Greenpeace e greenworkers

luglio 19, 2009

Rispetto alle proteste operaie nei confronti di Greenpeace di qualche giorno fa, l’associazione ambientalista fa sapere che le cose sono andate in maniera un po’ diversa da quanto scritto sui giornali, e anzi gli operai sono stati in maggioranza al loro fianco.

Meglio così.


Problemi di miopia

luglio 8, 2009


Al G8 si parla di ambiente, ma non si prendono decisioni storiche perchè Cina e India sotengono che ora tocca a loro inquinare.

A poco è servita la protesta di Greenpeace, che ha occupato 4 centrali a carbone sparse sul territorio italiano.
Ciò che però mi induce a qualche riflessione è la protesta seguente degli operai delle centrali, come reazione al blitz dell’associazione ambientalista.

Ecco, a quegli operai vorrei dire un paio di cose.
Prima di tutto: si risaparmino lo slogan “andate a lavorare”. Non tanto perchè i ragazzi di Greenpeace stanno lavorando, dato che quelle azioni così rischiose di solito vengono fatte da professionisti, quanto perchè quello che stanno facendo è una cosa utile e importante per tutti, anche per gli operai che protestano contro. (Tralasciamo il disdicevole pregiudizio che solo chi fa qualcosa lavorando può fare del bene, chi lo fa per passione invece sbaglia, sempre).
Secondo: gli operai potrebbero anche riflettere un attimo sull’azione di Greenpeace, prima di rispondere a casaccio. Sugli striscioni infatti c’è scritto “Green job” ovvero lavori verdi: ovvero usciamo dalla crisi riconveretendo l’economia verso le energie rinnovabili e il rispetto dell’ambiente. Quindi più lavoro, non meno lavoro. Chissà cosa volevano dire invece alzando lo striscione dell’Enel con scritto “100% carbone pulito”. Sorvoliamo sull’ossimoro carbone pulito, degno di una poesia del Petrarca. A me vedere gli operai, che acriticamente, prendono le difese di quello che una volta si chiamava padrone, fa un po’ riflettere. Dov’è l’autonomia, dov’è l’indipendenza, dov’è la riflessione? Sembrano tanto i crumiri descritti in Cara moglie dal qui compianto Della Mea.

C’è poi l’aspetto della salute. Non si chiedono questi lavoratori se sia meglio lavorare in una centrale a carbone o in una centrale eolica, o fotovoltaica? E’ una cosa ininfluente questa?
E infine: è possibile che questi signori non desiderino per i loro figli un bel parco dove giocare, lontano dal’inquinamento e dalle malattie?
Dove vogliono fare giocare i loro figli, sotto una ciminiera? E’ questo il futuro che vorrebbero?


Il topolino e la politica

giugno 28, 2009

Quasi un anno fa scrivevo:

Ho una gran simpatia nei confronti di coloro che vogliono cambiare il Pd da dentro. Ovviamente è una battaglia in cui non credo, ma sono solidale con chi la combatte. Quello che però ho sempre imputato a questi qua è un certo paraculismo di fondo. L’incapacità totale di andare allo scontro, di contestare davvero chi si critica, di preparare e far prevalere un’alternativa radicale alla gestione che, giustamente, si considera debole e fallimentare.

Avevano appena fatto la loro prima assemblea nazionale, e invece di uccidere il padre avevano fatto a gara a farsi fotografare vicino a lui, pronti a farsi cooptare e non criticando neanche per un secondo la sua linea politica.
Poi si sono allargati. Sono andati a Piombino. Ieri hanno fatto la loro grande kermesse al Lingotto, e ora sono tutti lì su Friendfeed a darsi della gran pacche sulle spalle per come è riuscita bene l’organizzazione.

Ma, per l’ennesima volta, non hanno detto né fatto assolutamente niente. Anche tralasciando il ridicolo tentativo di far passare per alfieri del nuovo l’ex segretario nazionale della Fgci andropoviana Gianni Cuperlo, la pluriministra Giovanna Melandri e il funzionario di partito a vita sessantunenne Sergio Chiamparino, a colpire più di tutto è la totale assenza di politica. Il buon Civati ha fatto un lunghissimo e appassionato discorso sul bisogno assoluto che questo Pd ha di contenuti, ha proclamato “noi portiamo i contenuti” e poi, di questi tanto agognati contenuti, non è riuscito a citarne uno. Ha elencato “lavoro, formazione, casa, ambiente, laicità” senza però indicare una singola scelta. Perché di lavoro, formazione, casa, ambiente, laicità si occupa pure il Pdl, o no? E allora perché uno dovrebbe votare per il Pd?

Insomma, la montagna ha partorito l’ennesimo topolino: dopo essersi rifugiati sotto le gonne di Veltroni alle primarie, dopo essersi fatti cooptare in una direzione nazionale eletta da nessuno, dopo essersi fatti candidare con le liste bloccate alle politiche (ed essere pure trombati), dopo non aver osato mai sfidare la classe dirigente del proprio partito per 2 anni, ora non riescono a trovare un nome e una linea da schierare neanche al congresso di ottobre. Aspettano l’ennesimo notabile di mezza età, sia Franceschini o Chiamparino (Bersani no, per carità, che è un pericoloso comunista!), a cui allinearsi disciplinatamente in cambio di qualche poltroncina qua e là e di tante chiacchiere su Friendfeed.

Poi, improvvisamente, è arrivata la politica, con l’intervento di Debora Serracchiani, sulla cui figura prometto un posto nei prossimi giorni. La giovane quarantenne che è in Consiglio Provinciale da anni ma sembra sempre la ragazzina che passa di là per caso, ha chiesto:

Siamo d’accordo oppure no sull’articolo 18? Continuiamo a pensare che sia la soluzione o dobbiamo intervenire anche su quello. Pensiamo che sia utile fare un contratto unico di lavoro o continuare a distinguere i precari da quelli che hanno un rapporto di lavoro?

Una domanda che più tendenziosa non si può: certo che non voglio continuare a distinguere i precari da quelli che hanno un rapporto di lavoro stabile (se per precari si intendono i lavoratori dipendenti mascherati e non il lavoro autonomo di un libero professionista). Infatti vorrei un rapporto di lavoro stabile anche per chi ora è precario. Che c’entra l’articolo 18? L’articolo 18 è ciò che rende stabile il lavoro di chi ha un contratto a tempo indeterminato. Toglierlo vorrebbe dire sì smettere di distinguere, ma livellando tutto al ribasso, cioè rendendo tutti precari.

E infatti ha colto la palla al balzo Giovanna Melandri. La pluriministra, sì, il nuovo che avanza. Perché si può anche essere dei funzionari di partito a vita che hanno passato più tempo a palazzo Chigi che a casa propria negli ultimi 15 anni, ma se si cita Obama ogni due parole, allora si è giovani per sempre. Ha risposto:

Mi dispiace, l’articolo 18 è un vecchio arnese, mi prendo la responsabilità di dirlo da qua, noi non possiamo più pensare che ci sia una parte del lavoro protetto, e decine, centinaia, migliaia di giovani che non hanno assolutamente alcuna forma di protezione.

Ecco. Ora, non so come siate messi a memoria, ma queste sono esattamente le cose che Maroni, Sacconi, D’Amato, Berlusconi, ecc. ci dicevano nel 2002. Dicevano che difendere l’articolo 18 significava difendere i lavoratori a tempo indeterminato, e quindi danneggiare i precari. Il sottoscritto, precario, deve ancora trovare qualcuno in grado di spiegargli in che modo togliere l’articolo 18 al suo collega a tempo indeterminato lo aiuterebbe. Non esiste. È una linea puramente ideologica, strumentale, progandistica: siccome alcuni hanno dei diritti e altri no, togliamoli a tutti perché siamo tutti uguali. Io ti sto togliendo un diritto, ma per distrarti ti dico che tanto molti già non ce l’hanno, ed è un’ingiustizia. Una linea per niente nuova, tra l’altro: è stata scritta per anni nei documenti di Confindustria e di Forza Italia. Poi, dopo che qualche milione di italiani l’ha sconfitta, anche loro l’hanno cancellata: Montezemolo è stato eletto proprio per smetterla con la guerra sull’articolo 18, che gli industriali non potevano vincere. E Sacconi, da ministro, si è ben guardato dal riproporre quest’iniziativa.
Ma ciò che la destra butta via perché troppo estremista, i gggiovani raccolgono, perché nuovo. Nuovo nuovo. Nuovo come il mercato del lavoro italiano prima dello statuto del 1970. Libertà di licenziamento per tutti, altro che precarietà. Nuovissimo, proprio.

Insomma: sulla Grande Battaglia di Rinnovamento Interno, un topolino. Sulla politica, un copia e incolla dal programma del Pdl di qualche anno fa. Questo il bilancio del Lingotto.
Ora chiedo a Marco, che ormai per me è diventato l’emblema della brava persona intelligente di sinistra che continua a farsi illudere dal Pd e dalla possibilità di cambiarlo dall’interno: non ti sei stufato di farti rappresentare, quanto meno sui giornali, da questi quattro cialtroni incapaci e arrivisti che nessuno ha mai eletto? Non ne trovate di meglio? Non ti senti a disagio, a dover rimpiangere Fassino?


Zero tituli

maggio 27, 2009

Qualcuno ha notato la rapidità con cui il nome “Moratti” è scomparso dall’home page di Corriere.it, in riferimento alla tragedia della raffineria Saras?

corriere

Nessuna citazione dei proprietari dello stabilimento neanche nel pezzo.
E poi il problema è la stampa di partito…


E buon primo maggio a tutti

maggio 3, 2009

Seottoorevisembranpooche…

giugno 13, 2008

Quando si dice il progresso. È vero, stiamo superando il ‘900. Ma per tornare dritti dritti nell’800…

(ASCA-AFP) – Lussemburgo, 10 giu 2008 – È accordo tra i 27 Stati membri dell’Unione europea sulla direttiva che permette di allungare l’orario di lavoro, su base volontaria, fino a 60 ore a settimana (65 per contratti a chiamata). Ad approvarla oggi i ministri del Lavoro europei che hanno detto ‘sì’ anche al superamento in deroga del tetto legale di 48 ore a settimana (sul modello inglese) e parità di trattamento per i lavoratori temporanei e quelli a tempo indeterminato per quanto riguarda la retribuzione, il congedo e la maternità.

Frutto di un sudato ma necessario compromesso per il mancato rispetto dell’orario di lavoro da parte di molti Stati membri, la direttiva dovrà ora essere approvata dal Parlamento europeo. Soddisfatta la Commissioneeuropea che, con il titolare Ue del Lavoro Vladimir Spidla, dice che ”questo è il più grande passo a favore dei lavoratori europei. Un passo che rafforza il dialogo sociale”.

Un commento, qui.