggi di quelle storie, dal Coniatore a Jan Hus, nessuno ha mai colpito la mia immaginazione quanto fra’ Dolcino, con la sua bellissima e diabolica Margherita, i suoi inni all’amore libero e alla lotta di classe, il suo essere hippie e materialista dialettico con svariati secoli di anticipo.
Sarà stata colpa di Eco senza dubbio, ma, per dire, quando, ere geologiche fa, il sottoscritto e il suo degno compare di ciaccole post-Social Forum progettavano di occupare la vecchia filanda della città per trasformarla nel centro sociale che avrebbero voluto (con l’hard rock in prima serata e la paccottiglia disobba il lunedì mattina, “tanto non si sveglieranno mai in tempo”), non ci fu alcuna discussione sul nome da dare al futuro covo di sovversivi: il Dolciniano.

È per questo che, sicuro del l’appoggio del mio socio, dichiaro che Malingut sostiene ufficialmente questa petizione e si associa al commento lasciato da Paolo Ferrero:

giusta la lapide per un uomo retto, credente e rivoluzionario


Il topolino e la politica

giugno 28, 2009

Quasi un anno fa scrivevo:

Ho una gran simpatia nei confronti di coloro che vogliono cambiare il Pd da dentro. Ovviamente è una battaglia in cui non credo, ma sono solidale con chi la combatte. Quello che però ho sempre imputato a questi qua è un certo paraculismo di fondo. L’incapacità totale di andare allo scontro, di contestare davvero chi si critica, di preparare e far prevalere un’alternativa radicale alla gestione che, giustamente, si considera debole e fallimentare.

Avevano appena fatto la loro prima assemblea nazionale, e invece di uccidere il padre avevano fatto a gara a farsi fotografare vicino a lui, pronti a farsi cooptare e non criticando neanche per un secondo la sua linea politica.
Poi si sono allargati. Sono andati a Piombino. Ieri hanno fatto la loro grande kermesse al Lingotto, e ora sono tutti lì su Friendfeed a darsi della gran pacche sulle spalle per come è riuscita bene l’organizzazione.

Ma, per l’ennesima volta, non hanno detto né fatto assolutamente niente. Anche tralasciando il ridicolo tentativo di far passare per alfieri del nuovo l’ex segretario nazionale della Fgci andropoviana Gianni Cuperlo, la pluriministra Giovanna Melandri e il funzionario di partito a vita sessantunenne Sergio Chiamparino, a colpire più di tutto è la totale assenza di politica. Il buon Civati ha fatto un lunghissimo e appassionato discorso sul bisogno assoluto che questo Pd ha di contenuti, ha proclamato “noi portiamo i contenuti” e poi, di questi tanto agognati contenuti, non è riuscito a citarne uno. Ha elencato “lavoro, formazione, casa, ambiente, laicità” senza però indicare una singola scelta. Perché di lavoro, formazione, casa, ambiente, laicità si occupa pure il Pdl, o no? E allora perché uno dovrebbe votare per il Pd?

Insomma, la montagna ha partorito l’ennesimo topolino: dopo essersi rifugiati sotto le gonne di Veltroni alle primarie, dopo essersi fatti cooptare in una direzione nazionale eletta da nessuno, dopo essersi fatti candidare con le liste bloccate alle politiche (ed essere pure trombati), dopo non aver osato mai sfidare la classe dirigente del proprio partito per 2 anni, ora non riescono a trovare un nome e una linea da schierare neanche al congresso di ottobre. Aspettano l’ennesimo notabile di mezza età, sia Franceschini o Chiamparino (Bersani no, per carità, che è un pericoloso comunista!), a cui allinearsi disciplinatamente in cambio di qualche poltroncina qua e là e di tante chiacchiere su Friendfeed.

Poi, improvvisamente, è arrivata la politica, con l’intervento di Debora Serracchiani, sulla cui figura prometto un posto nei prossimi giorni. La giovane quarantenne che è in Consiglio Provinciale da anni ma sembra sempre la ragazzina che passa di là per caso, ha chiesto:

Siamo d’accordo oppure no sull’articolo 18? Continuiamo a pensare che sia la soluzione o dobbiamo intervenire anche su quello. Pensiamo che sia utile fare un contratto unico di lavoro o continuare a distinguere i precari da quelli che hanno un rapporto di lavoro?

Una domanda che più tendenziosa non si può: certo che non voglio continuare a distinguere i precari da quelli che hanno un rapporto di lavoro stabile (se per precari si intendono i lavoratori dipendenti mascherati e non il lavoro autonomo di un libero professionista). Infatti vorrei un rapporto di lavoro stabile anche per chi ora è precario. Che c’entra l’articolo 18? L’articolo 18 è ciò che rende stabile il lavoro di chi ha un contratto a tempo indeterminato. Toglierlo vorrebbe dire sì smettere di distinguere, ma livellando tutto al ribasso, cioè rendendo tutti precari.

E infatti ha colto la palla al balzo Giovanna Melandri. La pluriministra, sì, il nuovo che avanza. Perché si può anche essere dei funzionari di partito a vita che hanno passato più tempo a palazzo Chigi che a casa propria negli ultimi 15 anni, ma se si cita Obama ogni due parole, allora si è giovani per sempre. Ha risposto:

Mi dispiace, l’articolo 18 è un vecchio arnese, mi prendo la responsabilità di dirlo da qua, noi non possiamo più pensare che ci sia una parte del lavoro protetto, e decine, centinaia, migliaia di giovani che non hanno assolutamente alcuna forma di protezione.

Ecco. Ora, non so come siate messi a memoria, ma queste sono esattamente le cose che Maroni, Sacconi, D’Amato, Berlusconi, ecc. ci dicevano nel 2002. Dicevano che difendere l’articolo 18 significava difendere i lavoratori a tempo indeterminato, e quindi danneggiare i precari. Il sottoscritto, precario, deve ancora trovare qualcuno in grado di spiegargli in che modo togliere l’articolo 18 al suo collega a tempo indeterminato lo aiuterebbe. Non esiste. È una linea puramente ideologica, strumentale, progandistica: siccome alcuni hanno dei diritti e altri no, togliamoli a tutti perché siamo tutti uguali. Io ti sto togliendo un diritto, ma per distrarti ti dico che tanto molti già non ce l’hanno, ed è un’ingiustizia. Una linea per niente nuova, tra l’altro: è stata scritta per anni nei documenti di Confindustria e di Forza Italia. Poi, dopo che qualche milione di italiani l’ha sconfitta, anche loro l’hanno cancellata: Montezemolo è stato eletto proprio per smetterla con la guerra sull’articolo 18, che gli industriali non potevano vincere. E Sacconi, da ministro, si è ben guardato dal riproporre quest’iniziativa.
Ma ciò che la destra butta via perché troppo estremista, i gggiovani raccolgono, perché nuovo. Nuovo nuovo. Nuovo come il mercato del lavoro italiano prima dello statuto del 1970. Libertà di licenziamento per tutti, altro che precarietà. Nuovissimo, proprio.

Insomma: sulla Grande Battaglia di Rinnovamento Interno, un topolino. Sulla politica, un copia e incolla dal programma del Pdl di qualche anno fa. Questo il bilancio del Lingotto.
Ora chiedo a Marco, che ormai per me è diventato l’emblema della brava persona intelligente di sinistra che continua a farsi illudere dal Pd e dalla possibilità di cambiarlo dall’interno: non ti sei stufato di farti rappresentare, quanto meno sui giornali, da questi quattro cialtroni incapaci e arrivisti che nessuno ha mai eletto? Non ne trovate di meglio? Non ti senti a disagio, a dover rimpiangere Fassino?


Qualunque cosa fai…

giugno 10, 2009

… ti tirano le pietre, cantava Antoine.

Ecco la canzone è molto attuale e in particolare sembra adattarsi molto all’ultimo anno di storia della sinistra, quella più a sinistra del PD, per intendersi.

Mi è capitato in questi giorni di sentire in molti lamentarsi “Hanno preso il 3,1 più il 3,4 se andavano insieme prendevano il 6 e passavano. E invece al solito si sono divisi.”

Ecco, no. La cosidetta sinistra radicale ha migliaia di colpe. Chiarisco: io personalmente preferisco un soggetto piuttosto che  l’altro. Secono me uno ha fatto delle scelte buone, l’altro meno buone, ma rispettabili. Entrambi hanno fatto degli errori. Ma non quello di andare separati. O meglio: non possono essere accusati di aver fatto una fusione a freddo con la Sinistra arcobaleno (cosa di cui abbiamo discusso a lungo in passato), cosa non piaciuta agli elettori, e dopo essere accusati del contrario.

A ognuno le sue colpe, e questa non è una colpa. Perchè, anche se in molti lo credono, non si fa politica con l’aritemetica, o solo con l’artimetica.

Le colpe sono altre e su quelle bisognerebbe riflettere, non tirare pietre a destra e manca.


Chicco ha/ una cicatrice sulla faccia sta/ con suo fratello che si fa chiamare Spillo e sanno

febbraio 17, 2009

Sembra che Veltroni si sia dimesso sul serio. Repubblica finge di non avere il coccodrillo pronto per sviare i sospetti.

C’è poco da dire. Per l’ennesima volta, quando la nave affonda, il capitano cerca una scialuppa di salvataggio. Gli auguro di non trovarla. Preferirei che ad aspettarlo fuori di casa fossero i millemila migliaia di milioni di elettori di sinistra che lo elessero perché gliel’avevano detto D’Alema e De Benedetti, ma anche perché credevano che fosse un leader politico, e non un bambino che quando gli rompono il giocattolo nuovo si mette a piangere e scappa via.

Sono contento di non essere stato tra loro.


Considerazioni sarde

febbraio 17, 2009

Prima Cicchito, poi Gasparri hanno detto, con i proprio modi, che, alla luce dei risultati delle elezioni sarde Soru ha sbagliato ad attaccara il premier. In particolare Cicchitto afferma che:

“Soru aveva condotto una campagna elettorale tutta contro Berlusconi cercando di prendere due piccioni con una fava: ridiventare presidente della Regione e mettere un’ipoteca sulla leadership nazionale della sinistra, viste le difficolta’ di Veltroni […]. Non sembra che gli elettori abbiano condiviso questo attacco.

Forse io e Cicchito guardiamo dati diversi, ma se i dati in questione sono questi, allora è proprio il contrario di quello che dice Cicchitto. Soru, come persona, prende più del 4% rispetto ai partiti. Il dato del PD, il partito di Soru, è poi notevole: meno 11% rispetto alle politiche di 10 mesi fa. Come non leggere questo dato in un’unica direzione? Soru è stato premiato perchè rappresentava l’idea di un partito che conduce un’opposizione forte a Berlusconi, che non cerca accordi, mentre il partito è stato castigato per mille motivi, tra cui quello di voler fare un’opposizione all’acqua di rose.

In complesso male, malissimo per il centrosinsitra. La possibilità del voto disgiunto ha poi fatto si che l’Italia dei Valori sia cresciuta, ma senza boom (+1,2 rispetto all politiche), dimostrando come i voti di Di Pietro siano semplicemente proveniente dai delusi del PD. Rifondazione e PDCI crescono un po’, ma quando poi leggo l’interpretazione di Licandro (PDCI) rabbrividisco:

“Il dato del Pdci, che insieme a quello di Rifondazione, surclassa il dato complessivo dell’Arcobaleno, a dimostrazione del fatto che a sinistra una prospettiva c’è: l’unità dei comunisti”

Poichè in questa dichiarazione non c’è nussun legame fra premesse e conclusione, mi chiedo: ma quando è che si smetterà di interpretare il voto a proprio uso e consumo? Eppure l’errore del PD, di voler interpretra a tutti i costi il risultato di aprile come un successo, avrebbe dovuto insegnare.

La Sinistra, alla prima uscite elettorale non sfigura (considerando che gran parte dei vendoliani in Sardegna non sono – per ora-  usciti da Rifondazione). Di certo l’1,5% non può essere un risultato di pregio.

Questo per ora, nel frattempo che arrivi un Fioroni di turno a dire che con l’UDC si avrebbe vinto. Che è un po’ trattare gli elettori come quel gioco a cui si giocava da bambini con le forme a stella, quadrato e cerchio da inserire nei relativi buchi. Pensare la politica come un gioco di incastri, di somme da scuole elementari (4 bottoni più 4 bottoni).

Un’ultima considerazione sulla Sardegna: dal punto di vista ambientale è per me davvero brutto vedere come Cappellacci sia riuscito a trionfare in molti comuni sulle coste. Eppure il divieto di costruire a 2 km dal mare avrebbe dovuto essere una tutela per quei stupendi paesaggi che portano il turismo in Sardegna. Probabilmente invece il pensiero dominante è ancora quello di cementificare, costruire. Ma questo prima o poi si ritorcerà contro, e quei stupendi paesaggi rimaranno solo cartolina, devastati dal punto di vista territoriale, dell’inquinamento atmosferico e marittimo. E il turismo sparirà.

PS. Arriva ora la notizia che Mills è stato condannato per aver testimoniato il falso in due processi a Berlusconi. In un altro paese l’opposizione chiederebbe le dimissioni del premier. Ma qui con che coraggio, con che credibilità lo si farebbe?

PPS. Favoloso Spinoza di oggi. A partire dal titolo.


Però non siate preoccupati

gennaio 31, 2009

Ci sono momenti gravi. O, peggio, seri. Ci sono momenti in cui ci si chiede se sia più nobile sopportare le percosse e le ingiurie di una sorte atroce, oppure prendere le armi contro un mare di guai e, combattendo, annientarli.
Ci sono momenti in cui il nemico ti pare troppo grosso, troppo potente, troppo vicino, e soprattutto troppo oltre ogni livello di disonestà e scorrettezza si potesse immaginare.
Ci sono momenti in cui si vorrebbe mollare tutto, lasciarsi andare, arrendersi, aspettare le provinciali dell’anno prossimo, oppure ricorrere a qualsiasi bassezza (tradire un amico, vendere la propria madre, allearsi con Achille Occhetto e Ugo Intini).
In quei momenti, è bene rifarsi ai Maestri. Siamo nani sulle spalle di giganti, siamo figli che si perdono senza un padre a tenerli per mano, siamo dei pesci rossi in mezzo all’oceano, e abbiamo bisogno di un’antica corrente calda che ci indichi la rotta. Un Maestro.

Ecco, di fronte al vergognoso tentativo di quel mezzo ominicchio di Walter Veltroni, e di quei quattro poveracci senza vergogna che ancora hanno il coraggio di difenderne l’esistenza politica, di cancellare per legge la sinistra per annettersi manu militari quei consensi che con la politica sanno di non essere in grado di conquistare, io resto sereno. Niente barricate, niente disfattismi, niente accozzaglie impresentabili pur di accaparrarsi qualche poltrona, senza neanche sapere da che parte del meraviglioso emiciclo nuovo fiammante di Strasburgo si andrebbero a sedere i loro occupanti.

Restiamo calmi. Respiriamo profondamente. Rivogliamoci a un Maestro.


Ecco, Walter: prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr.
Non ci costringerai a fare il minestrone decaiffenato che piacerebbe a te. Il gioco è chiaro: siamo in emergenza, in uno stato di eccezione, e dovremmo ricorrere ad estremi rimedi. Far cadere tutte le amministrazioni locali, in modo da mostrare che ci mobilitiamo solo per le questioni elettorali. Oppure fare come te, un bell’ingrumone di ratatuie varie ed eventuali, in cui ogni colore e sapore si confonde in un unico odore di cibo da ospedale (scusa Simone). No, grazie. Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione, e il sovrano, in casa nostra, non sei tu. Alle europee ci saremo, e daremo battaglia. E magari passeremo pure lo sbarramento, alla faccia tua. Oppure no, e ci riproveremo la prossima volta. Perché noi ci saremo ancora, la prossima volta. Sei tu che, dopo il 7 giugno, te ne andrai a pescare le trote, golpe o non golpe.

Non ti rimpiangeremo.