Democrazia

maggio 28, 2009

35 anni fa, in Italia, stato e fascisti bombardavano le manifestazioni.
Così, giusto per quelli della “pacificazione” e del rimpianto della Dc.


Comunicato numero 18/ lasciamo stare quel che è fatto è fatto

gennaio 20, 2009

Come ben raccontato dall’ottimo Sandro Gilioli, questa ignobile gazzarra montata da Corriere e Giornale sulla pensione di Renato Curcio non ha alcuna parentela con la realtà.

L’accanimento della stampa conservatrice contro i reduci del terrorismo rosso sarebbe un caso di studio piuttosto interessante, perché spiega bene alcuni dei meccanismi del giornalismo contemporaneo.
Il ruolo delle vittime, innanzitutto, unici testimoni legittimi del passato perché portatori di un punto di vista superiore e imparagonabile a quello di chiunque altro, a causa del trauma subito. Ma anche la scelta di obiettivi facili, comodi, gente che è in galera da 30 anni e che nessuno, all’interno del dibattito politico, può permettersi di difendere senza passare per complice. E così si approfitta del dolore delle vittime e della grama esistenza dei prigionieri per ricostruire un’immagine del passato perversa, in cui quei prigionieri sono il simbolo di un’intera epoca, gli anni ’70, e di un’intera prospettiva politica, quella di una radicale trasformazione della società in senso egualitario. Dal divieto di far parlare Morucci alla Sapienza alla sparata di Alemanno sui 300 criminali che tengono in ostaggio l’università quanto è passato? Una cosa prepara l’altra. Si punta il dito sui dissenzienti criminali per criminalizzare il dissenso. Gli anni ’70 sono Curcio, dice Il Corriere, voler cambiare le cose è essere Curcio, insiste Il Giornale, e Curcio è un pazzo avido che vuole che lo stato lo mantenga, ripete il coro.
Che non sia vero, è un dettaglio. Che per un’operazione politica si sacrifichi la dignità di un uomo come Curcio, uno che non ha mai ammazzato nessuno ma non ha mai cercato sconti di pena, perché si riteneva un soldato in guerra e sapeva di aver perso, può importare a pochi.
Ma che questa operazione politica miri a ricostruire la memoria nazionale, criminalizzando ogni tentativo di progresso della nostra Repubblica e santificando il regime clerico-mafioso che la soffoca da 60 anni, dovrebbe preoccupare.
Ci stanno cambiando la memoria, e noi neanche ce ne accorgiamo.


Ma in fondo anche la ruota è un’invenzione dell’egemonia culturale comunista…

settembre 1, 2008

La notizia è di qualche giorno fa, ma la riprendo perché bisogna parlarne. L’amministrazione di centrodestra del Comune di Comiso (Ragusa) ha deciso di cambiare il nome dell’aeroporto, sostituendo Pio La Torre con Vincenzo Magliocco. Un comunista, pacifista, vittima della mafia non sta bene. Molto meglio un generale  dell’imperialismo fascista, eroicamente morto mentre portava la civiltà a Faccetta nera a forza di gas.

E ora c’è la polemica, Veltroni serenamente e pacatamente attacca, il sindaco si difende citando un sondaggio (sic). Ma chissenefrega. Qui il punto è un altro: si vanno man mano cancellando pezzi della storia nazionale. Non sto qui a farvi le mie pippe sulla memoria collettiva ecc., ma sta di fatto che siamo di fronte a una regressione culturale senza precedenti. Il caso dei servizi sociali di Catania che affidavano un figlio al padre perché la madre gli permetteva di essere iscritto a un gruppo estremista come Rifondazione Comunista era solo un segnale. L’operazione mediatica sui legami con le Farc (a cui dedicherò un post appena ho tempo) è sulla stessa linea. La caccia alle streghe è già aperta da un pezzo: ogni aspetto della storia di questo paese vagamente collegato con una cultura critica e conflittuale va rimosso.

Con Pio La Torre non si sta rimuovendo solo un modello di lotta alla mafia che si basa sì, giustamente, sulla repressione poliziesca, ma anche sull’azione politica, sulla denuncia delle collusioni, sulla ribellione a un sistema criminale che è anche e soprattutto un sistema di potere economico e sociale. Si sta rimuovendo anche il ricordo di una lotta, quella contro gli euromissili, che è l’atto ufficiale di nascita del pacifismo in Italia così come lo conosciamo oggi. Un pacifismo trasversale ma non ignavo, intransigente ma anche intelligente nel riconoscere nell’imperialismo il suo principale nemico.

Tutto questo non è mai esistito. La mafia è sempre stata silente e pacifica. Nessuno si è mai opposto al fatto che l’amico americano si armasse a casa nostra per difenderci. E così via, sempre più indietro. Sono cresciuto in un’Italia (quella degli anni ’90 pacificati e moderati, mica gli anni ’70) in cui la lotta alla mafia e il rifiuto della guerra si insegnavano a scuola, erano senso comune. In cui comparivano ovunque i cartelli “Comune denuclearizzato”. Nel giro di pochissimi anni il senso comune ha subito uno slittamente a destra e un arretramento spropositati. Ne scriveva qualche giorno fa Ale parlando di Resistenza. Dobbiamo prendere atto della condizione di minorità culturale, dal punto di vista proprio delle infrastrutture, dei mezzi materiali della produzione culturale, in cui il mondo democratico e progressista in senso lato si trova oggi in Italia. E ripartire da qui. Come si crea il senso comune?


Vi ricordate

aprile 18, 2008

Oggi è il 18 aprile. 60 anni fa, la più grande sconfitta della storia della sinistra italiana.

Prima di questa.