“Sciacalli”, scrisse Montanelli (delle vittime)

Il 9 ottobre 1963 è una stupenda giornata di sole. Di questa stagione la montagna è splendida, rifulge di caldi colori autunnali. La gente di Casso va e viene ancora dal Toc, portando via dalle case e dagli stavoli più cose possibili. Ma altra gente non vuole abbandonare le case e i beni, malgrado l’avviso fatto affiggere dal Comune, pressato dalle richieste provenienti dal cantiere. (…) viene la sera e la gente, adesso, è tutta nel bar a vedere la televisione.
Sono ancora pochissimi i televisori privati, e in eurovisione c’è la partita di calcio Real Madrid-Rangers di Glasgow. Due squadre molto forti, una partita da non perdere. E infatti molta gente è scesa dalle frazioni a Longarone, e anche da altri paesi nella valle, per godersi lo spettacolo nei bar. La gente si diverte, discute, scommette sulla squadra vincente. Sono le 22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. ll Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di S. Martino e Spesse. La storia del “grande Vajont”, durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime.

Questo brano è tratto da Vajont 1963. La costruzione di una catastrofe di Tina Merlin, coraggiosa corrispondente dell’Unità dalla provincia di Belluno all’epoca, e unica giornalista a denunciare quello che stava succedendo.
Da quella famosa serata dell’autunno 1997, quando Marco Paolini ha raccontato questa storia in prima serata su Raidue, si è ricominciato a parlare un po’ di Vajont. Eppure ancora troppo poco, e male. A me, da piccolo, raccontavano sempre del Piave ingrossato di acqua e sangue, e della gente che sul Ponte della Priula (vicino a Treviso), ancora fermava con le pertiche i corpi trascinati dal fiume.

Consiglio a tutti, se si trovano a passare per il Veneto, di farci un salto. Quando andavo in montagna coi miei ci passavo sempre, andata e ritorno, e mi trovavo ad alzare gli occhi dal libro e appiccicare la faccia al finestrino, in attesa che fra le rocce apparisse quella lastra grigia, quell’enorme toppa a chiudere una ferita nella montagna.
Andate su. Fai quella stradina a tornanti, passi sotto la galleria semiaperta, e sei dentro. A destra hai una valle strana, con alberi giovani e terra chiara, molto diversa da tutte le altre valli dolomitiche. Sembra più un cantiere, una cava riempita. Chiusa da una parte da quella lastra grigia, con l’orlo mangiato dall’onda.
Poi puoi andare sull’altro lato della valle, fare la stradina stretta e buia che ti porta ai prati sul versante nord del Toc, dove la frana è antica e ha fatto a tempo a crescerci vegetazione. O, su questo lato, proseguire fino a Erto, tentativo di paese non ancora del tutto abortito.
Casso invece è un grumo di case su per il monte, quasi completamente disabitato, con un solo bar e nient’altro. Sembrerebbe uno dei tanti paesi abbandonati da una generazione per cercare un lavoro o semplicemente un po’ di sole (qui sorge sempre più tardi), se non fosse per quelle crepe sui muri, per quell’aria da superstite. Se poi prendi il sentierino che va su al cimitero, una specie di via crucis, e quando arrivi in cima guardi dall’altra parte della valle, vedi quella lunga M sulla montagna di fronte, il fronte della frana. Fa impressione, sul serio. È lì che capisci che quella valle è piena di montagna. E guardi giù Longarone, che si intravede, nella valle grande, quella del Piave, e pensi al salto che ha fatto quell’acqua, alla forza con cui ha sbattuto fino in fondo alla pianura.
Insomma, consiglio a tutti di farlo, un laico pellegrinaggio sul Vajont. Si vede con i propri occhi la faccia dell’Enel modernizzatrice, del progresso corrotto che serve solo a chi fabbrica cemento, delle grandi opere che si fanno in funzione degli appalti e non viceversa. È un antidoto alla fascinazione virile per le costruzioni e per i marchingegni, la gita al Vajont. In fondo a ogni maschietto c’è un ingegnere mancato, che ha passato l’infanzia sui Lego, l’adolescenza su motori o computer e che ora vorrebbe continuare a costruire, farsi affascinare dal di più, più alto, più grande, più forte, più veloce, ponte sullo Stretto, antenne, elettrodotti, Tav. “I bambini sono tutti futuristi”, dice lo stesso Paolini in un altro spettacolo, Il milione. Per crescere un po’, fate un giro sul Vajont.

4 risposte a “Sciacalli”, scrisse Montanelli (delle vittime)

  1. cometaperiodica scrive:

    O.T. Quel 9 ottobre 1963 nasceva mia madre…auguri

  2. stefano scrive:

    A giugno mi sono trovato a Longarone per una riunione.
    Prima di tornare indietro ho deciso di prendermi un’oretta di tempo, salire con la macchina alla diga, parcheggiare e passeggiare un pò in quella valle ‘piena di montagna’ come l’hai chiamata.
    Fa sempre bene fermarsi un pò in quel posto e pensare, e ogni volta impressionarsi; così come fa bene ascoltare i ricordi di chi ha partecipato allo strazio del pettine di pertiche per fermare i corpi al Ponte della Priula.
    Le sensazioni sono quelle che descrivi, bene, tu.
    Brividi.

  3. masaccio scrive:

    Mi sono dimenticato di scrivere un numero: i morti furono 2000. Duemila. Poco meno che quelli dell’11 settembre 2001, poco più (probabilmente) di quelli nelle foibe.
    Eppure non c’è un giorno del ricordo, una fiction televisiva o un periodico dibattito pubblico. L’Enel non si contesta, le vittime del cemento non vanno ricordate, sono montanari di cui non importa niente a nessuno, effetti collaterali del magico progresso.

  4. Ponterosso scrive:

    Buongiorno,
    abbiamo ripreso a ricordare e diffondere i fatti del Vajont e le incredibili peripezie dei sopravissuti, con lo scandalo dei soldi pubblici stanziati per la ricostruzione, finiti in mani diverse a finanziare “il miracolo del Nord-est”. Invitiamo tutti coloro che sono sensibili a questa tragedia nazionale a voler partecipare ad una mobilitazione per tornare a informare attraverso la rete sui motivi di quella tragedia del 1963, su cui lo Stato italiano ancora non ha pronunciato ufficialmente una parola di scusa per il trattamento riservato alle popolazioni colpite.
    Invitiamo quindi tutti quelli che ne hanno già parlato a voler riprendere a parlarne in rete, collegandosi a quanto sta succedendo ancora oggi in quella regione.

    Grazie!
    Bruno Strozzi
    per http://www.ponterossonews.wordpress.com

    ponterosso@ponterosso.ch

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